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Paifang a Milano: la Chinatown di via Paolo Sarpi verso il suo portale monumentale?

Una grande soglia rossa, decorata con calligrafie, travi scolpite e creature mitologiche, potrebbe presto cambiare il volto di uno degli ingressi più riconoscibili di Milano. L’ipotesi riguarda la realizzazione di un Paifang all’imbocco di via Paolo Sarpi, sul lato di piazzale Baiamonti: un portale monumentale della tradizione cinese capace di raccontare, con la forza immediata dell’architettura, la storia di una comunità che da oltre un secolo partecipa alla trasformazione economica, sociale e culturale della città.

Il progetto non è ancora diventato realtà e, dettaglio tutt’altro che secondario, non esiste al momento una versione definitiva dell’opera. La Giunta comunale ha però approvato le linee di indirizzo necessarie per raccogliere proposte relative alla progettazione, al finanziamento e alla costruzione del portale. Tradotto dal linguaggio amministrativo: Milano ha aperto ufficialmente una porta alla possibilità di costruire una porta. Sembra una battuta da episodio paradossale di Doctor Who, eppure descrive bene l’inizio di un percorso che potrebbe consegnare alla Chinatown milanese un simbolo pubblico atteso da molti anni.

Che cos’è davvero un Paifang e perché non è soltanto un arco decorativo?

Ridurre un Paifang a una scenografia suggestiva sarebbe un po’ come definire un torii giapponese “due colonne con una trave sopra” oppure il portale di una cattedrale medievale “un ingresso molto elaborato”. Tecnicamente non sarebbe del tutto falso, ma si perderebbe tutto ciò che rende quelle strutture culturalmente potenti: il rapporto tra spazio, memoria, comunità e rito del passaggio.

Il termine cinese 牌坊, traslitterato come páifāng e talvolta indicato anche attraverso le forme paaifong o pailou, identifica un’architettura monumentale simile a un arco. Le sue origini, però, sono legate all’organizzazione delle antiche città cinesi. Il fang rappresentava una grande suddivisione urbana paragonabile, con tutte le dovute cautele storiche, a un quartiere contemporaneo. Ogni fang era circondato da mura e dotato di accessi che durante la notte potevano essere chiusi e sorvegliati. Al suo interno esistevano ulteriori ripartizioni chiamate pai, composte a loro volta da strade e vicoli, tra cui gli hutong.

Questa struttura amministrativa raggiunse una particolare complessità durante la dinastia Tang e continuò a essere utilizzata nei secoli successivi. La Pechino della dinastia Ming, per esempio, era divisa in trentasei fang. Il Paifang era dunque, almeno inizialmente, una vera porta urbana: segnava l’ingresso in uno spazio riconoscibile, regolato e condiviso.

A partire dalla dinastia Song la sua funzione cominciò a cambiare. La porta cessò gradualmente di essere soltanto un elemento di controllo e divenne monumento, testimonianza, celebrazione pubblica. Da infrastruttura urbana si trasformò in racconto di pietra e legno. Ed è proprio questa evoluzione a renderla tanto interessante oggi, perché il suo significato continua a oscillare tra accesso fisico e riconoscimento simbolico.

Tutti i Paifang sono rossi, dorati e pieni di draghi?

L’immaginario occidentale ci ha abituati a pensare al Paifang come a una struttura rossa e sontuosa, affollata di tetti ricurvi, iscrizioni dorate e animali fantastici che sembrano pronti a spiccare il volo. Quella tipologia esiste davvero ed è probabilmente la più riconoscibile, ma la tradizione architettonica cinese offre molte varianti, alcune decisamente più sobrie.

Uno dei modelli più celebri presenta pilastri lignei fissati su basamenti di pietra e uniti da travi decorate. Il rosso domina spesso la struttura, mentre calligrafie, motivi ornamentali e tegole colorate trasformano il portale in una narrazione visiva. Sui tetti possono comparire bestie mitologiche, creature protettive e figure dal valore augurale. Da fan di leggende e folklore, confesso che il fascino di questi dettagli è irresistibile: ogni elemento sembra suggerire che l’architettura non debba limitarsi a sostenere un peso, ma possa anche custodire storie, paure, speranze e identità.

Altri Paifang vengono costruiti in pietra o mattoni, con muri bianchi o rossi e coperture decorate. Esistono poi strutture collocate in luoghi sacri o nei pressi di cimiteri, realizzate con pilastri e travi di pietra chiara, spesso prive di tetti e affidate quasi interamente al lavoro degli scalpellini. In questi casi l’effetto è meno spettacolare, ma forse ancora più solenne: incisioni, simboli e proporzioni raccontano il rapporto con gli antenati e con la memoria.

Il futuro portale milanese, qualora fosse realizzato, dovrà quindi confrontarsi con una domanda delicata: quale linguaggio scegliere? Una riproduzione molto tradizionale potrebbe diventare immediatamente iconica, mentre un progetto contemporaneo potrebbe dialogare meglio con l’architettura di piazzale Baiamonti. La soluzione più interessante sarebbe probabilmente quella capace di evitare sia l’effetto parco a tema sia una reinterpretazione tanto astratta da perdere ogni legame con la cultura da cui il Paifang proviene.

Perché questi portali compaiono così spesso nelle Chinatown?

Fuori dalla Cina il Paifang è diventato uno dei simboli più immediati delle Chinatown internazionali. Lo incontriamo a Boston, Londra, Liverpool, San Francisco, Montréal, Sydney e in numerose altre città, dove segnala l’ingresso in quartieri formati attraverso migrazioni, reti familiari, attività commerciali, associazioni e relazioni spesso sviluppate nel corso di generazioni.

Un portale del genere non stabilisce necessariamente un confine rigido. Al contrario, funziona come una cornice. Dice al visitatore che sta entrando in uno spazio con una storia particolare e, allo stesso tempo, ricorda agli abitanti che quella storia è stata riconosciuta pubblicamente.

Chi frequenta convention, raduni cosplay o festival asiatici conosce bene il potere delle soglie. Basta attraversare l’ingresso di una fiera per percepire un cambiamento quasi fisico: fuori restano traffico, impegni e notifiche, dentro comincia un territorio regolato da altri codici, costumi e rituali. Un Paifang opera in maniera più profonda e quotidiana, senza bisogno di badge o braccialetti, perché traduce l’identità di una comunità in una presenza permanente nello spazio urbano.

Perché via Paolo Sarpi è il luogo naturale per il primo Paifang di Milano?

Via Paolo Sarpi non è soltanto una strada piena di ristoranti, bubble tea, supermercati asiatici e vetrine capaci di mettere seriamente alla prova qualsiasi tentativo di risparmio. La Chinatown milanese è il risultato di una storia migratoria complessa, iniziata molto prima della sua trasformazione in una delle destinazioni più frequentate della città.

La presenza cinese a Milano si è consolidata nel corso del Novecento, anche attraverso attività artigianali e commerciali. Il quartiere ha poi attraversato cambiamenti profondi, tensioni, incomprensioni e successive trasformazioni urbane. La pedonalizzazione e la riqualificazione hanno contribuito a modificarne il volto, rendendo via Paolo Sarpi un luogo d’incontro che oggi mescola ristorazione, commercio, cultura pop, tradizioni familiari, turismo e vita di quartiere.

Durante il Capodanno cinese la zona diventa uno dei grandi palcoscenici culturali di Milano, ma il suo valore non si esaurisce nelle giornate delle parate e dei dragoni. Sarpi vive tutto l’anno attraverso botteghe, associazioni, nuove imprese, studenti, famiglie e visitatori. Chi la osserva soltanto come una location instagrammabile rischia di vedere la superficie e perdere tutto il resto, un po’ come guardare un K-drama saltando le scene di dialogo per arrivare direttamente al bacio sotto la pioggia: certo, il momento atteso arriva, ma senza il percorso emotivo vale molto meno.

Il Comune ha già deciso come sarà costruito il portale?

L’approvazione delle linee di indirizzo non equivale all’autorizzazione definitiva dell’opera. Palazzo Marino dovrà raccogliere e analizzare le proposte, valutando la qualità architettonica, l’inserimento nel contesto urbano, la sostenibilità economica e la capacità del progetto di produrre un valore culturale e sociale concreto.

Questo passaggio sarà fondamentale, perché un monumento identitario non dovrebbe essere imposto come un oggetto calato dall’alto. La stessa assessora ai Quartieri, Decentramento e Partecipazione, Gaia Romani, ha descritto l’iniziativa come il punto di partenza di un percorso aperto e partecipato con le associazioni e la comunità cinese. L’obiettivo dichiarato è valorizzare l’identità del quartiere e la vocazione multiculturale di Milano.

La collocazione ipotizzata all’ingresso di via Paolo Sarpi, verso piazzale Baiamonti, possiede una forza evidente: il portale diventerebbe il segno di passaggio tra grandi flussi urbani e una strada caratterizzata da una personalità precisa. Allo stesso tempo, quello spazio richiede attenzione. Dimensioni, materiali, prospettive, accessibilità, sicurezza e dialogo con gli edifici circostanti non sono dettagli da sistemare alla fine, ma parti essenziali del significato dell’opera.

Un Paifang rischia di trasformare la Chinatown in una cartolina turistica?

Il rischio esiste e sarebbe ingenuo fingere il contrario. Ogni simbolo culturale può essere svuotato, mercificato o ridotto a sfondo per fotografie. Le città contemporanee adorano produrre luoghi “instagrammabili”, spesso prima ancora di domandarsi quale storia stiano realmente raccontando.

La differenza verrà determinata dal processo. Un Paifang progettato insieme alla comunità, accompagnato da un lavoro storico e culturale serio e inserito in una visione più ampia dello spazio pubblico potrebbe diventare un riconoscimento autentico. Una struttura concepita soltanto come richiamo turistico rischierebbe invece di assomigliare a una scenografia, bellissima magari, ma fragile nel significato.

L’identità non si costruisce attraverso un solo monumento. Servono relazioni, iniziative culturali, tutela della memoria, ascolto degli abitanti e attenzione alle trasformazioni economiche che possono rendere un quartiere famoso ma sempre meno accessibile a chi lo ha costruito. Il Paifang potrebbe rappresentare una tappa di questo percorso, non la soluzione magica a ogni questione urbana. Anche perché, e noi nerd dovremmo saperlo bene, nessun artefatto leggendario risolve la trama da solo: conta sempre chi lo custodisce, come viene utilizzato e quale storia scegliamo di affidargli.

Milano è pronta a riconoscere la propria identità multiculturale anche attraverso i monumenti?

La possibile realizzazione del Paifang pone una domanda che supera i confini di via Paolo Sarpi. Le città europee stanno imparando, non senza contraddizioni, a rappresentare nello spazio pubblico comunità e culture che partecipano alla loro vita da generazioni. Monumenti, piazze e architetture raccontano sempre un’idea di società, anche quando fingiamo che siano soltanto decorazioni.

Milano ama descriversi come internazionale, aperta e proiettata verso il futuro. Un portale cinese potrebbe trasformare questa narrazione in un gesto visibile, purché non diventi una scorciatoia simbolica. Riconoscere una comunità significa anche ascoltarne le differenze interne, ricordarne la storia, comprenderne i cambiamenti e accettare che nessuna cultura sia immobile come un oggetto chiuso in una teca.

Forse il vero fascino del Paifang milanese risiede proprio qui. Prima ancora di essere costruito, ci costringe a ragionare su cosa significhi attraversare una soglia, appartenere a un luogo e vedere la propria memoria diventare parte del paesaggio condiviso. Potrebbe diventare un nuovo punto di riferimento della città oppure restare soltanto un progetto discusso e mai realizzato; intanto l’idea ha già aperto un confronto, e sarebbe interessante sapere cosa ne pensa chi vive via Paolo Sarpi ogni giorno, chi la frequenta da anni e chi l’ha scoperta tra un bao, una fumetteria e una serata con gli amici. Un Paifang sarebbe il simbolo giusto per la Chinatown di Milano oppure immaginate un progetto diverso, magari più contemporaneo? La soglia è ancora tutta da disegnare, e la conversazione può cominciare proprio da qui.

Note: AI-Generated Content

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Erika Snowhite

Mi chiamo Erika e osservo il mondo con la curiosità di chi cerca sempre una storia nascosta tra una luce al tramonto, il passo lento di una tartaruga e un’inquadratura perfetta. Amo la natura, la fotografia e gli animali, ma nella mia quotidianità trovano spazio anche serie fantasy, anime malinconici, videogiochi d’avventura, leggende antiche e personaggi femminili capaci di lasciare il segno. Ho un debole per le atmosfere misteriose, le storie che mescolano realtà e immaginazione e tutto ciò che riesce a trasformare un dettaglio apparentemente normale in qualcosa di memorabile.

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