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Mario Segale: la storia vera dell’uomo che ha dato il nome all’icona Nintendo

Esistono storie che sembrano scritte apposta per diventare leggenda, e poi esistono storie così assurde da risultare vere proprio perché nessuno sceneggiatore avrebbe il coraggio di proporle. Quella di Mario Segale appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Una vicenda che parte dal cemento, passa da un affitto non pagato e finisce dritta nella storia dei videogiochi, trasformando un imprenditore italoamericano in uno dei nomi più iconici della cultura pop mondiale. E no, non è fan fiction: è uno di quei cortocircuiti della realtà che fanno impazzire ogni nerd degno di questo nome.

Prima di diventare una nota a piè di pagina nel mito di Nintendo, Mario Segale era tutto fuorché un personaggio da videogame. Nato a Seattle il 30 aprile 1934 da genitori italiani di prima generazione, Louis e Rina Segale, cresce in un’America che profuma di sogno, sacrificio e cantieri aperti. Figlio unico, Mario si costruisce una vita seguendo una traiettoria molto concreta, fatta di asfalto, immobili e sviluppo urbano. Altro che funghi e tubi verdi: il suo regno è quello dei magazzini, delle strade e dei quartieri che prendono forma mattone dopo mattone.

Fin dagli anni Cinquanta, insieme al figlio Mark, Segale diventa una figura chiave nel panorama immobiliare dell’area di Seattle. La sua azienda, la M.A. Segale Inc., cresce fino a diventare una realtà solida nel settore dell’edilizia e della produzione di asfalto. Un impero silenzioso, lontano dai riflettori, che culmina nel 1998 con una vendita da sessanta milioni di dollari a una multinazionale irlandese. Una storia di successo americana, di quelle che finiscono sui manuali di economia… se non fosse che, nel frattempo, il destino aveva deciso di aggiungere un livello bonus inatteso.

Salto temporale: inizio anni Ottanta. Nintendo, all’epoca una compagnia giapponese ancora in cerca di legittimazione sul mercato occidentale, affitta un magazzino di proprietà di Segale a Tukwila, nello Stato di Washington. Quel luogo diventa il primo quartier generale americano della società, una sorta di dungeon iniziale prima dell’espansione globale. Dentro quelle mura si respira tensione creativa, ma anche parecchia incertezza economica. Nintendo non naviga ancora nell’oro e i problemi finanziari iniziano a farsi sentire, incluso qualche ritardo nel pagamento dell’affitto.

È qui che la storia vira definitivamente nel territorio del mito. Secondo la versione più diffusa, Mario Segale si presenta personalmente nel magazzino per reclamare quanto gli spetta, affrontando il presidente di Nintendo of America, Minoru Arakawa. Il racconto parla di un Segale visibilmente contrariato, di una discussione accesa e di una promessa: l’affitto verrà saldato presto. Promessa accettata. Fine dell’incontro. Ma non della storia.

All’interno di quel magazzino, infatti, il team stava lavorando a un nuovo gioco arcade destinato a cambiare tutto: Donkey Kong. Il protagonista umano del gioco, un omino baffuto senza nome, veniva chiamato internamente Jumpman. Un nome funzionale, tecnico, privo di anima. Serviva qualcosa di più americano, più riconoscibile. Qualcosa che avesse peso. E dopo quella visita, il nome arrivò quasi da solo: Mario.

Da Jumpman a Super Mario il passo fu breve, almeno secondo la leggenda immortalata nel 1993 nel libro Game Over di David Sheff e poi ripresa in The Ultimate History of Video Games di Steven L. Kent. Una storia rimbalzata ovunque, alimentata da retroscena, smentite parziali e conferme ufficiali. Nintendo stessa, nel 2015, ha riconosciuto che il nome del personaggio è legato proprio a Mario Segale. Game, set, match.

Eppure, come ogni grande mito nerd, anche questo ha le sue varianti alternative. Don Jones, ex responsabile del magazzino Nintendo of America, ha raccontato che Segale non avrebbe mai incontrato direttamente il team creativo, e che il nome Mario sarebbe nato come una sorta di inside joke tra colleghi. Una battuta diventata leggenda. Qual è la verità? Forse non importa davvero. Perché, alla fine, ciò che conta è l’impatto culturale di quella scelta, intenzionale o meno.

Curioso, quasi poetico, il modo in cui lo stesso Segale ha sempre trattato la vicenda. Lontano dai riflettori, raramente incline a raccontare l’episodio, in una delle poche interviste concesse al Seattle Times nel 1993 scherzò dicendo che stava ancora aspettando i diritti d’autore. Una battuta elegante, da uomo che aveva ben chiaro il confine tra realtà e leggenda, e che forse si divertiva a osservare il proprio nome correre per il mondo saltando su Goomba e Koopas.

Dietro il mito nerd, però, resta l’uomo. Un imprenditore di successo, un padre di famiglia, un cittadino attivamente coinvolto anche nella vita politica locale, noto per il suo sostegno al Partito Democratico nello Stato di Washington. Un personaggio complesso, radicato nel suo territorio, ben lontano dall’immagine caricaturale che spesso associamo ai nomi leggendari della cultura pop.

Mario Segale si è spento il 27 ottobre 2018 a Tukwila, all’età di 84 anni, lasciando la moglie Donna, quattro figli e nove nipoti. Il suo nome, però, continua a vivere ogni volta che una console si accende, ogni volta che qualcuno sente partire quel jingle inconfondibile, ogni volta che un idraulico baffuto salta verso l’ignoto con un sorriso stampato in faccia.

E allora viene spontaneo chiederselo, tra nerd: quante volte abbiamo pronunciato il nome Mario senza pensare all’uomo che lo portava prima del personaggio? Quante leggende nascono da episodi così casuali, così umani, così incredibilmente reali? Raccontarle serve anche a questo: ricordare che dietro ogni mito pixelato esiste sempre una storia fatta di persone vere, scelte impreviste e affitti da pagare.

E tu, conoscevi già la storia di Mario Segale o per te resterà per sempre il boss finale più improbabile della storia del gaming? Raccontacelo, perché le leggende nerd vivono davvero solo quando vengono condivise.


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