Ci sono annunci che ti sorprendono, e poi c’è “Ninja Gaiden: Ragebound”. Lo abbiamo visto sfilare tra le rivelazioni più incendiarie dello State of Play, e ancora adesso siamo qui, a occhi sgranati, a scrollarci di dosso quella sensazione di ritorno al passato, ma con gli stivali a razzo del futuro. Sì, perché Ragebound non è solo un nuovo capitolo di una saga leggendaria: è una dichiarazione d’intenti. È il grido acrobatico di chi vuole restituire dignità, stile e brutalità old-school a una serie che ha forgiato intere generazioni di ninja digitali.
Ma facciamo un salto carpiato indietro. Dimentica Ryu Hayabusa per un momento. Il protagonista stavolta è Kenji Mozu, un allievo dai capelli rossi come il fuoco che ribolle sotto la sua katana. Kenji è il classico eroe che non ha chiesto nulla, ma si ritrova a dover combattere per tutto. Ryu è partito per l’America – se ricordi i titoli NES, sai già dove sta andando – e, bam, il villaggio Hayabusa viene invaso da demoni. E non stiamo parlando di pipistrelli e larve giganti: qui si scatenano orrori eldrich in pieno stile anime-horror anni ’90.
Ed è qui che The Game Kitchen, sì proprio quelli di Blasphemous (se non lo hai giocato, smetti di leggere e rimedia), ci regala una delle introduzioni più potenti mai viste in un platform 2D. Ragebound ruggisce, letteralmente, fin dai primi frame. Il gioco danza con la morte, con la luce e l’ombra della pixel art più raffinata che si sia mai vista, e con la musica che sembra evocata da un incantatore di synth maledetti. E chi c’è dietro la colonna sonora? Keiji Yamagishi, Ryuichi Niita, Kaori Nakabai. Roba da brividi lungo la spina dorsale dei fan storici.
Il gameplay è una sinfonia di precisione, stile e sangue. Kenji è veloce, ma non onnipotente. La sua katana fende, salta e ghigliottina, ma è nelle meccaniche avanzate che Ragebound comincia a far male – nel senso buono. Perché oltre al classico platforming ninja, ci sono armi secondarie, incantesimi oscuri, e soprattutto… Kumori. Eh sì, Kumori.
Chi è Kumori? Una ninja letale del Clan del Ragno Nero. Un’antagonista diventata alleata per disperazione. Una presenza duale che, letteralmente, si fonde con Kenji in un twist narrativo che ha il sapore di Evangelion e Venom insieme. La fusione ninja che ne scaturisce – con combo ibride, poteri devastanti e nuove dinamiche di combattimento – è una delle trovate più fighe che abbiamo visto negli ultimi anni.
La meccanica dell’Ipercarica è il pepe sul sushi. Uccidi con stile, alterna Kenji e Kumori nel modo giusto, e BAM! Un attacco speciale ti regala la sensazione di essere un dio ninja reincarnato. I nemici stessi sono progettati con un occhio maniacale alla sfida: aureole colorate indicano se serve l’intervento di uno o dell’altro personaggio, e ogni boss – rigorosamente gigantesco, orrendo e meccanicamente brillante – è una lezione di design in pixel art. E non parliamo solo di nemici: i livelli sono lunghi, pieni di segreti, sfide opzionali, collezionabili e platforming puro. Quello che una volta ci faceva bestemmiare sul NES e ora ci fa gioire perché, finalmente, un gioco ci tratta da gamer, non da turisti dell’azione.
A livello visivo, siamo di fronte a una vera e propria lettera d’amore agli anni ’80 e ’90, ma con una regia che grida 2025 da ogni frame. Le fiamme, i laser, le ombre… ogni dettaglio è curato fino all’ossessione. E gli sfondi? Gotici, oscuri, pieni di storia non detta – una narrativa ambientale che si respira, più che si legge. Unica pecca? Qualche livello un po’ troppo lungo e i checkpoint forse troppo rari in modalità difficile. Ma chi gioca a Ninja Gaiden per rilassarsi, sbaglia indirizzo. Questo è un tempio della sfida, non una spa per gamer casual.
Ninja Gaiden: Ragebound è nostalgia che si evolve, è un grido di battaglia in codice binario, è il sogno bagnato di ogni fan della saga. È un tributo feroce al passato, con lo sguardo affilato verso il futuro. Se ami i giochi che ti costringono a sudare ogni pixel, se sei cresciuto con il NES sotto il letto e la voglia di vendetta nel cuore, allora preparati: il clan Hayabusa è tornato. E questa volta non si limita a combattere. Brucia.
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