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Physint: il nuovo gioco di Hideo Kojima che ridefinirà lo spionaggio su PlayStation 6

Ogni volta che il nome di Hideo Kojima rimbalza tra feed, trailer inesistenti e interviste mezze criptiche, succede qualcosa di strano nella testa di chi è cresciuto a pane, codec e paranoie da Guerra Fredda digitale, perché non si tratta mai solo di un gioco in sviluppo ma di una specie di esperimento mentale che ti aggancia e non ti molla più, una promessa che resta sospesa per anni mentre tu continui a immaginare come potrebbe essere, e con Physint la sensazione è ancora più estrema, quasi fastidiosa per quanto è affascinante, come se qualcuno ti avesse fatto vedere un frame di un anime mai uscito e poi avesse spento lo schermo lasciandoti lì a ricostruire tutto nella tua testa.

Il punto è che qui si entra in una zona borderline tra cinema e interattività che Kojima rincorre da sempre, dai tempi di Metal Gear Solid fino agli esperimenti più recenti come Death Stranding 2, ma stavolta il salto sembra diverso, più radicale, quasi arrogante nel modo in cui viene raccontato, perché si parla apertamente di un’esperienza che potrebbe ingannare lo sguardo, confondere chi osserva da fuori, far sembrare tutto un film mentre in realtà stai giocando, e questa cosa se ci pensi bene è la vecchia ossessione nerd definitiva, quella di cancellare il confine tra ciò che guardi e ciò che vivi.

L’annuncio arrivato durante uno State of Play ha fatto il classico effetto miccia accesa nella community, ma senza benzina visiva, niente trailer, niente gameplay, solo parole e suggestioni, eppure bastava quel termine, “action-espionage”, per riportare tutti indietro di vent’anni con la memoria che corre a Snake, ai corridoi metallici, ai boss che sembravano usciti da un incubo filosofico più che da un videogioco, e anche se i diritti restano nelle mani di Konami, è impossibile non percepire una specie di eco, una vibrazione familiare che attraversa Physint come un fantasma mai davvero andato via.

Poi iniziano a emergere dettagli minuscoli, quasi clandestini, tipo quelle informazioni di casting che sembrano uscite da una fuga di dati più che da una strategia comunicativa, con quel villain descritto come un killer glaciale, elegante, disturbante, con un accento tedesco e un’energia che richiama direttamente le performance di Mads Mikkelsen, e già ti immagini le inquadrature, i silenzi, le pause cariche di tensione, come se stessi pensando a una serie TV premium più che a un videogioco, mentre nella tua testa scorrono immagini che non esistono ancora ma che sembrano già reali.

E lì capisci che Kojima sta giocando ancora una volta con la percezione, non solo nel prodotto finale ma già nella fase di attesa, trasformando il vuoto in contenuto, il silenzio in hype, una cosa che oggi pochissimi riescono a fare in un’industria che vive di leak continui e trailer ogni tre mesi, e mentre lui lavora praticamente da solo sulla visione iniziale di Physint, contemporaneamente supervisiona OD e continua a smontare e rimontare Death Stranding 2, come se stesse davvero scolpendo tre opere diverse nello stesso momento senza perdere il filo.

Dietro tutto questo però si intravede qualcosa di più personale, quasi fragile, legato a quel periodo durante la pandemia in cui Kojima ha rischiato di fermarsi davvero, di chiudere il cerchio prima del tempo, e da lì nasce quella spinta a tornare allo spionaggio, non per nostalgia ma per necessità, come se dovesse lasciare un’eredità precisa, un punto fermo nella sua carriera che riassuma tutto quello che ha costruito negli anni, e questa cosa, se sei cresciuto con i suoi giochi, la senti addosso in modo strano, quasi intimo.

Il discorso poi si allarga inevitabilmente alla tecnologia, perché parlare di un progetto che punta a uscire nell’era di PlayStation 6 significa immaginare un hardware che oggi non abbiamo ancora davvero sotto mano, e quindi tutto diventa ancora più nebuloso, più ambizioso, più pericoloso anche, perché promettere un’esperienza che annulla la distanza tra cinema e gioco vuol dire entrare in un territorio dove ogni dettaglio conta, dalla recitazione alla fisica degli oggetti, dall’intelligenza artificiale dei personaggi fino alla regia, quella vera, quella che decide cosa vedi e cosa no.

E qui torna quel legame sotterraneo con il cinema che Kojima non ha mai nascosto, quel rapporto quasi magnetico con registi come Guillermo del Toro, che da anni gli ripetono che in fondo quello che fa è già cinema, solo che lo fa attraverso un medium diverso, e Physint sembra proprio la risposta definitiva a questa provocazione, un modo per dire ok, proviamo davvero a vedere fin dove si può arrivare, quanto si può spingere questa fusione senza perdere l’interattività.

La cosa che continua a girarmi in testa però è il tempo, quell’orizzonte lontano che punta dritto verso il 2030 e oltre, una distanza che oggi sembra quasi irreale in un mondo che cambia ogni sei mesi, eppure forse è proprio questo il punto, costruire qualcosa che non deve uscire subito, che non deve inseguire le mode del momento, ma che può permettersi di crescere lentamente, di trasformarsi, di cambiare pelle mentre il resto dell’industria corre.

E allora la domanda diventa inevitabile, anche un po’ scomoda se vogliamo, perché siamo davvero pronti ad aspettare così tanto per un’idea che potrebbe rivoluzionare il modo in cui viviamo i videogiochi oppure rischiamo di costruirci addosso aspettative impossibili da soddisfare, alimentando un hype che potrebbe implodere su sé stesso, e soprattutto quanto siamo disposti a farci sorprendere ancora da qualcuno che da trent’anni gioca con la nostra percezione della realtà?

Perché alla fine Physint esiste già, almeno nella testa di chi lo aspetta, e forse è proprio lì che Kojima vuole tenerlo ancora per un po’, sospeso, incompleto, pronto a cambiare forma ogni volta che qualcuno prova a immaginarlo, e se ti fermi un secondo a pensarci, questa è già una forma di gioco, solo che non hai ancora un controller tra le mani… e forse è proprio questo che rende tutto così difficile da ignorare.


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