Sessant’anni dopo il suo ingresso trionfale nella vita di Peter Parker, Mary Jane Watson continua a essere uno di quei personaggi capaci di raccontare la storia dei fumetti americani quasi meglio degli eroi in costume. Ha attraversato mode, rivoluzioni editoriali, retcon devastanti, universi alternativi, matrimoni cancellati, adattamenti cinematografici e videogiochi, conservando una qualità che persino molti superesseri Marvel hanno perso lungo la strada: la capacità di sembrare autenticamente umana. Marvel celebra questo anniversario con Mary Jane: Face It, Tiger #1, speciale in uscita negli Stati Uniti il 5 agosto 2026 che prova finalmente a osservare MJ senza usarla soltanto come specchio sentimentale di Spider-Man. Un gesto editoriale atteso da tempo, perché ridurre Mary Jane alla fidanzata dai capelli rossi significa dimenticare tutto ciò che ha rappresentato per generazioni di lettori: attrice, modella, imprenditrice, moglie, vedova possibile, confidente, combattente, supereroina e soprattutto donna costretta a ricostruire continuamente la propria identità dentro un universo narrativo che spesso sembrava interessato più al suo rapporto con Peter che ai suoi desideri.
La sua storia editoriale comincia prima ancora che il pubblico possa guardarla in volto. Steve Ditko la trasforma inizialmente in una presenza fuori campo, quasi una leggenda metropolitana domestica alimentata dalle conversazioni tra zia May e Anna Watson. Mary Jane compare parzialmente già in The Amazing Spider-Man numero 25, pubblicato nel giugno del 1965, ma una pianta sistemata strategicamente davanti al suo viso impedisce ai lettori di scoprirne l’aspetto. È una gag, certo, eppure contiene già una forma primordiale del suo destino: tutti parlano di lei, tutti sembrano sapere chi dovrebbe essere, mentre la persona reale rimane nascosta dietro l’immagine che gli altri hanno costruito. La rivelazione arriva con The Amazing Spider-Man numero 42 del novembre 1966, quando John Romita Sr. le regala capelli rossi, presenza scenica e una sicurezza lontanissima dall’archetipo della ragazza timida in attesa dell’eroe. Mary Jane entra nella stanza e si prende la pagina, salutando Peter con quella celebre battuta sul jackpot che sarebbe diventata una delle introduzioni più riconoscibili della storia Marvel. Una frase irresistibile, replicata ovunque, diventata poster, citazione, omaggio e perfino titolo dello speciale celebrativo. Anche una gabbia, però, perché per decenni MJ è rimasta legata all’idea del premio vinto da Peter Parker, quasi fosse un trofeo romantico assegnato al protagonista dopo una lunga serie di disastri sentimentali.
Mary Jane non è mai stata un jackpot. È sempre stata una giocatrice seduta allo stesso tavolo, spesso con carte peggiori e molte meno protezioni narrative. Dietro l’apparente leggerezza della ragazza mondana, innamorata delle feste e allergica alle responsabilità, gli autori avrebbero gradualmente rivelato una famiglia segnata dalla violenza, dall’instabilità e dall’abbandono. Il sorriso di MJ non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla necessità di sopravvivere senza permettere agli altri di vedere quanto facciano male. La sua ironia diventa un’armatura più credibile di molte corazze costruite nei laboratori Marvel, mentre la carriera nello spettacolo rappresenta insieme un’ambizione reale e il tentativo di controllare l’immagine che il mondo continua ad attribuirle. Recitare significa scegliere quale volto mostrare, decidere cosa nascondere, trasformare la vulnerabilità in performance. Una dinamica perfettamente coerente con una donna innamorata di un uomo che passa la vita dietro una maschera, anche se per ragioni differenti. Peter indossa il costume per proteggere la propria identità; Mary Jane impara a interpretare ruoli per difendere la parte più fragile di sé.
La relazione con Peter Parker diventa inevitabilmente il centro di molte delle sue storie, ma ridurla alla dimensione romantica cancella il coraggio necessario per amare Spider-Man. MJ conosce il segreto di Peter, comprende il prezzo fisico e psicologico della sua missione e sceglie comunque di restare. Non perché sia incapace di vivere senza di lui, bensì perché vede l’uomo dietro il costume con una lucidità che pochi altri personaggi possiedono. La loro unione matrimoniale, celebrata nei fumetti nel 1987, cambia profondamente entrambi. Peter smette di essere soltanto il ragazzo eternamente sfortunato e diventa un adulto costretto a condividere conseguenze e paure; Mary Jane non diventa semplicemente “la signora Parker”, ma una coprotagonista della sua quotidianità, capace di sostenerlo senza trasformarsi nella santa paziente destinata ad aspettare accanto alla finestra. In storie come L’ultima caccia di Kraven, il matrimonio non appare come un ostacolo all’avventura, ma come una fonte di profondità emotiva. Mentre Peter viene sepolto, spezzato e sostituito simbolicamente dal suo nemico, MJ percepisce che qualcosa non torna, resiste all’angoscia e continua a credere nel legame costruito insieme. J.M. DeMatteis aveva compreso perfettamente quanto quella relazione potesse rendere Spider-Man più complesso, non meno interessante.
Poi arrivò One More Day, ferita editoriale che ancora oggi basta nominare per trasformare una conversazione pacifica tra fan dell’Uomo Ragno in una riunione straordinaria del Consiglio Jedi durante la caduta della Repubblica. Peter e Mary Jane sacrificano il proprio matrimonio attraverso un patto con Mefisto per salvare zia May, modificando la realtà e cancellando anni di vita condivisa. La scelta voleva restituire Peter alla condizione di giovane single perennemente in difficoltà, ma finì per colpire soprattutto MJ, privata di una parte fondamentale della sua evoluzione perché incompatibile con una precisa idea commerciale del protagonista. Molti lettori non hanno mai davvero accettato quella separazione, non soltanto per nostalgia romantica, ma perché rappresenta una regressione: due personaggi cresciuti insieme vengono ricondotti a una dinamica precedente, come se la maturità fosse un bug da correggere invece di una possibilità narrativa. Mary Jane, tuttavia, ha continuato a esistere anche fuori da quel matrimonio cancellato. Ha lavorato, fallito, ricominciato, affrontato stalker, criminali e creature aliene, dimostrando che la propria identità non dipendeva da un anello né dalla presenza costante di Peter.
Per gran parte della sua storia MJ non ha posseduto superpoteri, caratteristica che l’ha resa paradossalmente una delle figure più coraggiose dell’universo di Spider-Man. Sapeva di poter essere rapita, colpita o usata come leva contro Peter, eppure non ha mai smesso di affrontare il pericolo. Ha respinto il Camaleonte impugnando una mazza da baseball, si è difesa da uno stalker con una stecca e ha ricevuto lezioni di autodifesa persino da Capitan America. Ha cucito e riparato costumi sfruttando le proprie competenze nella moda, ha ingannato avversari abituati a manipolare percezioni e identità, ha trasformato l’esperienza maturata sui set in una capacità concreta di leggere le persone. Tutto questo senza sieri, armature tecnologiche o martelli incantati. Il suo vero potere è sempre stato riconoscere le maschere, probabilmente perché ne ha indossate parecchie prima ancora di conoscere Spider-Man.
Gli adattamenti hanno moltiplicato le possibili versioni di Mary Jane, non sempre rendendole giustizia. La trilogia cinematografica di Sam Raimi le ha regalato il volto di Kirsten Dunst e una malinconia diventata parte dell’immaginario dei primi anni Duemila, anche se quella MJ finiva spesso imprigionata nel ruolo della persona da salvare. I videogiochi ambientati sulla Terra-1048 hanno compiuto una scelta differente, trasformandola in una giornalista investigativa del Daily Bugle, intelligente, ostinata e pronta a entrare nei luoghi più pericolosi di New York senza aspettare l’arrivo del suo ex fidanzato supereroe. Quelle sezioni giocate hanno diviso il pubblico sul piano del ritmo, ma hanno espresso un’intuizione interessante: MJ funziona meglio quando partecipa alla trama attraverso competenze proprie, non quando rimane appesa a una ragnatela in attesa del salvataggio. Anche le storie più recenti dei fumetti hanno spinto questa trasformazione ancora oltre, affidandole abilità da supereroina, identità come Jackpot e perfino un legame con il simbionte di Venom. Una svolta che può entusiasmare o lasciare perplessi, perché il rischio di assegnarle poteri consiste nel suggerire che la Mary Jane “normale” non fosse abbastanza. Eppure vederla finalmente al centro dell’azione possiede una forza simbolica impossibile da ignorare.
Mary Jane: Face It, Tiger #1 sembra voler attraversare tutte queste contraddizioni attraverso tre momenti distinti della sua esistenza e un epilogo rivolto al futuro. Faces in the Crowd, scritto da J.M. DeMatteis e disegnato da Andrea Broccardo, riporta l’attenzione sulla vita matrimoniale con Peter a Forest Hills. Una mattina apparentemente ordinaria si trasforma in minaccia quando MJ comprende che l’uomo davanti a lei non è suo marito, ma il Camaleonte. La potenza della scena non risiede soltanto nella rivelazione, quanto nella capacità di Mary Jane di percepire l’inganno attraverso le sfumature emotive. Conosce Peter abbastanza da capire che la freddezza, l’aggressività e il rifiuto del loro amore appartengono a qualcun altro. Non serve un senso di ragno: basta l’intimità costruita negli anni, forma di conoscenza che nessun mutaforma può replicare completamente.
Vamp #9, affidata ad Ann Nocenti e Alina Yerofieieva, segue invece MJ durante la lavorazione di un film sui vampiri. Il set diventa lo spazio ideale per esplorare la sua carriera, troppo spesso utilizzata nei fumetti come semplice decorazione glamour. Fare l’attrice significa convivere con audizioni, contratti precari, registi ingombranti, aspettative estetiche e la paura che ogni ruolo possa essere l’ultimo. Mary Jane deve negoziare continuamente il confine tra ciò che è e ciò che il pubblico desidera vedere, dinamica che oggi risuona ancora di più nell’epoca dei social, delle identità curate e delle immagini perfette costruite per sopravvivere agli algoritmi. La sua vita professionale non è un diversivo tra una battaglia di Spider-Man e l’altra, ma un terreno narrativo ricco di tensioni, ambizioni e compromessi, quasi una boss fight senza barre dell’energia visibili.
La storia più dolorosa potrebbe essere Soft Words at Sunset, scritta da J. Michael Straczynski e illustrata da Luigi Zagaria. Qui incontriamo una Mary Jane anziana, rimasta senza Peter e diretta apparentemente verso la tomba dell’Uomo Ragno. L’idea possiede una semplicità devastante. I fumetti di supereroi raccontano continuamente uomini e donne disposti a morire per salvare il mondo, ma raramente si soffermano davvero sulle persone che restano. Una vita accanto a Spider-Man significa convivere con ritardi, porte aperte nel cuore della notte, ferite nascoste sotto i vestiti e telefonate che potrebbero non arrivare mai. Guardare MJ dopo la morte di Peter permette di osservare il costo reale dell’eroismo dalla prospettiva di chi ha condiviso quella missione senza poterla controllare. L’amore rimane, ma cambia forma, diventa memoria, rabbia, gratitudine e assenza. Straczynski conosce bene la relazione tra i due e sa quanto Mary Jane possa diventare potente lontano dai combattimenti, semplicemente attraverso una conversazione o un silenzio.
Redux, scritta da Ashley Allen e disegnata da Phil Noto, riporta la protagonista nel presente, durante una produzione pubblicitaria a tema Halloween. MJ conosce il funzionamento di un set, riconosce le dinamiche di potere e sa quali diritti spettano alle attrici coinvolte. Non è la giovane donna che spera di essere scelta, ma una professionista consapevole del proprio valore, capace di leggere un ambiente lavorativo e intervenire quando qualcuno prova ad approfittarsi di chi possiede meno esperienza. Forse questo è il segno più importante della sua crescita: Mary Jane non deve più limitarsi a difendere sé stessa, perché può usare ciò che ha imparato per proteggere altre donne. Dalla ragazza nascosta dietro una pianta alla figura che occupa consapevolmente lo spazio, il percorso appare finalmente visibile in tutta la sua ampiezza.
L’edizione italiana di Mary Jane: Face It, Tiger #1 non è stata ancora annunciata da Panini Comics e potrebbe arrivare in seguito all’interno di una raccolta o di una pubblicazione collegata alle testate di Spider-Man e Venom. Sarebbe un peccato dover aspettare troppo, perché questo anniversario non celebra soltanto un personaggio popolare: offre l’occasione di discutere il modo in cui il fumetto americano ha rappresentato per decenni le donne vicine agli eroi. Mary Jane Watson è stata amata, idealizzata, criticata, cancellata, riscritta e potenziata, ma non ha mai perso quella miscela di energia e malinconia che la rende immediatamente riconoscibile. Forse Marvel sta davvero imparando a guardarla come protagonista; forse è soltanto una parentesi celebrativa prima di ricondurla ancora una volta nell’orbita di Peter Parker. La community, intanto, continua a chiedersi quale Mary Jane meriti di accompagnarci nei prossimi anni: l’attrice senza poteri che affronta mostri e criminali con intelligenza, la giornalista investigativa dei videogiochi, la supereroina Jackpot, la compagna di Peter o una donna finalmente libera di scegliere una strada che non debba essere definita da nessun Uomo Ragno…
Scopri di più da CorriereNerd.it - Il magazine nerd by Satyrnet
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









Aggiungi un commento