Ci sono quei frame nei trailer che durano una frazione di secondo ma ti si piantano nel cervello come un glitch buono, uno di quelli che invece di rovinarti l’esperienza te la amplificano, e in Spider-Man: Brand New Day quel momento per me ha avuto la forma di sagome rosse che si muovono all’unisono, silenziose, letali, quasi irreali, roba che non appartiene più solo alla New York dei vigilanti ma a qualcosa di più antico, più sporco, più… sbagliato, e infatti il mio cervello da lettore compulsivo di fumetti anni ’80 ha fatto subito click, senza neanche pensarci troppo: quella non è coreografia, quella è la Mano.
E qui cambia tutto, davvero, perché la Mano non è mai stata solo un gruppo di ninja cool da trailer action, non è un’estetica, è un’idea, una presenza che nei fumetti Marvel ha sempre funzionato come un portale aperto tra il crime urbano e l’occulto più disturbante, una roba che quando entra in scena trasforma automaticamente la storia in qualcosa di più viscerale, più ambiguo, quasi da horror mistico travestito da supereroistico, e se sei cresciuto leggendo Daredevil nel periodo Frank Miller, oppure hai divorato quelle run come se fossero episodi di una serie ultra dark prima ancora che esistesse Netflix, sai benissimo che il primo incontro con la Mano non è mai neutro, ti lascia addosso quella sensazione che il mondo Marvel, improvvisamente, sia diventato meno sicuro.
La nascita della Mano dentro i fumetti ha proprio quell’energia lì, quella dei momenti in cui un autore decide di piegare un intero universo narrativo verso qualcosa di più adulto, più borderline, e Miller in questo è stato praticamente un hacker creativo ante-litteram, uno che ha preso un personaggio come Daredevil e lo ha riscritto con un linguaggio che oggi chiameremmo quasi cinematografico, introducendo questa setta ninja che non si limita a uccidere ma gioca con la morte, la manipola, la piega, e già questa cosa, detta così, basta a capire perché la loro presenza accanto a Spider-Man sia così destabilizzante.
Perché Peter Parker, almeno nella sua versione più classica, è sempre stato legato a un mondo che, per quanto pieno di supercriminali, rimaneva in qualche modo leggibile, quasi scientifico, anche nei suoi eccessi, mentre la Mano porta dentro la storia un tipo di minaccia che sfugge alle regole, che non si spiega con formule o radiazioni o tecnologia aliena, ma con rituali, sacrifici, simboli, e soprattutto con quella capacità inquietante di riportare indietro ciò che dovrebbe restare morto, e già questo, se lo colleghi a quel vago accenno nel trailer di qualcosa che sta “andando storto” dentro Peter, fa venire i brividi in modo molto diverso rispetto al solito villain di turno.
La loro origine nei fumetti, poi, è una di quelle storie che sembrano uscire direttamente da un anime storico dark tipo quelli che guardavi di notte su MTV o recuperavi anni dopo in qualche forum mezzo illegale, con questo maestro di spada del Giappone feudale che decide di ribellarsi alla corruzione trasformando una scuola in qualcosa di più, un’alleanza, un’idea, quasi un network di clan uniti da uno scopo comune, e già lì c’è un tema che oggi suona stranamente contemporaneo, quello della connessione tra entità indipendenti che diventano più forti quando si sincronizzano, roba che se la trasli nel linguaggio di oggi sembra quasi una metafora delle community online, solo che qui invece di condividere meme si condividono assassini e rituali oscuri.
E infatti la Mano, nel corso dei secoli narrativi Marvel, evolve proprio come una piattaforma tossica che sfugge al controllo dei suoi stessi creatori, passando da ideale nazionalista a culto demoniaco, fino a diventare una macchina di potere che usa la morte come risorsa, e questa cosa si riflette perfettamente anche nelle sue apparizioni editoriali, perché ogni volta che la Mano entra in una storia, lo fa contaminando il tono, spostandolo, rendendolo più instabile.
Non è un caso che il loro legame più iconico sia con Elektra, che di per sé è già un personaggio che vive sul confine tra identità, vendetta e autodistruzione, e il fatto che venga uccisa, riportata in vita, manipolata, trasformata, è praticamente il manifesto di ciò che la Mano rappresenta, una forza che non crea ma riusa, che non costruisce ma piega, e quando questa dinamica la porti dentro il mondo di Spider-Man, dove la perdita e la memoria sono già temi centrali, il risultato rischia di essere emotivamente devastante.
E poi c’è tutto il discorso delle connessioni, perché la Mano nei fumetti non è mai stata isolata, ha sempre avuto questo ruolo da nodo centrale in una rete più ampia, collaborando con organizzazioni come l’HYDRA, incrociando il percorso di personaggi diversissimi tra loro, da Wolverine a Doctor Strange, passando per Moon Knight e gli Avengers, e questa capacità di attraversare livelli narrativi diversi, dal più street al più cosmico, è esattamente ciò che la rende perfetta per un momento del MCU in cui le barriere tra generi stanno diventando sempre più fluide.
Chi ha vissuto l’epoca delle serie Marvel su Netflix lo ha percepito chiaramente, perché lì la Mano era quasi un virus narrativo che si infiltrava ovunque, da Daredevil a The Defenders, portandosi dietro figure come Madame Gao o Nobu che sembravano usciti da un racconto cyberpunk ambientato in un dojo infestato, e quella versione, pur con tutte le sue imperfezioni, aveva già fatto capire quanto questo clan potesse funzionare in live action, soprattutto quando si abbandonava la tentazione di spiegare tutto e si lasciava spazio al mistero.
Adesso però il gioco sembra diverso, perché infilare la Mano dentro un film di Spider-Man non è solo una scelta estetica, è una dichiarazione di intenti, significa prendere un personaggio che abbiamo visto crescere, sbagliare, perdere tutto, e metterlo davanti a qualcosa che non può affrontare con le sue solite certezze, costringerlo a entrare in un territorio che non gli appartiene, dove le regole non sono scritte e le conseguenze non sono sempre reversibili.
E quella scena accennata nel trailer, con Peter senza maschera, una katana in mano, circondato da ninja, ha qualcosa di profondamente simbolico, quasi da fanfiction diventata canon, come se qualcuno avesse preso tutte le versioni alternative del personaggio viste nei fumetti e nei videogiochi e le avesse condensate in un momento solo, trasformando Spider-Man in qualcosa che non è mai stato del tutto ma che, in fondo, poteva sempre diventare.
Continuo a ripensarci e mi viene naturale collegare tutto questo anche a come oggi consumiamo le storie, tra anime che mescolano generi senza chiedere permesso, videogiochi che ti fanno passare da una boss fight tecnologica a un rituale mistico nel giro di pochi minuti, AI che generano mondi ibridi dove il fantasy incontra il cyberpunk, e in questo senso la Mano sembra quasi anticipare tutto questo, come se fosse stata progettata per esistere in un ecosistema narrativo fluido, dove i confini non sono più così netti.
La vera domanda, però, resta sospesa, ed è quella che mi tiene incollato a ogni frame del trailer come se stessi cercando easter egg in un ARG: la Mano sarà il centro della storia o solo una porta d’ingresso verso qualcosa di ancora più grande? Perché conoscendo Marvel, e conoscendo quanto amano giocare con le aspettative, non escludo che questi ninja rossi siano solo il primo livello di un gioco molto più complesso, magari collegato a quella strana “mutazione” che sembra colpire Peter, magari a qualcosa che ha radici ancora più profonde.
E allora lo butto qui, come si farebbe tra amici dopo una maratona notturna di binge watching, senza la pretesa di avere risposte ma con la voglia di continuare a speculare insieme: questa deriva più oscura, più mistica, quasi da anime seinen infilato dentro Spider-Man, vi sta prendendo quanto sta prendendo me oppure sentite che stiamo entrando in un territorio troppo distante da quello che abbiamo sempre amato? Perché ho la sensazione che stavolta non si torni davvero indietro, e forse è proprio questo che rende tutto così dannatamente interessante.
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