C’è un momento, nella vita di ogni appassionato di cinema e fumetti, in cui ci si ritrova a parlare di cinecomics come fossero reliquie di un’epoca dorata: ci si emoziona ricordando il primo Iron Man, ci si commuove davanti al mantello svolazzante di Batman secondo Tim Burton, si sorride pensando al Thor biondissimo o a quel Hulk che oggi sembra preistoria. Eppure, tra reboot e sequel, c’è un titolo che raramente salta fuori nelle discussioni, se non tra chi ha una memoria da collezionista incallito: Masters of the Universe del 1987. Il film che portò sul grande schermo le avventure di He-Man, Skeletor e dell’epica battaglia per il Castello di Grayskull. Un’opera che oggi è un feticcio da videoteca polverosa, ma che meriterebbe un posto di rilievo nei manuali della pop culture. Nato per cavalcare l’onda del successo dei giocattoli Mattel e della serie animata di Filmation, il film diretto da Gary Goddard non era solo un’operazione commerciale: era un tentativo di trasformare il coloratissimo universo di Eternia in un’epopea fantasy-scifi degna del grande schermo. A interpretare il possente He-Man fu scelto Dolph Lundgren, reduce dal ruolo di Ivan Drago in Rocky IV e già pronto a brandire spadone e pistola laser. Al suo fianco, un cast che ancora oggi sorprende: Frank Langella, mascherato e irresistibile nei panni di Skeletor; Meg Foster, inquietante e magnetica come Evil-Lyn; Chelsea Field e Jon Cypher nei ruoli di Teela e Man-At-Arms; e una giovanissima Courteney Cox, ben prima di Friends, nei panni della terrestre Julie Winston.
La trama, che mescola fantasy e fantascienza, si apre su un evento epocale: Skeletor, dopo anni di battaglie, conquista il Castello di Grayskull e cattura la Maga Sorceress, custode dei segreti di Eternia. Il suo piano è sfruttare l’Occhio delle Galassie, un portale cosmico capace di garantirgli un potere illimitato. Ma non tutti i guerrieri di Eternia sono caduti: He-Man, Man-At-Arms, Teela e il piccolo inventore Gwildor riescono a sottrarsi alla cattura e tentano un’incursione disperata nel trono di Skeletor. La missione fallisce, ma Gwildor usa la sua “Chiave Cosmica” per aprire un portale che li catapulta sulla Terra, dove incontrano Julie e il suo amico Kevin.
Da quel momento, la caccia si sposta tra le strade del nostro mondo, con Skeletor che invia Evil-Lyn e un manipolo di guerrieri per catturare He-Man e umiliarlo di fronte a tutto l’universo. Lo scontro diventa inevitabile e, in un crescendo da space opera anni ’80, il bene e il male si affrontano in una battaglia che culmina in un duello epico tra He-Man e Skeletor. Spade, raggi energetici, frasi solenni e l’inevitabile “Io ho il Potere!” gridato con il Castello di Grayskull sullo sfondo: puro culto.
Eppure, per quanto affascinante, il film arrivò fuori tempo massimo. Nel 1987 il fenomeno dei Masters era già in declino, e la Cannon Films – che in quegli anni collezionava flop come Superman IV – non aveva il budget necessario per dare a Eternia la grandeur che meritava. Gran parte dell’azione venne spostata sulla Terra per contenere i costi, un espediente narrativo che fece storcere il naso ai fan ma che oggi, col senno di poi, è parte del suo fascino kitsch. Mancavano personaggi iconici come Orko (troppo costoso da realizzare in live-action) e Battle Cat, ma in compenso nacque Gwildor, un sostituto low budget con abbastanza personalità da diventare cult a sua volta.
Sul piano tecnico, gli effetti speciali non potevano competere con i blockbuster dell’epoca, ma c’era un cuore pulsante dietro le limitazioni. Gary Goddard dichiarò di voler rendere omaggio a Jack Kirby, il leggendario “King of Comics”, e anche se il maestro non poté essere coinvolto, alcune inquadrature e scelte estetiche conservano quell’eco di grande fumetto avventuroso. Frank Langella, in particolare, regalò a Skeletor una profondità inattesa, recitando con una passione che andava oltre il semplice film su giocattoli – lo fece, disse, per il figlio fan dei Masters, e si vede.
Il destino del film fu segnato: incassi deludenti, critiche tiepide e il sogno di un sequel (anticipato da una scena post-credit con Skeletor che riemerge dall’abisso) cancellato per questioni di diritti e soldi. Negli anni, ci furono tentativi di riportare He-Man al cinema – dal chiacchierato progetto di John Woo a voci su una versione in stile 300 prodotta dalla Warner Bros – ma nessuno si concretizzò fino ai recenti revival animati su Netflix.
Oggi, Masters of the Universe è un’opera che vive grazie alla nostalgia e alla rivalutazione dei cult minori. Non è un film perfetto, ma è un tassello fondamentale di quella stagione in cui Hollywood provava a trasformare in carne e ossa gli eroi di plastica delle camerette anni ’80. Guardarlo oggi è come aprire un portale nella memoria, dove il kitsch si mescola all’epica e il sorriso si alterna alla meraviglia. E quando Dolph Lundgren alza la spada al cielo, per un attimo, crediamo davvero che il Potere sia nostro.
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