C’è qualcosa di magnetico nel nome Nemo. Un richiamo antico, che sa di mistero, di profondità oceaniche inesplorate, di lotta contro l’oppressione e di macchine straordinarie sospinte da ideali titanici. Jules Verne l’aveva capito bene, quando nel 1870 dava alle stampe Ventimila leghe sotto i mari, uno dei capolavori fondanti della letteratura fantascientifica. E proprio da lì, da quel mito inossidabile, nasce Nautilus, la nuova serie TV disponibile su Prime Video dal 29 giugno 2025 — in contemporanea con la messa in onda americana — e visibile anche su Sky Glass, Sky Q e Now Smart Stick. Una produzione internazionale ambiziosa, composta da dieci episodi rilasciati in blocco per la gioia dei binge-watcher, che promette di reinventare le origini del celebre Capitano… ma ci riesce davvero?
Dalle profondità della letteratura alle acque agitate dello streaming
Nautilus non ha avuto un viaggio facile. Concepita inizialmente per Disney+, la serie è stata messa in standby da Mickey Mouse in persona, forse perché troppo audace, forse perché inadatta al pubblico “family friendly” della piattaforma. A salvarla è intervenuta AMC, il network dietro The Walking Dead, che ha fiutato l’occasione di cavalcare la rinascita dei grandi racconti d’avventura in chiave moderna. Prime Video ha poi siglato l’accordo per portarla in tutto il mondo, Italia inclusa. Il risultato? Un prodotto visivamente ricco e narrativamente stratificato, che però paga lo scotto di voler essere tutto insieme: epico, sociale, drammatico e tecnologico.
La regia e la produzione, affidate a una squadra variegata con nomi come Michael Matthews, James Dormer e Xavier Marchand, si muovono tra suggestioni steampunk, atmosfere post-coloniali e dialoghi carichi di pathos. Le riprese, effettuate in Australia tra Gold Coast, Brisbane e il Queensland Parliament House, conferiscono alla serie un respiro internazionale. Ma nonostante gli sforzi produttivi e un cast ben assortito — Shazad Latif nei panni di Nemo, Georgia Flood come Humility Lucas, Richard E. Grant come guest star d’eccezione — la serie inciampa proprio lì dove avrebbe dovuto brillare: nella costruzione del mito.
Un giovane Nemo tra ingranaggi, vendetta e sogni infranti
Nautilus ci riporta nel 1857, in un’India ancora ferita e dominata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali. In questa versione, Nemo è un giovane principe indiano e brillante scienziato costretto ai lavori forzati in una colonia penale. Non è ancora il capitano solitario e sfuggente che conosciamo, ma un uomo che deve conquistarsi il suo destino. L’occasione arriva quando decide di guidare una rivolta per impadronirsi del sottomarino Nautilus, da lui stesso progettato, e sfuggire a un sistema che lo ha umiliato. Il resto è una fuga continua, un inseguimento senza sosta da parte del crudele direttore Crawley e degli emissari della Compagnia, nel cuore di oceani sconfinati.
La serie tenta di restituire a Nemo quella dimensione politica e filosofica che Verne aveva solo accennato ma che il tempo ha trasformato in simbolo. Eppure qualcosa si perde per strada. La narrazione, pur ricca di spunti, preferisce la via più semplice del dramma vendicativo a quella più tortuosa — e affascinante — del viaggio interiore. Nemo diventa così un eroe tormentato ma prevedibile, meno affascinante nella sua rabbia di quanto lo fosse nella sua enigmaticità letteraria. È un cambio di rotta che può piacere a chi cerca un ritmo serrato e azione continua, ma rischia di deludere chi cercava il senso della meraviglia e della scoperta tipico di Verne.
Estetica impeccabile, ma dov’è la magia del profondo?
Sul piano visivo, invece, Nautilus sa come colpire. Il design del sommergibile, l’illuminazione teatrale, i fondali marini cupi e affascinanti, tutto contribuisce a creare un mondo coerente, cupo, stratificato. Le scenografie sono degne delle migliori produzioni sci-fi e il tocco steampunk conferisce alla serie un’identità forte, quasi da graphic novel animata. Anche il comparto sonoro e gli effetti speciali fanno il loro dovere, regalando momenti di pura immersione — in tutti i sensi.
Tuttavia, se la forma convince, il contenuto spesso vacilla. La sceneggiatura, scritta da Dormer, non sempre riesce a mantenere il passo delle ambizioni visive. Le sottotrame vengono introdotte e abbandonate con una certa fretta, i personaggi secondari (pur interpretati da volti promettenti) faticano a emergere in un racconto che privilegia la velocità alla profondità. Anche il ritratto dell’antagonista, la Compagnia delle Indie, è fin troppo stereotipato, privo di quella complessità storica e morale che avrebbe potuto rendere il conflitto molto più interessante.
Fantascienza o fantasy storico?
Uno degli aspetti più intriganti di Nautilus è la sua identità ibrida. È una serie d’avventura? Una distopia storica? Una rilettura fantastica della colonizzazione britannica? Tutto e niente, verrebbe da dire. L’ambizione di toccare temi come la schiavitù, la ribellione, l’imperialismo e la lotta per la libertà è evidente, ma l’approccio narrativo sembra non voler approfondire davvero nessuno di questi. Questo crea un senso di disorientamento, come se la serie volesse fare il grande salto, ma rimanesse sospesa nell’aria, senza decidere dove atterrare.
Eppure, Nautilus possiede qualcosa di prezioso: il coraggio di reinventare un classico, di metterci mano con rispetto ma anche con una certa irriverenza. Non tutti i reboot hanno questa audacia, soprattutto quando si confrontano con mostri sacri come Verne. Se avesse trovato un equilibrio migliore tra azione e introspezione, tra spettacolo e filosofia, avrebbe potuto segnare una nuova era per gli adattamenti letterari sul piccolo schermo.
Una serie per nerd con il cuore a vapore… ma le eliche un po’ arrugginite
Insomma, Nautilus è un progetto interessante, visivamente suggestivo, che cerca di attualizzare uno dei personaggi più enigmatici della letteratura di avventura. È un’opera che punta tutto sull’estetica e sull’azione, sacrificando però parte di quella profondità che rende immortali i racconti di Verne. L’epica si trasforma in drama, l’ideale in vendetta, l’ignoto in routine.
Tuttavia, per noi nerd e appassionati di storie steampunk, di leggende reinventate e di mondi sommersi, questa serie rimane un’esperienza da fare. Magari con lo spirito critico acceso, ma anche con la voglia di tornare, almeno per un po’, a sognare sotto il livello del mare.
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