Alcuni autori li scopri. Altri, invece, ti aspettano già da qualche parte della tua vita, magari nascosti tra le pagine ingiallite di una rivista trovata in edicola da ragazzino, in mezzo ai poster di Akira, ai VHS consumati di Conan il ragazzo del futuro e a quelle domeniche pomeriggio passate a sfogliare fumetti mentre fuori il mondo sembrava muoversi troppo veloce. Sergio Toppi appartiene a quella seconda categoria. Non è semplicemente un fumettista straordinario, e definirlo “illustratore” è quasi riduttivo. Toppi è uno di quegli artisti che cambiano il modo stesso in cui guardi il fumetto, il bianco e nero, la composizione della pagina. Ti obbliga a rallentare. Ti costringe a entrare dentro l’immagine.
Ed è impossibile non provare quella sensazione davanti a “Momotaro”, il volume ripubblicato da Edizioni NPE che riporta finalmente alla luce una delle opere più affascinanti e spirituali del maestro milanese, restituendola nel suo bianco e nero originale, quello vero, quello che graffia la carta e lascia addosso il peso delle ombre. Una scelta che, per chi conosce Toppi davvero, ha quasi qualcosa di sacro. Perché il colore, nei suoi lavori, era spesso un’estensione emotiva, certo, ma il bianco e nero era il luogo dove il suo tratto diventava assoluto, quasi rituale.
La leggenda di Momotaro, il “ragazzo della pesca”, fa parte del folklore giapponese da secoli. Chi è cresciuto divorando anime negli anni Novanta, passando da Ken il Guerriero a Inuyasha, da Miyazaki alle prime scan tradotte male nei forum italiani del web 1.0, riconosce immediatamente quel tipo di atmosfera. Foreste antiche, spiriti che osservano silenziosi, demoni che non sono mai soltanto mostri ma incarnazioni di squilibri interiori, natura che respira come una creatura viva. Però Toppi non si limita a illustrare una fiaba orientale. Sarebbe stato troppo semplice. Lui la smonta, la attraversa, la ricostruisce secondo la sua grammatica visiva fatta di linee spezzate, vuoti improvvisi, verticalità quasi impossibili e tavole che sembrano dipinti sciamanici più che pagine di fumetto.
Leggere “Momotaro” oggi produce una sensazione stranissima, soprattutto per chi arriva da decenni di cultura pop contemporanea dominata da velocità, scrolling compulsivo e narrazioni che spesso hanno paura del silenzio. Toppi, invece, del silenzio faceva materia narrativa. Gli animali che accompagnano il protagonista non parlano quasi mai davvero, eppure sembrano custodire verità enormi. Gli alberi incombono sulle vignette come divinità dimenticate. I demoni non entrano in scena per creare spettacolo ma per mettere alla prova l’anima del protagonista. Tutto sembra sospeso in una dimensione mitologica che ricorda certi racconti di Kurosawa, alcune suggestioni dello Studio Ghibli più spirituale e persino il fantasy contemplativo che oggi vediamo riaffiorare in tanti videogiochi indie giapponesi.
E la cosa incredibile è che “Momotaro” riesce ancora a sembrare modernissimo pur essendo figlio di un altro tempo creativo, di un’epoca in cui il fumetto italiano sperimentava davvero senza preoccuparsi troppo degli algoritmi, del marketing tossico o delle metriche social. Toppi arrivava da una generazione di autori che trattavano la tavola come territorio da conquistare. Non esisteva la gabbia rigida. Non esisteva la comfort zone narrativa. Ogni pagina diventava un ecosistema autonomo.
Chi ha vissuto gli anni delle riviste come Sergio Bonelli Editore, “Orient Express”, “L’Eternauta” o “Corto Maltese” sa bene cosa significasse imbattersi in una storia di Toppi. Era un’esperienza quasi destabilizzante. In mezzo a fumetti magari più tradizionali, più leggibili nel senso classico del termine, comparivano improvvisamente queste architetture grafiche folli, elegantissime, dove le vignette si rompevano, si allungavano, si dissolvevano dentro il disegno stesso. Eppure funzionava tutto. Anzi, proprio quel caos apparente diventava armonia.
“Momotaro” arriva da quella scuola lì. Da un autore che non ha mai avuto bisogno di inseguire le mode perché sembrava sempre vivere dieci anni avanti rispetto agli altri. Pubblicata originariamente su “Il Giornalino” tra settembre e ottobre del 2001, la storia porta dentro di sé anche qualcosa di molto preciso dal punto di vista storico e culturale. Era il periodo in cui il Giappone continuava a esercitare un fascino enorme sull’immaginario nerd occidentale, ma senza ancora essere stato completamente metabolizzato dal mainstream globale come accade oggi. Non esisteva TikTok pieno di aesthetic anime. Non esistevano influencer che trasformavano il folklore giapponese in trend da quindici secondi. Bisognava cercare quelle atmosfere, conquistarle, studiarle.
Toppi lo faceva da artista vero. Non appropriandosi di simboli orientali per estetica superficiale, ma dialogando con essi. Per questo il suo Giappone non sembra mai turistico o costruito. Sembra vissuto spiritualmente. Ogni stregone, ogni montagna, ogni creatura che emerge dalle tenebre appare parte di una cosmologia coerente, antica, quasi inevitabile.
La forza devastante del volume, però, resta il modo in cui riesce a parlare ancora oggi di equilibrio, crescita e responsabilità morale senza mai diventare predicatorio. Momotaro è un eroe puro, sì, ma non nel senso banale del termine. Non è il protagonista invincibile modellato sulla spettacolarizzazione moderna dell’epica. È fragile, immerso in un mondo troppo grande, continuamente attraversato dal dubbio e dal peso del destino. Ed è qui che Toppi diventa gigantesco. Perché trasforma una fiaba in qualcosa di universale. Una riflessione sul rapporto tra uomo e natura, tra forza e armonia, tra oscurità interiore e possibilità di redenzione.
Guardando certe tavole viene quasi da pensare a quanto il fumetto contemporaneo abbia perso il coraggio del tempo lento. Oggi siamo sommersi da splash page costruite per diventare screenshot social, da serie pensate già come storyboard per adattamenti streaming. Toppi apparteneva a una dimensione diversa. Le sue immagini non chiedevano approvazione immediata. Ti sfidavano. Ti facevano sentire piccolo davanti alla grandezza del segno.
E forse è proprio questo il motivo per cui “Momotaro” continua a colpire così forte anche una generazione cresciuta tra anime in simulcast, videogame open world e intelligenza artificiale generativa. Perché dentro quelle pagine si percepisce qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare troppo facilmente: il valore dell’immaginazione costruita a mano, del tratto umano che sbaglia, sporca, graffia e proprio per questo comunica emozioni autentiche.
Chi conosce già Sergio Toppi probabilmente ritroverà in questo volume una delle espressioni più pure della sua poetica. Chi invece lo incontra per la prima volta potrebbe vivere quella sensazione rarissima che capita poche volte nella vita di un lettore: accorgersi improvvisamente che il fumetto può essere molto più grande di quanto immaginasse.
E in fondo è anche questo il bello di opere come “Momotaro”. Non appartengono davvero al passato. Restano lì, sospese, pronte a parlare ogni volta a una generazione diversa. Magari cambiando forma dentro gli occhi di chi legge. Magari accendendo discussioni infinite tra chi ama il manga classico, il fumetto d’autore europeo, il fantasy spirituale o semplicemente le storie capaci di lasciare addosso una sensazione difficile da spiegare.
Perché alcune tavole non si leggono soltanto. Si attraversano. E chi è cresciuto davvero dentro la cultura nerd, quella fatta di notti passate tra fumetterie, forum, anime registrati su VHS e copertine consumate dallo zaino, probabilmente sa esattamente di cosa sto parlando.
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