Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila succedeva qualcosa di strano nei fumetti mainstream. L’aria era cambiata. Internet iniziava a infiltrarsi nelle nostre vite con il rumore del modem 56k, il cinema supereroistico ancora non aveva colonizzato ogni multisala e la parola “multiverso” non era un hashtag ma un concetto per iniziati. In quel contesto, Panini Comics riporta in libreria una miniserie che all’epoca mi fece alzare un sopracciglio e sorridere con un certo gusto colpevole: Marvel Boy.
Dietro quel titolo apparentemente classico si nascondeva una bomba a orologeria firmata da Grant Morrison e illustrata con eleganza chirurgica da J. G. Jones. Sei numeri pubblicati nel 2000 per la linea Marvel Knights, oggi raccolti in un volume che si legge come un manifesto, una provocazione e, in controluce, un addio polemico.
Noh-Varr: alieno, adolescente, arma di distruzione narrativa
Il protagonista si chiama Noh-Varr. Kree. Non il solito Kree, però. Non un soldatino intercambiabile dell’impero cosmico che abbiamo imparato a conoscere tra Fantastic Four e Avengers. Noh-Varr arriva da una realtà parallela, con un bagaglio genetico che sembra uscito da una sessione di brainstorming sotto caffeina: DNA insettoide, capacità di trasformare qualunque materia in energia, saliva allucinogena, unghie che diventano aculei esplosivi, bande che si tramutano in armi e un cubo tascabile capace di riscrivere le leggi della fisica.
Se avete giocato a qualche RPG negli anni Duemila sapete cosa significa creare un personaggio volutamente “overpowered”. Ecco, Morrison prende quell’idea e la porta dentro l’Universo Marvel. Ma non per fare power fantasy. Per fare critica.
L’astronave di Noh-Varr si schianta sulla Terra. L’equipaggio muore. La sua ragazza pure. E al posto degli Avengers pronti ad accoglierlo trova il Dottor Midas, scienziato assetato di tecnologia aliena, e una prigionia che sa di laboratorio segreto e incubo paranoico. Il ragazzo esplode. Letteralmente. E su quelle macerie incandescenti lascia un messaggio che nel 2000 suonava come uno schiaffo al sistema.
Non era solo rabbia da adolescente cosmico. Era qualcosa di più personale, più metatestuale.
Satira, corporazioni viventi e un’America sull’orlo
Uno degli antagonisti più inquietanti è Hexus, una “corporazione vivente”. Non un mostro con tentacoli. Non un tiranno galattico. Un brand senziente che assimila, omologa, consuma. Oggi, nell’epoca delle mega-acquisizioni e dei franchise spremuti fino all’ultima goccia, quella figura fa quasi paura per quanto sia stata profetica.
All’epoca non c’era ancora stata l’acquisizione della Marvel da parte di Disney. Non esisteva l’MCU come lo conosciamo. Eppure Morrison sembrava aver intuito dove si stava andando. Marvel Boy è insieme omaggio e sabotaggio. Una dichiarazione d’amore alla Casa delle Idee e una frecciata alla sua tendenza a normalizzare tutto ciò che è troppo strano, troppo radicale, troppo… libero.
Leggere oggi quelle pagine significa attraversare una New York che vibra di tensioni pre-11 settembre. La distruzione spettacolare, l’idea di un attacco improvviso al cuore simbolico dell’Occidente, la sensazione che qualcosa stia per crollare. Morrison non stava raccontando un fatto di cronaca, ma intercettava un’ansia collettiva che di lì a poco sarebbe diventata realtà.
E questo, per chi ha vissuto quegli anni con gli albi spillati infilati nello zaino, non è un dettaglio.
Oubliette, maschere e amore apocalittico
Poi c’è lei. Oubliette. Exterminatrix. Cresciuta come un’arma, convinta di essere mostruosa, costretta a indossare una maschera per nascondere una deformità che forse non esiste. Se avete attraversato gli anni Novanta tra The Invisibles e certi anime cyberpunk, riconoscete il tema: identità costruite, corpi manipolati, potere che plasma la percezione di sé.
Il rapporto tra Noh-Varr e Oubliette è tossico, romantico, eccessivo. È tragedia shakespeariana filtrata attraverso il pop cosmico. Lei arriva a scatenare una jihad interplanetaria pur di salvarlo. Lui cerca una bussola morale in un mondo che non comprende, oscillando tra vendetta e giustizia.
Non è una storia di eroi puri. È una storia di caos necessario. Non a caso Noh-Varr indossa il simbolo di Horus. Il dio falco. Distruzione e rinascita. Morrison non scrive mai per rassicurare. Scrive per destabilizzare.
Prima dei New X-Men, prima dell’era “sicura”
Un anno dopo sarebbe arrivato il suo ciclo sui New X-Men, che avrebbe cambiato per sempre la percezione dei mutanti. Ma Marvel Boy è il laboratorio. È il luogo dove Morrison prova a spingere la Marvel oltre il limite, flirtando con l’idea di un supereroe che non vuole essere addomesticato.
E infatti il personaggio, negli anni successivi, verrà in parte smussato, riassorbito, integrato. Funziona ancora, certo. Ma quella furia iniziale, quella sensazione di essere davanti a qualcosa che poteva davvero far saltare il banco, resta legata a quei sei numeri.
Chi è cresciuto tra fumetti, prime connessioni internet e forum pieni di flame ricorda bene quel periodo. Le case editrici volevano innovare ma senza perdere il controllo. Gli autori volevano libertà ma dovevano fare i conti con il brand. Le tensioni non sono nate con la cancel culture o con il politicamente corretto: esistevano già, solo con altri nomi.
Morrison, a un certo punto, è tornato “a casa” in DC. A testa alta. Senza vittimismo. È il gioco delle major. Ma Marvel Boy resta lì, come una cicatrice brillante.
Perché rileggerlo oggi
In un’epoca in cui il concetto di multiverso è diventato mainstream e i supereroi dominano cinema e streaming, recuperare Marvel Boy significa ricordarsi che il fumetto può ancora essere pericoloso. Può ancora essere politico senza fare sermoni. Può ancora mettere in discussione il sistema che lo pubblica.
E per chi, come me, ha attraversato generazioni di letture – dai manga presi in fumetteria quando ancora si pagavano in lire, alle prime edizioni Marvel Knights lette di notte con la lampada da scrivania – questa ristampa non è solo un’operazione nostalgica. È un promemoria.
Il supereroe più interessante non è quello che salva il mondo. È quello che ti costringe a chiederti se il mondo meriti davvero di essere salvato così com’è.
Adesso tocca a voi. Noh-Varr per voi è un eroe, un terrorista cosmico o un esperimento andato fuori controllo? E soprattutto: la Marvel di oggi avrebbe il coraggio di pubblicare di nuovo qualcosa di così scomodo?
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