Ogni tanto arriva una serie che promette di scavare nelle crepe dell’animo umano, attraversare le ombre domestiche e rimescolare i fantasmi privati che ognuno nasconde dietro le porte chiuse di casa. Malice – Il lato oscuro della mente si presenta così, con quel titolo che brilla come un avvertimento e seduce come una trappola. Prime Video la lancia come il nuovo thriller psicologico britannico pronto a indagare la malizia nell’uomo, quel piccolo buio interiore che aspetta solo l’occasione per trasformarsi in tempesta.
Sulla carta, l’idea funziona. Sulla carta, funziona benissimo.
La firma che regge l’intera operazione è quella di James Wood, autore acuto e talvolta impietoso, già apprezzato per The Great e Roma. La sua scrittura ha sempre avuto la capacità di smontare le dinamiche di potere con eleganza chirurgica, muovendosi tra ironia e tragedia con una disinvoltura che pochi sceneggiatori europei possono vantare. La scelta di farlo lavorare su un thriller domestico, dunque, appariva come un incrocio perfetto: ambienti raffinati, relazioni implose, tensione a combustione lenta.
La presenza del cast, poi, era una promessa irresistibile per chi ama la cultura pop. David Duchovny, che per decenni ha incarnato l’ossessione paranormale dell’agente Fox Mulder, abbandona UFO e cospirazioni per interpretare Jamie Tanner, un uomo all’apparenza impeccabile, che nasconde nel suo sguardo qualcosa di più fragile di qualunque mistero alieno. Accanto a lui, Carice van Houten lascia le fiamme sacre di Melisandre per calarsi in una Londra elegante e in una Grecia abbagliante, trasformandosi in Nat, moglie inquieta, sospettosa, quasi prigioniera delle proprie paure.
E poi c’è Jack Whitehall, volto amabile e tagliente, che nei panni del tutor Adam diventa la scheggia impazzita che sfalda la serenità dei Tanner.
Il contesto sembra quello di un tranquillo idillio estivo sotto il sole greco. Una villa da sogno, un mare blu che sembra disegnato da un concept artist, un equilibrio domestico elegante quanto fragile. Ed è proprio in questo quadro perfetto che si incunea Adam, un tutor colto, affascinante, educato, quasi troppo impeccabile per non risultare sospetto. È l’intruso che entra in una narrazione borghese con la grazia di chi sa di essere la miccia di qualcosa di molto più grande di lui.
Il gioco si intensifica quando la storia si sposta a Londra e la malattia della tata spinge Adam a trasferirsi dai Tanner. La promessa è quella del classico thriller psicologico che costruisce tensione lavorando sulle minime variazioni del comportamento umano. Ogni sorriso è una crepa, ogni gesto gentile nasconde una lama sottilissima. La serie diretta da Mike Barker e Leonora Lonsdale si diverte a tratteggiare un mondo dove nulla è come appare e ogni verità ha un lato oscuro.
La dimensione psicologica è il vero motore narrativo. L’atmosfera oscilla continuamente tra la leggerezza delle isole greche e la freddezza calcolata di Londra, generando un contrasto che si insinua lentamente nella dinamica familiare. Adam non è un semplice disturbatore. È un uomo in cerca di vendetta, di giustizia o forse di qualcosa di più intimo e pericoloso. Non colpisce con azioni plateali, ma con un’arte raffinata della manipolazione, fatta di insinuazioni, attenzioni calibrate, piccoli accenni di prossimità emotiva che diventano armi affilate contro chi non ha più difese solide.
L’elemento più affascinante della serie è il modo in cui rischia di confondere continuamente il pubblico. Adam è un antagonista o solo una vittima che sceglie la strada meno giusta per rimettere ordine nelle sue ferite? Jamie e Nat sono davvero la famiglia perfetta o soltanto il riflesso fragile di un matrimonio che non ha più fondamenta? In un certo senso, Malice prova a costruire un labirinto emotivo degno degli appassionati di The Undoing e The Servant, dove la verità è una moneta che cambia volto a ogni episodio.
Poi, però, arriva il momento della prova del nove. Ed è lì che l’incantesimo comincia a incrinarsi.
Da nerd appassionata, confesso che l’arrivo di Duchovny mi aveva preparata al meglio. È un volto che porta con sé un’eredità emotiva potentissima, capace di far scattare l’hype con un solo sguardo. Nei primi episodi trascina la scena con un carisma che sembra provenire da un altro livello di difficoltà, come se avesse equipaggiato un set leggendario mentre tutti gli altri interpreti stessero ancora cercando di capire quale arma primaria selezionare.
La Grecia diventa teatro di momenti che sfiorano la perfezione visiva. La villa sembra uscita da un action adventure, le ombre serali fanno pensare a un’area segreta da esplorare, il mare è talmente blu da sembrare un rendering. Per un attimo, davvero, sembra di essere entrati nel prologo di un thriller estivo memorabile.
Poi arriva il passaporto lanciato in mare. E quel gesto, improvviso e carico di un’implicita violenza psicologica, sembra l’accensione definitiva della trama. La sensazione è quella di stare per affrontare una boss fight. Tutto lascia immaginare l’inizio di una scalata narrativa ricca di colpi di scena.
E invece la serie si ferma. Rimane sospesa. Rimane indecisa, come se qualcuno avesse mandato in tilt la connessione proprio mentre stai per vincere una partita classificata. La tensione si costruisce lentamente, forse troppo lentamente, fino a trasformarsi in un’attesa che non trova mai il suo rilascio. Le dinamiche familiari attraversano momenti di inquietudine, ma la sensazione è quella di trovarsi davanti al tutorial della modalità “family thriller”, non alla campagna principale.
Whitehall interpreta un Adam elegante ma poco incisivo, quasi travolto dal carisma degli altri due protagonisti. Duchovny brilla sempre, van Houten regala un’intensità impeccabile, ma la sceneggiatura sembra non avere abbastanza coraggio per portarli dove potrebbero arrivare. Il puzzle psicologico, che prometteva complessità e rivelazioni, finisce per girare a vuoto in alcuni punti.
Arrivati al finale, la delusione diventa inevitabile. Senza fare spoiler, basta dire che quel climax tanto atteso sembra non voler arrivare. L’ultimo episodio lancia un messaggio quasi ironico, come se volesse suggerire l’esistenza di una seconda stagione senza aver costruito un finale degno di una promessa così grande. È un po’ come scaricare un file con eMule nel 2006 e scoprire che alla fine si è completato solo a metà. Non basta per sentirsi soddisfatti, ma nemmeno per giustificare un’altra sessione di download.
L’opera prova a raccontare la malizia umana, ma finisce per sfiorarla soltanto, come se mancasse l’ultimo strato necessario per rendere davvero memorabile il percorso.
Malice – Il lato oscuro della mente resta una serie affascinante nelle intenzioni, meravigliosa a tratti, visivamente seducente e ricca di potenzialità. Ma sembra anche frenata, incompleta, quasi un esperimento che non ha ancora trovato la sua forma definitiva.
Chi ama Duchovny la guarderà comunque con il sorriso di chi ritrova un volto familiare. Chi cerca un thriller leggero, da vedere mentre si farma esperienza su un altro schermo, troverà un compagno silenzioso e gradevole. Chi invece desidera un racconto davvero dirompente, capace di risvegliare quella parte di noi che vive per i colpi di scena, potrebbe arrivare ai titoli di coda con un sospiro di rassegnazione.
Resta una produzione elegante, con momenti di brillantezza che fanno intravedere un’opera migliore di quella realmente messa in scena. Forse un giorno vedremo quella versione definitiva. Forse siamo appena davanti al suo prologo.
Nel frattempo rimane il dubbio che Malice sia una serie che si è fermata un passo prima, proprio quando la porta del boss finale stava per aprirsi.
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