Il Malleus Maleficarum non è un libro che si legge. È un oggetto che ti guarda. Anche chi lo ha incrociato solo di riflesso, in una citazione storta, in un paragrafo tagliato male su un manuale universitario, sa che emana una qualità precisa dell’aria. Pesante. Come una stanza chiusa da secoli, dove qualcuno ha parlato troppo forte e qualcun altro non ha potuto rispondere.
La cosa che continua a colpirmi, ogni volta che torno a sfogliarlo, è quella sicurezza granitica, quasi tenera nella sua ferocia. L’idea che se una persona viene accusata, allora non può essere innocente, perché un Dio giusto non permetterebbe un errore. È un ragionamento che oggi suona grottesco, ma che allora funzionava come una formula magica al contrario: non evocava spiriti, evocava consenso. Ti sollevava dal dubbio. Ti liberava dalla fatica morale di chiederti se stessi distruggendo una vita.
Dietro quelle pagine non c’è solo superstizione. C’è un sistema narrativo. Una mitologia amministrativa. Il martello delle streghe non nasce per raccontare l’orrore, ma per renderlo praticabile, ripetibile, persino elegante. Il nome stesso è già una dichiarazione di intenti: non un dibattito, non una ricerca, ma uno strumento. Colpisce. E colpisce sempre nello stesso modo.
A firmarlo è Heinrich Kramer, con la complicità nominale di Jacob Sprenger. Due figure che sembrano uscite da un romanzo gotico mal riuscito, e invece sono state realissime, con una capacità inquietante di trasformare ossessioni personali in dottrina condivisa. Kramer, soprattutto, scrive come uno che ha bisogno di convincere prima di tutto se stesso. Ogni riga trasuda ansia di controllo, paura del corpo, terrore per ciò che sfugge alla catalogazione.
Il bersaglio preferito è sempre lo stesso. Il femminile come falla del creato. La donna come creatura porosa, attraversabile dal demonio, incapace di arginare desiderio, rabbia, invidia. La misoginia del Malleus non è un dettaglio di contesto, è il suo carburante. Non viene nemmeno argomentata fino in fondo, perché non ce n’è bisogno. È data per scontata, come il peso dei sassi o il freddo d’inverno. Quando il testo inanella citazioni classiche e patristiche per dimostrare che la donna è un pericolo domestico, una calamità ben pettinata, non sta cercando prove. Sta costruendo una colonna sonora ideologica, qualcosa che accompagni l’atto finale senza disturbare troppo la coscienza.
Poi arrivano le parti che ancora oggi fanno sobbalzare sulla sedia, anche a chi pensa di aver visto tutto. I racconti sugli organi maschili sottratti, accumulati, fatti muovere come animali in gabbia. Scene che sembrano uscite da un grimorio splatter, e invece vengono trattate con la serietà di un verbale notarile. Il punto non è se gli autori ci credessero davvero. Il punto è che serviva crederci. Serviva un immaginario abbastanza assurdo da giustificare qualsiasi violenza, abbastanza vischioso da attaccarsi alla paura quotidiana delle persone.
E qui il Malleus diventa qualcosa di più di un libro. Diventa una lente deformante attraverso cui guardare il mondo. Ogni dolore fisico inspiegabile, ogni impotenza improvvisa, ogni perdita di controllo viene riletta come aggressione esterna. Non sei tu che stai male, è qualcuno che ti ha fatto qualcosa. E quel qualcuno ha quasi sempre il volto giusto, il corpo giusto, il genere giusto per essere colpevole.
Il testo insiste ossessivamente sull’illusione. Le streghe fanno sparire, ma non davvero. Tolgono, ma solo agli occhi. È una distinzione sottile e fondamentale, perché salva Dio dall’accusa di aver permesso l’impossibile, ma allo stesso tempo non assolve la presunta colpevole. È un gioco di prestigio teologico che apre la strada a qualunque tipo di interrogatorio, di tortura, di “verifica”. Se non trovi la prova, è perché il demonio è abile. Se la trovi, è perché avevi ragione fin dall’inizio.
Quello che mi mette sempre più a disagio, più delle descrizioni morbose o delle condanne a morte date con nonchalance, è la serenità con cui il Malleus Maleficarum parla di procedure. Il passaggio dal sospetto all’arresto, dalla voce di paese alla cella, dalla cella al rogo, è trattato come un flusso naturale. Ordinato. Rassicurante. I giudici sono protetti da Dio, quindi non possono sbagliare. Chi si difende troppo è sospetto. Chi piange potrebbe fingere. Chi tace nasconde qualcosa. Non esiste una via d’uscita che non confermi l’accusa iniziale.
In questo senso il Malleus è spaventosamente moderno. Non per i contenuti, ma per la logica. È un manuale di costruzione del nemico. Un testo che insegna come rendere una comunità complice della propria crudeltà, convincendola che sta solo facendo pulizia. Che sta solo difendendosi.
Fa impressione pensare che non sia mai stato un testo ufficialmente imposto dalla Chiesa, e che allo stesso tempo abbia circolato ovunque, ristampato, consultato, citato come se lo fosse. La sua forza non stava nell’autorità, ma nell’utilità. Funzionava. Dava risposte semplici a paure complesse. Trasformava l’ansia in azione.
Ogni tanto qualcuno mi chiede perché continuare a parlarne, perché tornare sempre lì, a quelle pagine tossiche, a quell’immaginario deformato. La risposta, se devo essere onesta, non è accademica. È viscerale. Perché il Malleus Maleficarum non è rimasto nel Quattrocento. Ha solo cambiato lessico. Ha smesso di parlare di diavoli e ha iniziato a usare parole più presentabili. Ma il meccanismo è lo stesso ogni volta che si decide che una categoria di persone è intrinsecamente sospetta, che la loro sola esistenza rappresenta un rischio, che la violenza esercitata contro di loro è una forma di igiene morale.
Rileggerlo oggi è come ascoltare una vecchia registrazione piena di fruscii: riconosci le distorsioni, ma sotto senti ancora la voce. Ed è una voce che non ha mai davvero smesso di circolare. Forse la domanda non è se siamo diventati più razionali. Forse la domanda giusta è un’altra, e resta lì, aperta, scomoda, pronta a riemergere ogni volta che qualcuno solleva un nuovo martello convinto di colpire il male assoluto.
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