Una delle immagini più assurde e meravigliose del cinema moderno resta quella di un ragazzone neozelandese con barba spettinata, maglietta larga e aria da fan capitato sul set per sbaglio, seduto accanto ai grandi sacerdoti di Hollywood mentre stringe Oscar, Palme d’Oro, premi alla carriera e miliardi di dollari d’incasso come se ancora non avesse davvero capito cosa sia successo. E forse il punto di Peter Jackson è tutto lì. Anche oggi, dopo decenni passati a riscrivere l’immaginario fantasy contemporaneo, continua ad avere l’energia di uno che si sorprende ancora davanti alla propria collezione di mostri in lattice. “Non sono il tipo da Palma d’Oro”, ha detto a Cannes, ricevendo la Palma d’Oro Onoraria dal suo Frodo, quel Elijah Wood che ormai per intere generazioni coincide emotivamente con la parola “casa” ogni volta che parte la colonna sonora de Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello. E giuro, sentirlo parlare così fa quasi sorridere, perché il cinema nerd degli ultimi venticinque anni senza Peter Jackson semplicemente non esisterebbe nella forma che conosciamo oggi.
La cosa incredibile è che Jackson non nasce come “autore rispettabile”. Anzi. Arriva dal lato sporco e glorioso della passione geek, quello delle videocamere consumate, dei modellini costruiti di notte, degli effetti speciali fatti con la colla, del sangue finto preparato in cucina come un esperimento chimico andato male. Wellington, Nuova Zelanda, praticamente dall’altra parte del pianeta rispetto ai templi hollywoodiani. Nessun pedigree accademico, nessuna aura intellettuale costruita a tavolino. Solo un’ossessione gigantesca per il cinema fantastico, quello che negli anni Ottanta viveva spesso ai margini, amato dai nerd, ignorato dai premi importanti e guardato con sospetto dalla critica “seria”. Eppure proprio da lì nasce una rivoluzione.
Chi oggi conosce Jackson soltanto attraverso la Terra di Mezzo probabilmente farebbe fatica a credere che il creatore di Aragorn, Gandalf e Minas Tirith sia lo stesso individuo che ha diretto Braindead, una roba talmente folle che sembra uscita da una run notturna su Doom giocata senza dormire per tre giorni. Quel film aveva zombie, budella, teste esplose e un’energia slapstick completamente fuori controllo, ma sotto tutta quella carne sintetica pulsava già qualcosa di profondamente umano. Jackson girava horror splatter come se fossero cartoni animati Looney Tunes impazziti dopo aver visto anime cyberpunk e maratone di Ray Harryhausen. E la cosa assurda è che funzionava. Funzionava perché lui amava davvero i mostri. Non li trattava come attrazioni da luna park. Li guardava con affetto. Un po’ come facciamo noi nerd con certe creature digitali cresciute tra Pokémon, Evangelion e kaiju movies giapponesi.
Poi ripenso a Meet the Feebles e ogni volta mi sembra impossibile che qualcuno gli abbia davvero affidato Tolkien dopo aver visto quel delirio di pupazzi alcolizzati, sessualmente disturbati e completamente devastati moralmente. Però è proprio questo il bello. Jackson non è mai stato “pulito”. Anche nei momenti più epici del suo cinema rimane sempre una vena sporca, fisica, quasi punk. Gli Uruk-hai che emergono dal fango nella trilogia de Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re sembrano figli diretti dei suoi vecchi horror splatter. Cambia il budget, cambia la scala narrativa, ma quella fame artigianale resta identica.
E in mezzo a tutto questo arriva Creature del cielo. Ecco, lì secondo me molti hanno capito davvero chi fosse Peter Jackson. Non più soltanto il genio matto degli effetti pratici, ma un autore capace di raccontare l’ossessione, l’adolescenza, la fuga mentale dalla realtà con una delicatezza quasi dolorosa. Quel film ancora oggi fa impressione perché sembra sospeso tra fantasia e tragedia, come certi anime malinconici anni Novanta che ti devastavano senza bisogno di esplosioni gigantesche. Jackson prende due ragazze e la loro immaginazione e le trasforma in un universo parallelo emotivo. Da quel momento Hollywood smette lentamente di guardarlo come un eccentrico isolato.
Però il vero terremoto arriva con Tolkien. E qui bisogna essere sinceri: oggi siamo abituati ai franchise miliardari, ai cinematic universe, alle saghe fantasy trattate come religioni pop globali. Ma all’epoca girare contemporaneamente tre film mastodontici de Il Signore degli Anelli sembrava una follia suicida. Una roba che oggi Twitter avrebbe distrutto ancora prima dell’inizio delle riprese. Jackson stesso lo ricorda parlando di New Line Cinema e della paura collettiva attorno al progetto. Se il primo film fosse stato un flop, sarebbero rimasti altri due colossal già girati da gestire come relitti spaziali alla deriva. E invece accade qualcosa di irripetibile.
Cannes vede venti minuti de La Compagnia dell’Anello e il mondo cambia percezione. Bob Shaye rischia tutto mostrando quel materiale in anteprima, e improvvisamente la stampa capisce che non si tratta dell’ennesimo fantasy campy destinato agli appassionati di nicchia. Jackson non stava adattando Tolkien. Stava costruendo una mitologia cinematografica moderna. Una di quelle opere che finiscono dritte dentro la memoria collettiva. Ancora oggi basta sentire “Concerning Hobbits” per vedere milioni di persone emotivamente teletrasportate in una stanza diversa della loro vita.
E forse è proprio questo il problema delle opere gigantesche: ti consumano mentre le stai creando.
Perché dopo aver toccato quella vetta qualcosa cambia. Lo percepisci già in King Kong, che adoro profondamente proprio per le sue imperfezioni. Quello non è solo un blockbuster. È il sogno di un ragazzino cresciuto divorando monster movies anni Trenta. Jackson gira King Kong come un fan che finalmente ha ottenuto le chiavi del giocattolo proibito. Ogni dinosauro, ogni creatura, ogni inquadratura trasuda amore cinefilo quasi infantile. Però insieme all’entusiasmo inizi a sentire anche il peso.
E quel peso esplode con Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato e i capitoli successivi. Non perché siano brutti nel senso semplice del termine. Sarebbe troppo facile liquidarli così. Il problema è che sembrano film realizzati da un uomo esausto, intrappolato dentro una macchina produttiva ormai enorme, schiacciato da tecnologia, tempi impossibili e aspettative irreali. La trilogia dello Hobbit spesso sembra un gigantesco rendering emotivo incompleto. Bellissima da guardare a tratti, ma svuotata di quella consistenza tattile che rendeva viva la Terra di Mezzo originale. E chi è cresciuto con Jackson lo percepisce subito. È come vedere un vecchio game designer geniale costretto a lavorare dentro un publisher che vuole monetizzare ogni singolo pixel.
Poi arriva il colpo che secondo me spezza davvero qualcosa: la morte di Andrew Lesnie. E qui tanti non nerd del cinema magari non capiscono immediatamente il trauma. Ma chiunque abbia amato la fotografia della trilogia originale sa che Lesnie non era “solo” un direttore della fotografia. Era lo sguardo della Terra di Mezzo. Quei tramonti dorati, quelle nebbie bluastre, quella sensazione di ricordo antico che attraversava ogni scena… non erano soltanto tecnica. Erano linguaggio condiviso. Complicità artistica. Una grammatica emotiva costruita film dopo film.
Da lì Jackson quasi sparisce come narratore di finzione.
Ed è stranissimo vedere un autore che ha ridefinito il fantasy contemporaneo rifugiarsi nel restauro archivistico. Però allo stesso tempo è anche perfettamente coerente con la sua sensibilità. They Shall Not Grow Old e The Beatles: Get Back non sono semplici documentari tecnicamente impressionanti. Sembrano sedute spiritiche digitali. Jackson prende immagini morte, rovinate, dimenticate e prova letteralmente a riportarle in vita attraverso tecnologia, AI, restauro sonoro, ricostruzione visiva. Non inventa più mondi nuovi. Cerca di ascoltare quelli perduti. E questa cosa, onestamente, fa quasi male per quanto è poetica.
A volte penso che Peter Jackson sia rimasto bloccato in una specie di limbo creativo dopo aver costruito la montagna più grande possibile. Come fai a tornare “normale” dopo aver diretto una saga che ha definito un’epoca? Come fai a ricominciare davvero dopo aver perso il collaboratore che vedeva il mondo attraverso i tuoi stessi occhi? Domande che forse spaventano anche lui.
Intanto Hollywood continua a correre come un feed TikTok impazzito. Reboot, remake, sequel, universi condivisi che sembrano prodotti in serie da un algoritmo affamato. E Jackson osserva tutto da lontano, quasi come un vecchio artigiano fantasy che continua a trafficare dentro i laboratori della Weta FX mentre il mondo cambia linguaggio intorno a lui.
Però qualcosa si muove ancora. Tre sceneggiature in sviluppo. Idee accennate senza clamore. Nessun annuncio urlato. Nessun teaser con logo infuocato e countdown globale. E forse è proprio questo che rende ancora speciale Peter Jackson nel 2026. Non sembra interessato a inseguire il rumore. Se tornerà lo farà perché avrà davvero qualcosa da dire. Non perché il mercato pretende un nuovo franchise.
E forse noi fan dovremmo imparare ad accettare anche questo. Alcuni autori non smettono davvero di raccontare storie. Cambiano semplicemente il modo in cui parlano con i fantasmi. Jackson continua a farlo ogni volta che restaura un volto dimenticato della Prima Guerra Mondiale, ogni volta che riporta in vita un frammento dei Beatles, ogni volta che rivediamo Sam prendere Frodo in braccio sulle pendici del Monte Fato e sentiamo quella stretta allo stomaco che non passa mai.
La verità è che Peter Jackson ha già cambiato la vita di milioni di persone. Elijah Wood lo raccontava ricordando quella videocassetta spedita quasi per gioco e quella telefonata che gli cambiò l’esistenza per sempre. Ma il punto è che qualcosa di simile è successo anche a noi spettatori. Chi è cresciuto tra fantasy, videogiochi RPG, manga epici e sogni impossibili ha trovato nella sua Terra di Mezzo una specie di rifugio emotivo collettivo. Un posto dove il cinema sembrava ancora capace di credere sinceramente nella meraviglia senza diventare cinico.
E allora la domanda resta lì, sospesa come l’ultimo tema musicale di Howard Shore dopo una maratona notturna: Peter Jackson tornerà davvero con un nuovo grande racconto fantasy o continuerà a dialogare col passato perché è l’unico posto dove sente ancora di riconoscersi fino in fondo? Forse non serve nemmeno avere subito una risposta. Magari il bello sta proprio nell’attesa, nelle discussioni infinite tra fan, nei rewatch che diventano rituali generazionali, nel ricordarci che alcuni registi non appartengono solo al cinema, ma alla nostra memoria personale.
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