Qualcosa nell’aria stamattina sa di fine livello, di schermata nera dopo i titoli di coda, di quell’attimo sospeso in cui lasci il pad sul tavolo e resti lì a fissare il vuoto perché dentro hai ancora addosso tutto — le risate, il casino, la polvere, i colori — e il COMICON Napoli 2026 è diventato esattamente questo: un’esperienza che non si spegne quando esci dai cancelli della Mostra d’Oltremare, ma continua a vibrare nelle conversazioni, nelle foto salvate male in galleria, nei piedi distrutti e nel cervello che rifiuta di tornare alla modalità “vita normale”.
Quattro giorni che sembrano un arco narrativo completo, di quelli che partono con l’hype e finiscono con quel senso di malinconia strana che conosciamo tutti, la stessa che provi quando chiudi un manga che ti ha accompagnato per anni o quando finisci una stagione che non volevi finisse davvero, e Napoli in quei giorni si trasforma, cambia frequenza, diventa un nodo di connessione tra mondi diversi, tra gente che magari nella vita quotidiana non si sarebbe mai incrociata e che invece si ritrova a ridere insieme per una reference a Scrubs o a perdere la voce davanti a un panel che sembrava impossibile anche solo immaginare qualche anno fa.
Camminare tra i padiglioni significava passare da un universo all’altro senza soluzione di continuità, come se qualcuno avesse deciso di rompere le barriere tra fumetto, videogiochi, anime, musica e cinema e lasciare che tutto si contaminasse liberamente, e forse è proprio questo il punto, quello che rende questo festival diverso da tutto il resto: non è una somma di eventi, è una specie di ecosistema narrativo in cui ogni cosa influenza l’altra, dove il cosplay non è solo costume ma storytelling, dove un talk non è solo un incontro ma una collisione tra immaginari.
I numeri fanno girare la testa — centinaia di migliaia di persone, centinaia di ospiti, un’infinità di eventi — ma ridurre tutto a una questione di statistiche sarebbe un errore gigantesco, perché quello che resta davvero è l’energia, quella roba invisibile che senti quando sei in mezzo alla folla e ti accorgi che tutti stanno vivendo la stessa identica cosa, anche se in modi completamente diversi, ed è lì che capisci perché questo festival continua a crescere fino a diventare uno dei punti di riferimento in Europa, non solo per dimensione ma per identità.
E poi ci sono i momenti, quelli che non pianifichi, quelli che non trovi nel programma ufficiale, come ritrovarti a pochi metri da John C. McGinley mentre parla con una naturalezza disarmante, o assistere a un dialogo surreale tra Caparezza e Luca Parmitano e pensare che sì, questa è esattamente la definizione di cultura pop contemporanea: uno spazio in cui musica, scienza e immaginazione si intrecciano senza chiedere il permesso a nessuno.

Tra le presenze che hanno lasciato il segno, impossibile non citare Kazuhiko Torishima, una di quelle figure che stanno dietro le quinte ma che hanno cambiato per sempre il modo in cui leggiamo il manga, o Makoto Yukimura che porta con sé il peso epico e malinconico di Vinland Saga, o ancora Troy Baker che con la sua voce ha letteralmente ridefinito il concetto di narrazione videoludica grazie a The Last of Us, e mentre ascolti queste persone parlare ti rendi conto che stai assistendo a qualcosa che va oltre il semplice fandom, è una specie di lezione collettiva su come nascono i mondi che amiamo.
E poi lui, il Magister, Leo Ortolani, che rappresenta una di quelle anomalie meravigliose del fumetto italiano, capace di farti ridere fino alle lacrime e un secondo dopo colpirti con una verità che non ti aspettavi, un autore che ha trasformato Rat-Man in qualcosa di più di una semplice parodia, rendendolo uno specchio deformante della nostra generazione, e vedere un festival intero orbitare attorno alla sua visione è stato come entrare dentro una delle sue storie, con quel mix perfetto di nonsense e lucidità che ti spiazza e ti conquista.
Girando tra gli stand, tra un acquisto impulsivo e una chiacchiera infinita, si percepiva chiaramente che il COMICON non è più solo un evento, è diventato un linguaggio, una piattaforma dove la cultura nerd si racconta da sola senza bisogno di traduzioni, dove il K-pop convive con il fumetto underground, dove una DJ come Naz Chris può dialogare idealmente con un mangaka come Shintaro Kago e nessuno trova la cosa strana, anzi, è proprio lì che nasce la magia.
E mentre tutto questo succedeva, tra un panel e un selfie, tra una corsa per non perdere un evento e un momento rubato per respirare, si faceva strada una sensazione più grande, più profonda, difficile da spiegare senza sembrare retorici: stare insieme, davvero, condividere spazi, passioni, idee, in un’epoca in cui tutto sembra spingere verso l’isolamento digitale, è già di per sé un atto quasi rivoluzionario, e forse è proprio questo il vero messaggio che ci portiamo a casa, più ancora degli annunci, degli ospiti o delle anteprime.
E non finisce davvero qui, perché Napoli ha già un altro colpo pronto, con la mostra dedicata a Robert Crumb che trasformerà il Maschio Angioino in un nuovo punto di pellegrinaggio nerd, e mentre già si guarda alla prossima edizione con quella fame di futuro che conosciamo fin troppo bene, resta addosso quella sensazione strana, quella che ti fa aprire la galleria del telefono e ricominciare da capo, come se potessi tornare indietro di qualche ora.
La verità è che certe esperienze non si chiudono, si trasformano, si sedimentano, diventano storie da raccontare, meme, ricordi condivisi, discussioni infinite su Discord e sotto i post, e forse è proprio questo il bello: il festival finisce, ma la community no, continua a scrivere il suo capitolo ogni giorno.
Adesso sono curioso davvero: qual è stata la scena che ti è rimasta incollata addosso, quella che ti ha fatto dire “ok, ne è valsa la pena anche solo per questo”? Raccontiamocelo qui sotto, senza filtri, come si fa tra nakama.
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