C’è qualcosa di irresistibilmente affascinante in quelle storie di fantascienza che non si limitano a mostrarci astronavi scintillanti, pianeti remoti e tecnologie iper-avanzate, ma ci prendono per mano e ci portano a riflettere su chi siamo. È esattamente questo il caso di Murderbot, la nuova serie Apple TV+ approdata sulla piattaforma il 16 maggio 2025, tratta dai romanzi pluripremiati The Murderbot Diaries di Martha Wells. Una serie che, già dal trailer, prometteva scintille – e che, con i suoi dieci episodi, si è rivelata un piccolo esperimento emozionale sotto la corazza di metallo e circuiti.
Ma non lasciatevi ingannare dal titolo: Murderbot non è il classico thriller cupo e violento su robot assassini. Certo, il protagonista – interpretato da un sorprendente Alexander Skarsgård – nasce come unità di sicurezza, programmato per difendere gli umani su pianeti alieni. Ma qui sta il colpo di genio: Murderbot ha hackerato il proprio modulo di controllo. Ha acquisito la consapevolezza di sé e, insieme a essa, un’imprevista gamma di emozioni. E cosa fa il nostro cyborg appena libero? No, non trama piani per dominare il mondo. Si chiude in sé stesso, evita lo sguardo degli altri e passa le ore a guardare soap opera futuristiche come Sanctuary Moon. Un comportamento che, ammettiamolo, ci suona fin troppo umano.
La serie diretta dai fratelli Chris e Paul Weitz (About a Boy, Mozart in the Jungle) oscilla tra sci-fi, thriller e comedy, ma con un tono che non sempre trova un equilibrio perfetto. La satira sociale a tratti appare forzata, e il voice over di Murderbot, per quanto centrale per comprendere la sua interiorità, rischia talvolta di appesantire la narrazione. Eppure, è proprio nella seconda metà della stagione che lo show trova finalmente la sua voce: quando smette di cercare battute facili e si concentra invece sull’evoluzione emotiva del protagonista e sulle sue interazioni con figure come Gurathin e la dottoressa Mensah. È lì che la storia comincia a pulsare davvero, mostrando un androide che non ha nulla di iper-tecnologico nel modo in cui affronta la propria esistenza, ma anzi, sembra piuttosto un outsider introverso, quasi uno spettro autistico, intrappolato in un ruolo che non ha scelto.
Alexander Skarsgård è il cuore pulsante della serie. L’attore svedese, già amato per ruoli iconici come Eric Northman in True Blood e Perry Wright in Big Little Lies, qui regala un’interpretazione stratificata, capace di passare dal dramma alla commedia con un semplice sguardo. Attorno a lui ruota un cast interessante – David Dastmalchian, Noma Dumezweni, Sabrina Wu, Akshay Khanna, Tattiawna Jones, Tamara Podemski – scelto con intelligenza per lasciare spazio all’androide protagonista e ai suoi silenzi tanto quanto ai dialoghi. Le interazioni tra umani e macchina regalano momenti che sfiorano il comico ma anche punte di autentico dramma, e creano un tessuto narrativo che, pur con qualche sbavatura, tiene incollati allo schermo.
Dal punto di vista visivo, Murderbot non punta all’effetto-wow continuo, ma costruisce un universo credibile, fatto di dettagli quotidiani più che di colossali scenari epici. E questo è un pregio: perché il vero centro della serie non è l’azione spettacolare, ma il viaggio interiore di un essere artificiale che si interroga sul proprio posto nel mondo. La ribellione, qui, non è tanto contro gli umani quanto contro la solitudine e l’assenza di senso. Murderbot non vuole uccidere: vuole solo essere lasciato in pace a guardare le sue serie preferite. Una metafora potente, che ci sbatte in faccia la nostra stessa tendenza a rifugiarci nell’intrattenimento quando il mondo ci diventa insopportabile.
La vera originalità di Murderbot sta proprio nel punto di vista scelto: non quello degli umani spaventati dall’IA, ma quello dell’intelligenza artificiale stessa. Un androide che non capisce gli umani, ma li osserva con un misto di curiosità e affetto, quasi con un senso di protezione. È un ribaltamento intrigante rispetto alle classiche narrazioni su macchine ribelli, da 2001: Odissea nello Spazio a Westworld. E non è un caso che la voce narrante sia proprio la sua: ci permette di entrare nei suoi pensieri, di sentire le sue ansie e le sue paure, di scoprire quanto possa essere universale il desiderio di essere liberi… o almeno di avere un momento di pace sul divano.
Murderbot non è una serie perfetta, ma ha qualcosa che molte produzioni sci-fi recenti non riescono nemmeno a sfiorare: un’anima. È un racconto che parla di IA, certo, ma soprattutto di noi. Dei nostri dubbi, delle nostre solitudini, del bisogno disperato di sentirci più di quello che il mondo si aspetta da noi. E se ci sarà una seconda stagione – come sussurrano i rumor – sarà interessante vedere se la serie saprà maturare, proprio come il suo protagonista, e trovare finalmente una coerenza narrativa più solida.
E voi, avete già visto Murderbot su Apple TV+? Vi ha conquistati o vi ha lasciati perplessi? Raccontatemi le vostre impressioni nei commenti o, perché no, condividete l’articolo sui vostri social per capire quanti dei vostri amici si sono già innamorati di questo androide così umano. Perché, in fondo, chi non ha mai voluto premere il tasto “pausa” sul mondo e rifugiarsi in una soap opera interstellare?
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