Succede una cosa strana ogni volta che il nome Marsupilami torna a circolare. Non è nostalgia pura, non è nemmeno semplice affetto. È più simile a quel riflesso istintivo che ti prende quando senti un suono dell’infanzia e il corpo reagisce prima ancora della testa. Una coda che schiocca nell’aria. Un “Houba!” gridato senza chiedere il permesso. Un’idea di avventura che non ha mai chiesto di essere presa sul serio, ma nemmeno di essere ridotta a barzelletta. Il cinema, quando decide di rimettere le mani su certe creature, di solito inciampa. Qui invece la sensazione è diversa. Non rassicurante, non del tutto prevedibile. Piuttosto curiosa. Vivo. Il nuovo film in arrivo, diretto da Philippe Lacheau, sembra voler giocare una partita rischiosa: parlare a chi il Marsupilami se lo porta dietro da decenni e, nello stesso tempo, consegnarlo a chi non sa ancora perché quella coda lunga e maculata continui a essere così potente nell’immaginario collettivo.
Marsupilami non nasce come mascotte. Nasce come presenza laterale, quasi casuale, su carta. Un animale che si prende la scena senza mai reclamarla. André Franquin lo aveva immaginato così: anarchico, tenero, imprevedibile. Un corpo elastico in un mondo troppo rigido. Ed è forse per questo che ogni ritorno fa un po’ tremare il terreno. Perché il Marsupilami non è mai stato davvero addomesticato, nemmeno quando è diventato fenomeno pop, serie animate, film, parchi tematici, gadget.
Lacheau arriva da un altro mondo. Quello della commedia francese che ama correre, inciampare, spingersi un passo oltre il buon gusto e poi fare finta di niente. È una comicità che vive di gruppo, di ritmo, di facce riconoscibili. Portarla dentro l’universo del Marsupilami significa accettare il caos come linguaggio. E il trailer lo dice subito, senza tante mediazioni. Strizza l’occhio a E.T., gioca con l’idea della creatura fuori posto, ammicca ai Gremlins senza copiarli, come se li ricordasse più per atmosfera che per citazione diretta. È un cinema che non chiede il permesso alla cinefilia alta, ma nemmeno la ignora.
La scelta di lavorare poco in CGI e molto con animatronica racconta più di mille interviste promozionali. È una decisione che parla di fisicità, di peso, di presenza sul set. Il Marsupilami non deve sembrare “perfetto”, deve sembrare lì. Sbagliato a volte. Troppo veloce. Troppo reale per essere solo un effetto. Questa cosa, per chi è cresciuto guardando creature anni Ottanta che respiravano davvero davanti alla macchina da presa, conta. Conta moltissimo.
E poi c’è la storia, che parte volutamente piccola. Un pacco. Un viaggio. Una traversata che dovrebbe filare liscia e invece deraglia. Il Marsupilami entra così, non come divinità esotica, ma come errore umano. Una scelta sbagliata. Una curiosità di troppo. È sempre stato questo, in fondo. Un elemento che manda in crisi l’ordine delle cose. Il fatto che sia un cucciolo accentua tutto: la tenerezza, il disastro imminente, l’inevitabile legame emotivo che si crea prima ancora che ce ne rendiamo conto.
Il cast è quello che ci si aspetta dalla galassia Lacheau, volti che funzionano insieme perché si conoscono, si annusano, sanno quando accelerare e quando lasciare spazio al silenzio. Il ritorno di Jamel Debbouze e la presenza di Jean Reno aggiungono un peso specifico diverso, quasi un ponte tra generazioni di cinema popolare francese. Non è fan service, è memoria condivisa.
In tutto questo, Marsupilami resta stranamente intatto. Non parla quasi mai, non spiega chi è, non si giustifica. Esiste. Corre. Si arrabbia. Protegge. È una creatura che non ha bisogno di lore complicate per funzionare. E forse è proprio questo il suo superpotere oggi, in un’epoca ossessionata dall’iper-spiegazione.
Il bello è che il film non sembra voler chiudere un cerchio. Non dà l’idea di un punto finale, ma di un altro giro di giostra. Come se Marsupilami fosse destinato a tornare ciclicamente, ogni volta con una forma leggermente diversa, ma con lo stesso spirito indomabile. Un personaggio che rifiuta di diventare monumento e preferisce restare scatto improvviso, risata fuori tempo, coda che ti sfiora quando meno te l’aspetti.
Forse è per questo che funziona ancora. Perché non promette di rassicurare nessuno. Perché non chiede di scegliere tra passato e presente. Perché continua a muoversi, saltare, scappare. E mentre lo fa, ci ricorda che certe storie non tornano per spiegarsi meglio, ma per vedere se siamo ancora capaci di seguirle.
La domanda, a questo punto, non è se il Marsupilami abbia ancora qualcosa da dire. La domanda è se siamo pronti ad ascoltarlo senza volerlo addomesticare. Houba.
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