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Lupin III – Il castello di Cagliostro torna al cinema in 4K: il capolavoro di Hayao Miyazaki rivive sul grande schermo

Lupin III ha sempre avuto quella faccia lì, quella di chi entra nella stanza sapendo già dove si trova l’uscita, dove sono nascosti i gioielli, quale guardia si distrarrà per prima e quale donna potrebbe sorridergli prima ancora che lui abbia finito la frase. Un personaggio così non invecchia davvero, al massimo cambia giacca, attraversa le epoche, rimbalza da una generazione all’altra e continua a scappare con la stessa leggerezza criminale e irresistibile di sempre. Per questo il ritorno al cinema di Lupin III – Il castello di Cagliostro non assomiglia alla solita operazione nostalgia confezionata per far brillare gli occhi a chi ha già superato da un pezzo l’età delle merendine davanti alla TV. Stavolta si parla di un vero appuntamento con la storia dell’animazione giapponese, perché il film diretto da Hayao Miyazaki arriva nuovamente sul grande schermo il 13, 14 e 15 luglio, distribuito da Eagle Pictures in collaborazione con Yamato Video e TMS Entertainment, in una versione restaurata e rimasterizzata in 4K che promette di restituire tutta la grazia, il movimento e la precisione artigianale di un’opera che continua a sembrare più giovane di molti prodotti nati decenni dopo.

Tre giorni soltanto, una finestra breve, quasi da colpo perfetto alla Lupin: entri, prendi il tesoro, lasci tutti a bocca aperta e sparisci prima che Zenigata possa anche solo pronunciare il tuo nome con il fiatone. La particolarità dell’evento non sta solo nella possibilità di rivedere Il castello di Cagliostro al cinema, ma nel modo in cui questo ritorno viene presentato agli appassionati italiani: immagini restaurate, definizione 4K, e soprattutto quelle storiche voci italiane che per molti di noi non sono semplicemente un doppiaggio, ma una parte emotiva del personaggio. Roberto Del Giudice, Sandro Pellegrini, Antonio Palumbo, Alessandra Korompay, Rodolfo Bianchi: nomi che non funzionano come semplici crediti tecnici, perché appartengono a una memoria sonora collettiva. Basta sentire Lupin parlare con quel tono sfrontato e scanzonato, Jigen rispondere con la sua ruvida complicità, Zenigata esplodere nella sua ossessione quasi affettuosa, e il cervello fa un salto immediato in una zona molto precisa della cultura pop italiana, quella in cui gli anime giapponesi hanno smesso di essere “cartoni animati” e sono diventati immaginario condiviso.

Lupin III – Il castello di Cagliostro, uscito originariamente nel 1979, occupa un posto curioso e preziosissimo nella carriera di Hayao Miyazaki. Non è un film dello Studio Ghibli, non porta ancora con sé quel marchio che anni dopo sarebbe diventato sinonimo di meraviglia, malinconia, volo, natura, macchine impossibili e ragazze capaci di attraversare il caos senza perdere se stesse. Eppure, rivedendolo oggi, sembra già contenere moltissimo del Miyazaki che sarebbe arrivato dopo. La sua idea di avventura non è mai solo corsa, esplosione, gag e inseguimento, anche se qui tutto corre con una fluidità pazzesca. Dentro quelle fughe sui tetti, dentro quelle botole, dentro quei meccanismi nascosti, dentro quelle scalate verticali e quei castelli pieni di ingranaggi, si intravede già un autore che non vuole limitarsi a illustrare una trama, ma costruire un mondo dove ogni oggetto racconta qualcosa, ogni rovina custodisce una ferita, ogni macchina sembra avere un’anima, ogni personaggio secondario può lasciare un’impronta.

Il dato più affascinante, e forse anche il più discusso dai fan duri e puri di Monkey Punch, riguarda proprio Lupin. Il personaggio nato nel 1967 dalla matita di Kazuhito Kato, meglio conosciuto come Monkey Punch, era figlio di un’altra energia: più cinica, più graffiante, più adulta, spesso più ambigua. Il manga originale aveva un Lupin molto meno rassicurante, più vicino a una figura da crime pop irriverente, capace di muoversi tra erotismo, violenza, beffa e avidità con una libertà che la televisione e il cinema avrebbero poi inevitabilmente addolcito. Miyazaki, invece, prende quel ladro geniale, pronipote ideale dell’Arsenio Lupin di Maurice Leblanc, e lo sposta verso un territorio diverso, più romantico, quasi cavalleresco. Non lo trasforma in un santo, per carità, Lupin resta Lupin, resta uno che guida come un pazzo, ruba, mente, improvvisa, sorride nel momento meno opportuno e sembra sempre a mezzo secondo dal farsi arrestare. Ma in Cagliostro la sua maschera da furfante si apre su qualcosa di più limpido: una forma di gentilezza istintiva, un codice morale personale, una disponibilità al rischio che non nasce dal desiderio di arricchirsi, bensì dalla necessità quasi infantile, e per questo bellissima, di salvare qualcuno.

Clarisse, in questo senso, non è soltanto la principessa da liberare nel senso classico del racconto d’avventura. È il punto in cui il film cambia temperatura. La sua presenza porta Lupin fuori dal puro gioco del furto e lo trascina in una dimensione sentimentale che Miyazaki gestisce con una delicatezza rara, senza appesantire mai il ritmo e senza trasformare tutto in melodramma. Lupin la salva, la protegge, le restituisce uno spazio di libertà, ma non pretende di possederla, non la riduce a trofeo, non la usa come pretesto per lucidare il proprio ego. Qui il ladro gentiluomo diventa davvero gentiluomo, nel senso più antico e quasi letterario del termine. La famosa chiusura del film, con Zenigata che trova il modo più tenero e geniale per “accusare” Lupin di aver rubato qualcosa, resta una delle battute più memorabili dell’intera saga perché funziona su più livelli: è una gag, è una dichiarazione poetica, è una sintesi perfetta di ciò che Miyazaki ha fatto al personaggio.

Attorno a Lupin ruota la solita costellazione di comprimari leggendari, e il bello è che Il castello di Cagliostro riesce a usarli senza schiacciarli dentro la routine. Daisuke Jigen, con sigaretta e pistola sempre al posto giusto, è la spalla perfetta perché non ha bisogno di troppe parole per dirci che seguirebbe Lupin anche dentro la bocca di un drago meccanico, purché ci sia una via di fuga abbastanza assurda da meritare il viaggio. Goemon Ishikawa XIII appare con quella sua aura da samurai fuori dal tempo, essenziale e letale, come se arrivasse da un altro genere narrativo e decidesse di restare perché, in fondo, nessuno sa rendere epico il silenzio come lui. Fujiko Mine, spesso associata alla seduzione e all’opportunismo, qui si muove con una brillantezza strategica che la rende molto più di una semplice femme fatale: gioca la sua partita, osserva, calcola, ma alla fine partecipa allo smascheramento del Conte con una naturalezza che la avvicina al fronte degli “eroi”, sempre mantenendo quella libertà sfuggente che la rende Fujiko. E poi c’è l’Ispettore Zenigata, eterno inseguitore, figura comica e tragica insieme, poliziotto condannato a rincorrere un uomo che forse comprende meglio di chiunque altro. In Cagliostro, Zenigata riesce persino a superare la propria ossessione professionale quando capisce che dietro quel piccolo Stato apparentemente fiabesco si nasconde una macchina criminale molto più pericolosa del ladro che insegue da una vita.

Il Ducato di Cagliostro è uno dei luoghi più affascinanti mai attraversati da Lupin III, anche perché sembra costruito come un puzzle di suggestioni europee osservate attraverso lo sguardo di un animatore giapponese innamorato dei castelli, delle Alpi, delle architetture medievali e delle vecchie leggende di confine. Il film lo presenta come una minuscola nazione, quasi un puntino nascosto tra montagne, laghi e mura antiche, ma la sua identità è volutamente ambigua. Il nome rimanda subito all’Italia e alla figura storica di Alessandro Conte di Cagliostro, ovvero Giuseppe Balsamo, alchimista, avventuriero, massone, personaggio sospeso tra cronaca, mito e truffa elegante. La cosa buffa, e molto lupiniana, è che Cagliostro stesso era un nome costruito, un titolo inventato per entrare nei salotti europei con un’aura nobiliare fasulla. Miyazaki non avrebbe potuto scegliere riferimento migliore per uno Stato che prospera grazie alla produzione di denaro falso, una piccola potenza parassitaria capace di infiltrare l’economia mondiale restando nascosta dietro le sue torri da fiaba.

Poi, naturalmente, la geografia del film inizia a giocare con noi. L’ingresso nel paese, alcuni cartelli, certe atmosfere di confine e persino quel piatto di spaghetti divorato da Lupin e Jigen fanno pensare all’Italia o a una sua proiezione immaginaria, mentre la struttura politica del principato evoca più facilmente Monaco, con la sua dimensione dinastica, aristocratica e glamour, anche se qui il lusso viene sostituito da una cupezza medievale molto più minacciosa. Le rocche e le torri ricordano a tratti San Marino, soprattutto per l’idea di piccolo Stato incastonato in uno scenario fortificato, ma il castello affacciato sull’acqua e isolato dal mondo richiama anche suggestioni francesi, quasi da Mont-Saint-Michel trasfigurato in un incubo meccanico. Le montagne innevate, i resti antichi, l’impressione di enclave europea fuori scala possono far pensare persino al Liechtenstein. La verità, probabilmente, è che Cagliostro funziona proprio perché non coincide con un luogo reale: è Europa filtrata dal sogno, dalla memoria visiva, dalle cartoline, dai romanzi d’avventura, dalle mappe viste da lontano e reinventate con la libertà dell’animazione.

Il contrasto tra i luoghi abitati dai personaggi racconta moltissimo del film. Lupin si rifugia tra le rovine del vecchio palazzo dell’arciduca, uno spazio aperto, luminoso, decadente ma ancora attraversato da una certa nobiltà romantica. Il Conte domina invece da un castello enorme, chiuso, verticale, difeso da cannoni, trappole, passaggi segreti, sotterranei, torri e macchine nascoste. Da una parte una rovina che respira ancora, dall’altra una fortezza che stringe tutto in una presa di ferro. È una scelta visiva potentissima, perché Miyazaki non ci dice soltanto chi è buono e chi è malvagio: ce lo fa sentire attraverso l’architettura, attraverso la luce, attraverso la relazione tra gli esseri umani e gli spazi che abitano. Il castello del Conte è una macchina di controllo, un organismo antico e moderno allo stesso tempo, e non stupisce che molti spettatori abbiano visto in quelle strutture complesse un’anticipazione di ossessioni che Miyazaki avrebbe poi sviluppato altrove, fino ad arrivare alle costruzioni impossibili e mobili de Il castello errante di Howl.

Guardando oggi Lupin III – Il castello di Cagliostro, si resta colpiti dalla quantità di Miyazaki già presente nel film, quasi fosse una piccola antologia emotiva delle esperienze accumulate dall’autore prima del suo pieno riconoscimento internazionale. Le montagne e certi volti anziani rimandano alla stagione televisiva di Heidi, soprattutto nella figura del vecchio custode, che sembra portarsi dietro quell’umanità ruvida e montanara che Miyazaki conosceva bene. Le macchine volanti, il piccolo aerogiro del Conte, le imbarcazioni armate e certi dettagli tecnologici hanno qualcosa dello spirito avventuroso e proto-steampunk di Conan, il ragazzo del futuro, con quella meravigliosa sensazione che il metallo, il vapore e gli ingranaggi possano essere al tempo stesso giocattoli, armi e creature fantastiche. Persino il ritmo delle fughe, così fisico, elastico, quasi slapstick, racconta l’amore di Miyazaki per un cinema d’azione in cui il corpo dei personaggi non è mai rigido: corre, scivola, cade, si arrampica, rimbalza, improvvisa. Il risultato è un film che sembra disegnato con il respiro, non con il righello.

La scena dell’inseguimento iniziale resta ancora oggi una lezione di cinema puro. Lupin e Jigen fuggono dopo una rapina, scoprono che il bottino è composto da banconote false, poi finiscono per inseguire e salvare Clarisse in una sequenza che mescola velocità, comicità, pericolo e leggerezza con una sicurezza impressionante. La piccola Fiat 500 di Lupin diventa quasi un personaggio a parte, una scheggia gialla lanciata contro auto ben più minacciose, e ogni curva sembra contenere una battuta visiva. Qui si capisce perché Cagliostro sia tanto amato anche fuori dal fandom di Lupin: non serve conoscere tutta la saga per entrare nel film, perché il linguaggio dell’avventura è immediato, corporeo, universale. Chi conosce Lupin coglie sfumature, deviazioni, riferimenti e cambiamenti di tono; chi lo incontra per la prima volta viene trascinato dentro un racconto che ha la chiarezza di una fiaba e l’energia di un heist movie.

La storia di Lupin III, del resto, è già una piccola epopea pop. Nato come manga alla fine degli anni Sessanta, il personaggio approda in televisione nei primi anni Settanta con la celebre giacca verde, attraversa poi la stagione della giacca rossa e diventa progressivamente un’icona internazionale dell’anime, capace di parlare a pubblici diversissimi. In Italia Lupin ha avuto un destino particolarmente felice, forse perché il suo mix di furbizia, eleganza cialtrona, ironia e romanticismo si è incastrato benissimo con il nostro modo di amare gli antieroi. Non era il classico protagonista senza macchia, non era il supereroe granitico, non era neppure il detective tormentato. Era un ladro, sì, ma un ladro con stile, uno capace di mandare in tilt polizie, dittatori, miliardari corrotti e criminali peggiori di lui, facendo sembrare tutto una partita a scacchi giocata su un treno in corsa. Accanto a lui, Jigen, Goemon, Fujiko e Zenigata hanno costruito una delle squadre più riconoscibili dell’animazione giapponese, una famiglia disfunzionale e perfetta dove ciascuno occupa uno spazio narrativo preciso, ma mai davvero immobile.

Il castello di Cagliostro è anche un film importante perché dimostra quanto l’animazione giapponese fosse già capace, nel 1979, di dialogare con il grande cinema internazionale senza perdere identità. Dentro il film si avvertono il gusto per il feuilleton europeo, l’avventura alla Dumas, il cinema di rapina, la comicità fisica, la spy story, il racconto gotico, la fiaba romantica, persino un certo sapore da serial d’altri tempi. Miyazaki prende questi materiali e li fonde in una narrazione limpida, elegante, mai fredda. La grandezza del film sta anche nella sua apparente semplicità: sembra un’avventura lineare, ma sotto quella superficie scorre una riflessione sul potere, sulla falsificazione, sull’eredità, sulla memoria storica, sulla differenza tra nobiltà vera e nobiltà di facciata. Il Conte di Cagliostro non è solo un cattivo da sconfiggere, è il volto di un sistema chiuso, autoreferenziale, pronto a usare il passato come decorazione e il futuro come minaccia. Lupin, al contrario, è il movimento, l’imprevisto, l’anarchia gentile che manda in crisi la macchina.

La rimasterizzazione in 4K diventa allora più di un semplice aggiornamento tecnico. Certo, l’idea di vedere sul grande schermo fondali, dettagli architettonici, inseguimenti e sequenze notturne con una pulizia visiva nuova è già sufficiente per far venire voglia di correre al cinema, ma il punto è un altro: film come questo ricordano quanto l’animazione disegnata a mano sappia resistere al tempo quando nasce da una visione forte. Ogni movimento ha un peso, ogni ambiente ha una temperatura, ogni personaggio conserva una presenza fisica riconoscibile. La tecnologia del restauro non cancella l’età dell’opera, la valorizza. Permette di avvicinarci di nuovo a quei disegni senza la patina della copia televisiva, senza la compressione dell’abitudine, senza quel filtro mentale che spesso applichiamo ai classici credendo di conoscerli già. Rivedere Cagliostro al cinema significa anche riscoprirlo come oggetto cinematografico, non solo come ricordo affettuoso.

Per chi segue Miyazaki da anni, il film ha il sapore delle origini. Prima di Nausicaä della Valle del vento, prima di Laputa – Castello nel cielo, prima di Il mio vicino Totoro, Principessa Mononoke, La città incantata e tutto ciò che ha trasformato il suo nome in una specie di sigillo poetico, Cagliostro mostra un autore già innamorato del volo, delle ragazze coraggiose, delle rovine, delle macchine, dei paesaggi europei reinventati, dei personaggi moralmente più complessi di quanto sembri. Certo, Lupin non appartiene a Miyazaki nello stesso modo in cui gli appartengono Chihiro, Nausicaä o Sophie, eppure qui l’autore riesce a entrare in un franchise altrui lasciando un’impronta indelebile. Non lo fa tradendo il personaggio, ma scegliendo una sua possibile direzione, forse la più luminosa, forse la più romantica, certamente una delle più amate.

Per chi invece ama Lupin nella sua versione più spigolosa, più adulta, più fedele al manga di Monkey Punch, Cagliostro può apparire come una deviazione gentile. Ma è proprio questa differenza a renderlo così interessante. Ogni grande personaggio pop sopravvive perché può essere reinterpretato. Batman può essere gotico, noir, camp, realistico, mitologico. Sherlock Holmes può essere vittoriano, moderno, televisivo, cinematografico, quasi supereroistico. Lupin III può essere criminale amorale, trickster erotico, ladro da commedia, avventuriero romantico. Miyazaki non cancella il Lupin precedente, lo attraversa e ne illumina una possibilità. Gli toglie parte del cinismo e gli restituisce una malinconia da cavaliere senza regno, uno che ruba perché il mondo dei potenti è già costruito su furti molto più grandi dei suoi.

In sala, probabilmente, succederà una cosa bellissima: generazioni diverse rideranno negli stessi punti per motivi diversi. Chi ha scoperto Lupin in TV ritroverà un frammento della propria educazione sentimentale nerd, chi lo conosce attraverso home video, streaming o recuperi cinefili potrà finalmente misurarlo nel formato per cui era stato pensato, chi arriva da Miyazaki magari senza avere troppa confidenza con la saga scoprirà una tessera fondamentale del percorso dell’autore. E magari qualcuno, uscendo dal cinema, avrà voglia di recuperare le serie, i film, gli special, i manga, le mille incarnazioni di un personaggio che continua a scappare dalle definizioni con la stessa facilità con cui scappa dalla polizia.

Il bello di Lupin III – Il castello di Cagliostro è che non chiede al pubblico di scegliere tra nostalgia e scoperta. Può essere entrambe le cose, senza perdere un grammo della sua energia. Può essere il film che abbiamo amato anni fa, ma anche quello che non avevamo mai davvero visto così. Può essere un capitolo della saga di Lupin, un tassello nella carriera di Hayao Miyazaki, una porta d’ingresso nell’animazione giapponese classica, un racconto d’avventura perfetto per chi ama castelli misteriosi, tesori nascosti, principesse in pericolo, ladri con un codice morale e cattivi talmente aristocratici da sembrare già sconfitti dalla propria arroganza. Tre giorni al cinema sono pochi per un’opera che ha attraversato più di quarant’anni, ma forse Lupin avrebbe apprezzato proprio questa fugacità: un’apparizione rapida, brillante, impossibile da ignorare, destinata a lasciare dietro di sé una scia di domande, sorrisi e discussioni tra appassionati. E allora la vera domanda, per la community di CorriereNerd.it, è inevitabile: il vostro Lupin preferito è quello romantico e cavalleresco di Miyazaki, quello più scorretto e tagliente di Monkey Punch, o quella creatura imprendibile che cambia volto ogni volta che pensiamo di averlo finalmente afferrato?

Note: AI-Generated Content

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