C’era una volta, in un regno lontano chiamato Giappone e governato da mostriciattoli tascabili, un piccolo videogioco che non abitava dentro una cartuccia, non possedeva una confezione illustrata da esporre sullo scaffale e non poteva essere portato a casa come un normale tesoro conquistato dopo una lunga visita al negozio. Il suo nome era PokéPark: Fishing Rally DS, conosciuto anche come Pokémon Fishing Contest DS, e la sua esistenza assomigliava più a quella di uno spirito digitale che a quella di un software tradizionale: appariva sul Nintendo DS durante alcuni eventi ufficiali, restava vivo finché la console rimaneva accesa e scompariva appena il giocatore premeva il pulsante di spegnimento. Nessun salvataggio miracoloso, nessuna seconda possibilità, nessun professore pronto a recuperare i dati perduti. Puff. Fine dell’incantesimo.
Era il 2005, il Nintendo DS aveva ancora l’aria di un manufatto arrivato dal futuro e il suo doppio schermo sembrava una follia meravigliosa, soprattutto per chi era cresciuto osservando il mondo Pokémon attraverso i pixel verdastri del Game Boy. Il touch screen, la connessione wireless e la possibilità di distribuire contenuti direttamente alle console trasformavano ogni evento Nintendo in una specie di laboratorio segreto della Silph SpA. PokéPark: Fishing Rally DS venne offerto inizialmente all’interno del PokéPark giapponese, il parco tematico temporaneo inaugurato a Nagoya durante l’Expo 2005, per poi raggiungere anche alcune edizioni della Pokémon Festa e i Pokémon Center. Non era un titolo acquistabile, dunque, ma un’esperienza legata a un luogo e a un momento preciso, quasi una missione secondaria disponibile soltanto per chi si trovava dalla parte giusta della mappa.
Il rituale per ottenere il gioco aveva qualcosa di magico anche senza bisogno di bacchette o Poké Ball. Il visitatore si avvicinava a una postazione di distribuzione, collegava il proprio Nintendo DS e riceveva il programma tramite comunicazione wireless. Da quel momento la console custodiva temporaneamente una piccola gara di pesca Pokémon, pronta a sopravvivere soltanto finché la batteria, la prudenza e il destino lo permettevano. Spegnere il dispositivo significava cancellare tutto. Oggi siamo abituati a patch gigantesche, account sincronizzati tra cinque piattaforme e salvataggi nel cloud che ci seguono persino mentre cambiamo continente, ma allora un videogioco poteva davvero durare quanto un pomeriggio. A pensarci bene era una forma di intrattenimento stranamente romantica, anche se probabilmente i bambini che per errore spegnevano la console non avrebbero scelto proprio quell’aggettivo.
La gara si svolgeva lungo un corso d’acqua destinato a raggiungere il mare, con differenti aree di pesca che cambiavano dopo un certo intervallo di tempo. Ogni zona ospitava specie diverse, perciò il giocatore doveva osservare attentamente le ombre in movimento sullo schermo superiore del Nintendo DS e aspettare il momento adatto per lanciare il galleggiante. La console andava tenuta in posizione orizzontale, quasi fosse una piccola canna da pesca elettronica. Premendo il pulsante A oppure toccando il touch screen si gettava l’esca nell’acqua; dopo l’abboccata cominciava la lotta, combattuta premendo rapidamente A fino alla cattura del Pokémon.
Niente battaglie a turni, mosse superefficaci o discorsi sull’amicizia pronunciati davanti a una creatura leggendaria capace di piegare lo spazio. Qui contavano pazienza, tempismo e una certa resistenza del pollice, quella qualità eroica che i giocatori dell’epoca avevano già allenato con minigiochi, picchiaduro e sessioni poco rispettose della salute dei pulsanti. Il punteggio assegnato a ogni cattura dipendeva dalla taglia, dal livello e dalla rarità del Pokémon pescato, trasformando una meccanica semplicissima in una sfida competitiva. In fondo Pokémon ha sempre saputo usare la collezione come una forma di stregoneria psicologica: puoi dirti soddisfatto dopo aver catturato un esemplare comune, poi compare una sagoma più grande sull’acqua e improvvisamente ogni proposito di moderazione finisce insieme alla dignità.
Il gioco permetteva di conservare soltanto cinque Pokémon alla volta, una squadra temporanea destinata a dissolversi allo spegnimento della console. I risultati migliori, però, potevano essere trasmessi al sistema centrale dell’evento e confrontati con quelli degli altri partecipanti. Nei Pokémon Center, la macchina utilizzata per distribuire il software mostrava anche la classifica dei punteggi più alti, mentre attraverso il collegamento wireless era possibile consultare le prime cinquanta posizioni. Una leaderboard locale, insomma, molti anni prima che ogni titolo mobile cominciasse a mostrarci classifiche mondiali, stagioni competitive, ricompense giornaliere e notifiche studiate per ricordarci che qualcuno dall’altra parte del pianeta ha appena superato il nostro record.
PokéPark: Fishing Rally DS apparteneva a una categoria di videogiochi fragilissima, composta da demo scaricabili, programmi promozionali, contenuti trasmessi durante fiere e applicazioni pensate per vivere soltanto dentro una specifica infrastruttura. Terminati gli eventi e spente le console, il gioco sembrava destinato a sparire dalla storia. Per quasi vent’anni la sua sopravvivenza è rimasta sospesa tra testimonianze, fotografie, ricordi dei partecipanti e pagine archiviate dagli appassionati. Una situazione che gli archeologi videoludici conoscono bene: mentre le grandi produzioni vengono ristampate, rimasterizzate e vendute di nuovo con texture più nitide, molti esperimenti minori scompaiono senza lasciare una copia accessibile.
Poi, come accade nelle fiabe in cui il pescatore recupera dal fondale una chiave arrugginita capace di aprire il castello proibito, su eBay è comparsa una particolare cartuccia di sviluppo per Nintendo DS, proposta a una cifra iniziale di 7.999 euro. Secondo quanto riportato nell’inserzione, il supporto sarebbe legato proprio a Pokémon Fishing Contest DS. Non una comune cartuccia commerciale, quindi, ma uno di quegli strumenti di test utilizzati internamente da Nintendo o messi a disposizione degli sviluppatori durante la produzione e la verifica del software. Oggetti raramente destinati al pubblico e capaci, proprio per questo, di scatenare l’attenzione di collezionisti, conservatori e cacciatori di reliquie digitali.
L’aspetto più affascinante della vicenda riguarda ciò che la cartuccia potrebbe realmente contenere. Il venditore, un collezionista tedesco che solitamente tratta peluche Pokémon, ha spiegato di averla acquistata all’interno di un lotto privato, senza ricevere documentazione sulla sua provenienza. Inserita in un normale Nintendo DS, la cartuccia si avvierebbe mostrando una schermata in giapponese relativa a un programma di comunicazione per la gestione delle classifiche. Nessun’altra funzione sarebbe stata verificata, mentre la compatibilità con Nintendo DSi e Nintendo 3DS rimarrebbe incerta.
Questa descrizione ridimensiona almeno in parte l’idea romantica di aver ritrovato l’intero gioco perduto. La cartuccia potrebbe contenere una versione giocabile di PokéPark: Fishing Rally DS, certo, ma potrebbe anche custodire soltanto il software necessario a ricevere e raccogliere i punteggi inviati dalle console dei partecipanti. Sarebbe comunque una scoperta interessante, perché anche l’infrastruttura che circonda un videogioco racconta molto del modo in cui quell’esperienza era stata progettata. Pensiamo ai server dismessi degli MMORPG, alle build preliminari mai pubblicate, ai chioschi dimostrativi dei centri commerciali o alle cartucce usate durante i tornei: frammenti apparentemente secondari che, osservati a distanza di anni, diventano documenti di un’epoca.
Il prezzo resta quello di un oggetto destinato a collezionisti molto determinati, o magari a qualche Team Rocket dotato di un bilancio annuale particolarmente generoso. Quasi ottomila euro per una cartuccia dalla funzionalità non completamente verificata sembrano una richiesta degna del Mercante di Resident Evil dopo un improvviso master in marketing speculativo. Eppure il mercato del collezionismo Pokémon ci ha ormai insegnato che il valore raramente dipende soltanto da ciò che un oggetto permette di fare. Contano la scarsità, la storia, l’aura del reperto e la possibilità di possedere qualcosa che quasi nessun altro ha mai visto.
La vera questione, però, supera il prezzo dell’inserzione. Se quella cartuccia contiene dati collegati a PokéPark: Fishing Rally DS, potrebbe rappresentare un passaggio importante nella conservazione del gioco. Gli appassionati di preservazione videoludica lavorano spesso su materiali simili per estrarre software, documentare prototipi e impedire che intere esperienze scompaiano insieme all’hardware che le ospitava. Il problema è che queste operazioni si muovono in un territorio delicato, sospeso tra diritto d’autore, collezionismo privato, tutela della memoria digitale e interesse storico. Una ROM estratta e studiata potrebbe aiutare a comprendere il funzionamento del programma, ma la cartuccia potrebbe finire altrettanto facilmente in una vetrina, protetta dalla polvere e lontana da qualsiasi analisi.
Pokémon, del resto, non è soltanto una serie di videogiochi venduti in milioni di copie. Intorno al franchise esiste una galassia di distribuzioni temporanee, gadget promozionali, applicazioni legate agli eventi, demo e programmi sperimentali che rischiano di essere dimenticati. PokéPark: Fishing Rally DS racconta benissimo quella fase della storia Nintendo in cui la connettività non era ancora un servizio invisibile e permanente, ma un’esperienza fisica: bisognava raggiungere un luogo, aprire la console, avvicinarsi a una macchina e ricevere qualcosa che altrove non esisteva. Una forma primitiva di realtà aumentata sociale, senza occhiali futuristici e senza bisogno di nominare il metaverso durante una presentazione aziendale.
Resta allora l’immagine di quei Nintendo DS accesi tra i padiglioni del PokéPark, bambini e adulti intenti a osservare ombre digitali sotto la superficie dell’acqua, tutti consapevoli oppure no che il gioco sarebbe svanito insieme all’ultima scintilla della batteria. Forse la misteriosa cartuccia apparsa su eBay contiene davvero un frammento di quell’esperienza, forse custodisce soltanto la porta tecnica attraverso cui passavano i punteggi. In entrambi i casi, la sua ricomparsa ricorda quanto possa essere sottile il confine tra un videogioco perduto e uno semplicemente addormentato, in attesa che qualche collezionista, programmatore o archeologo del codice decida di guardare sotto la superficie.
E voi spendereste quasi ottomila euro per recuperare un possibile frammento della storia Pokémon, oppure lascereste quella cartuccia misteriosa sul fondo del fiume digitale, sperando che prima o poi abbocchi qualcuno con più coraggio, più competenze tecniche e soprattutto un portafoglio grande quanto lo zaino senza fondo del protagonista?
Scopri di più da CorriereNerd.it - Il magazine nerd by Satyrnet
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









Aggiungi un commento