Un biscotto non dovrebbe far venire in mente una splash page. E invece eccoci qui, a fissare un disco di cacao come se fosse un portale. Perché quando Marvel Studios decide di giocare con l’immaginario e OREO risponde “ok, facciamolo davvero”, succede qualcosa che va oltre il marketing. Succede quella sensazione infantile e lucidissima insieme: l’idea che tutto possa incontrarsi, anche ciò che sembrava appartenere a scaffali diversi della nostra memoria.
Il tempo dell’attesa è quello che precede i grandi incroci. Si parla di un film che promette di mettere sullo stesso piano nomi e simboli che per decenni abbiamo tenuto separati, come reliquie da non mischiare. Avengers: Doomsday aleggia già come una parola grossa, da pronunciare piano. Ma prima del cinema, prima delle sale e dei trailer analizzati frame per frame, il multiverso fa una deviazione strana, profana, irresistibile. Passa per la cucina. Per il gesto automatico di aprire una confezione.
Le OREO “Stuf of Legends” non sono semplicemente biscotti brandizzati. Sono superfici narrative. Trentadue incisioni diverse, come se qualcuno avesse deciso di trasformare ogni morso in una micro-vignetta. È un numero che pesa, perché dietro non c’è la solita selezione pigra di volti noti, ma un’idea quasi enciclopedica di Marvel, quella che non distingue più tra squadre, epoche o livelli di popolarità. Avengers, X-Men, Fantastici Quattro, l’universo di Spider-Man: tutto sullo stesso piano, tutto nello stesso pacchetto. Una dichiarazione, prima ancora che un gadget.
Il tratto che tiene insieme questo piccolo caos iconografico porta la firma di Todd Nauck, uno di quegli autori che sanno cosa vuol dire disegnare personaggi che devono essere riconoscibili anche quando sono ridotti a simbolo. Qui non c’è la posa epica da poster. C’è la sintesi. C’è l’arte di dire “sai già chi sono” con pochi segni. Ed è forse questo il dettaglio più nerd dell’operazione: la fiducia nella memoria visiva dei fan.
Scorrendo mentalmente i volti incisi viene naturale fare associazioni strane. Loki che finisce accanto a Ultron, Galactus che appare su un biscotto grande quanto una moneta, Magneto e Professor X compressi in un cerchio di cacao. È un gioco, certo, ma è anche una fotografia precisa di dove siamo arrivati. L’idea che i confini tra eroi e villain siano diventati liquidi, maneggiabili, collezionabili. Che si possa scegliere chi mettere accanto a chi senza dover chiedere il permesso alla continuity.
Poi c’è quel dettaglio quasi stupido, e proprio per questo geniale. La crema che cambia colore quando la lecchi. Una trovata da laboratorio delle meraviglie, roba che ti immagini spiegata da Reed Richards con un sorriso compiaciuto. Non serve davvero a niente, ma funziona come funzionavano certe sorprese negli anni Novanta: ti fa venire voglia di provarci, di vedere se è vero, di raccontarlo a qualcun altro. È scienza da cucina, sì, ma anche un piccolo rituale condiviso.
La caccia alle confezioni aggiunge un altro strato, più vicino a un ARG che a una semplice promozione. Tre pacchetti relativamente facili da trovare, uno che invece diventa leggenda urbana, spedito in viaggio come se dei villain invisibili stessero davvero tentando di fermarlo. QR code, tracciamenti, fan che collaborano a distanza. Non è difficile immaginare discussioni accese, screenshot condivisi, quella febbre da “io c’ero” che nasce solo quando qualcosa è disponibile per poco e non per tutti.
E sì, qualcuno aspetterà eBay. Qualcuno pagherà troppo. Succede sempre. Ma il punto non è possedere tutto. Il punto è quel momento sospeso in cui ti rendi conto che stai partecipando a un crossover che non avresti mai immaginato di raccontare così: con le dita sporche di cacao, mentre pensi a cinema, fumetti, ricordi d’infanzia e marketing che, per una volta, non sembra cinico ma consapevole.
Forse tra qualche anno ricorderemo questo incrocio come una curiosità, una parentesi dolce prima di un film gigantesco. O forse resterà come uno di quei segnali strani che indicano quanto il linguaggio nerd sia diventato elastico, capace di passare da una sala IMAX a una credenza di casa senza perdere identità. La vera domanda, quella che resta lì, è semplice e spiazzante: quante altre storie siamo disposti a mangiare, prima ancora di vederle sullo schermo?
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