Milano fuori dalla finestra ha quel grigio che sembra disegnato con una Bic scarica. Il telefono vibra, un messaggio, poi un altro. Il nome che non vorresti leggere. Matteo. Matteo Fumagalli. Per molti Fumatto. Per me, prima di tutto, un compagno di strada. Un creativo che sapeva trasformare lo scotch in pelle viva e una penna Bic in bisturi emotivo. Un uomo che rideva forte, che osservava in silenzio, che sapeva sporcare le mani e poi cancellare tutto per ricominciare da capo. Dal fare al disfare, sempre.
Qualche giorno fa se n’è andato troppo presto. E la parola “prematuramente” non basta. Non contiene. Non spiega.
Con Matteo ho condiviso progetti, notti infinite di allestimenti, telefonate all’alba prima di un evento impossibile. In Filmmaster abbiamo respirato la stessa adrenalina. Ricordo ancora l’energia di certe produzioni mastodontiche, i documenti di gara che sembravano usciti da un sogno barocco contemporaneo. Matteo stava lì, con lo sguardo acceso. Non era solo un visual designer. Era un rabdomante di senso.
Nato a Milano nel 1976, diplomato in comunicazione visiva, specializzato in animazione alla scuola di cinema. Ma queste sono coordinate, non sono l’essenza. L’essenza era la sua fame di linguaggio. La sua capacità di muoversi dalla plastilina ai muri, dalle resine alle carte da parati, dai set di moda alle collaborazioni con brand che cercavano un’anima oltre il logo.
Aveva lavorato nello studio di Fusako Yusaki, modellando cartoni animati in plastilina per la RAI. Aveva attraversato il design con Mumblemumble, portando le resine di Gobetto, l’eredità di Gaetano Pesce, dentro superfici che sembravano respirare. Aveva calcato il Salone del Mobile, la Triennale, la Milano Fashion Week. Eppure, non l’ho mai sentito parlare di “carriera”. Parlava di ricerca. Di esperimenti. Di tentativi.
Il suo progetto Scotch&Bic era un manifesto silenzioso.
Nastro adesivo e penna economica. Materiali ruvidi, imperfetti, che non concedono seconde possibilità. Li usava per raccontare l’uomo contemporaneo, l’ansia del tempo che scorre, la scelta giusta o sbagliata che ti resta incollata addosso. La serie Mr. White Rabbit era un pugno allo stomaco dolcissimo: il coniglio che corre, l’orologio che incombe, la fragilità che si stratifica come scotch su carta.
Matteo amava giocare con l’arte, ma non la trattava mai come un giocattolo. Ricordo la sua reinterpretazione di “Le déjeuner sur l’herbe” di Édouard Manet, trasformata in Bic-Nic. Un gioco di parole che sembrava leggero, quasi ironico. In realtà era una dichiarazione di guerra gentile alla sacralità immobile del classico. Non cambiava il soggetto, cambiava il metodo. E nel metodo, nel gesto, nel materiale povero, stava la rivoluzione.
Con ARTape aveva preso l’idea di rielaborazione e l’aveva spinta oltre. L’arte come nastro che si attacca e si stacca. Come identità che si costruisce per stratificazioni, e che può essere strappata via lasciando un’ombra, un segno. L’uomo al centro, sempre. L’uomo come processo.
Negli anni aveva collaborato con Officine Panerai, disegnando orologi e barche che sembravano pronti a salpare in un mare immaginario. Aveva creato linee di carte da parati per Wallpepper. Aveva intrecciato tessuti preziosi con Faina per Bougeotte, ricami che sembravano raccontare storie senza parole. Nel 2022 aveva co-fondato Colla Super, spazio di ricerca contemporanea. Un nome che oggi suona quasi profetico.
E poi c’era il lato che non finisce nei comunicati.
Le chiacchierate dopo un evento, seduti su una cassa di legno, con le mani sporche di emozioni. Le risate sulle follie del nostro mondo creativo. Le discussioni accese sulla società, sui cambiamenti, sulla responsabilità di chi comunica per immagini.
Matteo aveva una sensibilità sociale rara. Non disegnava solo volti. Disegnava inquietudini. Interrogava il presente. Era un osservatore attento, quasi spietato, ma mai cinico. Sapeva che l’arte non salva il mondo, ma può graffiarlo. Può lasciargli un segno.
Ho o sempre creduto che dietro un fumetto, un’illustrazione , un evento, non si nasconda infantilismo ma cultura. Matteo era la dimostrazione vivente di quella missione. Un artista capace di passare da un cartoon in plastilina a un gala internazionale, senza perdere autenticità. Senza indossare maschere.
Ripenso a quante volte abbiamo parlato del tempo. Del fatto che tutto scorre. Che le idee vanno afferrate prima che evaporino. Lui lo faceva davvero. Afferrava. Strappava. Incollava. Ricostruiva.
Oggi Milano sembra più silenziosa. Forse è solo una mia illusione. Forse il rumore è lo stesso, ma manca una voce. Manca quella risata che riempiva uno studio. Manca quella capacità di guardare un problema e dire: proviamo a farlo al contrario.
Buon viaggio, Matt.
Non userò parole solenni. Non ti somigliano. Preferisco immaginarti con una Bic in tasca e un rotolo di scotch in mano, pronto a incollare un’altra idea da qualche parte che non sappiamo nominare.
Alla nostra community, a chi lo ha conosciuto, a chi ha incrociato una sua opera senza sapere chi ci fosse dietro, chiedo solo una cosa: fermatevi un attimo davanti a un suo lavoro. Guardate le stratificazioni. Le imperfezioni. Il coraggio di usare materiali poveri per parlare di cose immense.
E poi raccontatemi cosa vi resta addosso.
Perché l’arte di Matteo non finisce qui.
Si attacca. E resta.
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