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Marvel Cinematic Universe: La Fase 6 sarà l’inizio della fine (e forse anche un nuovo inizio)

L’aria che si respira attorno alla Fase Sei del Marvel Cinematic Universe ha un sapore strano, quasi metallico. Sa di chiusura, di resa dei conti, di quelle ultime pagine che sfogli lentamente perché sotto sotto temi di arrivare alla fine. Da fan che ha attraversato il MCU fin dall’alba di Iron Man, questa sensazione la riconosco bene: non è entusiasmo puro, non è stanchezza vera. È consapevolezza. La consapevolezza che stavolta Marvel Studios non sta solo preparando altri film, ma sta mettendo mano alla propria mitologia, pronta a smontarla e rimontarla pezzo per pezzo.

La Saga del Multiverso non si chiude in sordina. Si chiude facendo rumore, allargando le crepe già visibili e lasciandole esplodere davanti agli occhi di chi, per oltre quindici anni, ha seguito ogni incastro, ogni post-credit, ogni promessa sussurrata. Questa fase non nasce per rassicurare. Nasce per destabilizzare.

Il primo segnale arriva dai Fantastici Quattro, e non da quelli che il pubblico generalista si aspetta. The Fantastic Four: First Steps non tenta la strada comoda dell’inserimento graduale nel tessuto narrativo già noto. Al contrario, sceglie un altrove temporale e stilistico che profuma di fantascienza d’epoca, un universo alternativo che guarda agli anni Sessanta come matrice creativa e non come semplice ambientazione. Kirby, Lee, l’ottimismo scientifico e la paura dell’ignoto che convivevano sulle stesse tavole. Un inizio volutamente fuori asse, quasi a dire che per ripartire bisogna prima uscire dal tracciato.

Questa scelta dialoga in modo diretto con un altro tassello apparentemente laterale ma narrativamente potentissimo: Eyes of Wakanda. L’animazione, qui, smette di essere un esperimento parallelo e diventa archivio sacro. Raccontare il Wakanda partendo da epoche antichissime significa riscrivere le fondamenta mitologiche del MCU, spingendosi molto più indietro rispetto a quanto visto finora. Non per nostalgia, ma per legittimare il futuro. Il messaggio è chiaro: prima di far collassare il multiverso, bisogna ricordare da dove arriva il vibranio, la corona, l’idea stessa di eredità.

Ed è interessante notare come Marvel sembri aver imparato dai propri eccessi. Dopo anni di saturazione, la Fase Sei rallenta. Pochi film, posizionati come eventi. Spider-Man: Brand New Day arriva con un titolo che sa di reset emotivo, quasi intimo, come se Peter Parker dovesse rimettere insieme i cocci dopo il trauma multiversale. Non un ritorno alle origini in senso banale, ma un tentativo di ridefinizione identitaria, coerente con un personaggio che ha sempre incarnato il prezzo personale dell’eroismo.

Poi arriva Avengers: Doomsday. Già il nome pesa come una sentenza. Qui non si parla più di squadra, di dinamiche interne, di battute per alleggerire. Qui si parla di fine. Fine di linee temporali, fine di equilibri, fine di certezze. Il film si porta dietro un’ombra enorme, quella di Victor Von Doom, destinato a diventare il perno narrativo dell’ultimo atto. E il fatto che il volto dietro la maschera possa essere quello di Robert Downey Jr. aggiunge un livello metanarrativo quasi spietato. L’uomo che ha acceso la scintilla del MCU potrebbe incarnarne il giudice finale. Un cerchio che si chiude con una crudeltà poetica degna dei fumetti più cinici.

Sul versante seriale, la sensazione è simile. Wonder Man, Vision Quest, il ritorno di Daredevil: Born Again e la presenza annunciata del Punitore non sembrano pensati come semplici contenuti di accompagnamento. Sembrano frammenti di un mosaico più grande, storie urbane e identitarie che funzionano da contrappunto umano al caos cosmico. Mentre gli universi collassano, qualcuno continua a combattere nelle strade, a fare i conti con colpa, memoria e sopravvivenza. Una dicotomia che Marvel ha sempre saputo gestire bene nei momenti migliori.

Il punto di non ritorno porta inevitabilmente a Avengers: Secret Wars. Qui la memoria fumettistica pesa come un macigno. Parliamo di una delle storie più iconiche della Marvel, un terreno minato di aspettative, versioni, reinterpretazioni. Trasporla significa accettare il rischio massimo. Significa promettere un evento che non potrà piacere a tutti, ma che dovrà lasciare un segno profondo. Più che un film, una frattura narrativa da cui qualcosa di nuovo dovrà emergere.

E oltre? Le date lasciate volutamente sospese, le cancellazioni strategiche, il silenzio su certi titoli non comunicano incertezza. Comunicano attesa. Marvel sembra aver riscoperto il valore del non detto, del vuoto come spazio creativo. In un’epoca abituata ad avere tutto e subito, questa scelta appare quasi controcorrente.

La Fase Sei non promette comfort. Promette transizione. Promette un MCU disposto a guardarsi allo specchio e a chiedersi cosa può diventare dopo aver raccontato tutto ciò che poteva raccontare in questa forma. Da spettatore, da lettore di fumetti, da nerd che ha passato più di dieci anni a decodificare simboli, cameo e connessioni, la sensazione resta sospesa tra timore e curiosità.

E forse va bene così. Perché se una fine deve arrivare, meglio che faccia discutere, dividere, far scrivere commenti infiniti sotto gli articoli. La conversazione, dopotutto, non finisce con Secret Wars. È proprio da lì che potrebbe ricominciare. E tu, da che parte pensi che andrà questo nuovo universo?


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