Dopo oltre quarant’anni di viaggi iperspaziali, George Lucas abbandona ufficialmente ogni ruolo nella supervisione di Star Wars per dedicarsi anima e corpo al Lucas Museum of Narrative Art. Un addio silenzioso, quasi zen, che segna la fine di un’era.
C’è qualcosa di profondamente malinconico nel vedere il creatore di un mito allontanarsi dal proprio universo. George Lucas, l’uomo che trasformò la fantascienza in religione pop, ha confermato ciò che da tempo temevamo: Star Wars non è più “sua”. Dopo la vendita della Lucasfilm alla Disney nel 2012 — un passaggio di testimone da 4,05 miliardi di dollari — il padre della Forza ha ufficializzato il suo totale distacco dalla saga, sigillando definitivamente il portale che collegava il suo immaginario all’infinito.
“Certo che l’ho superata. Ho una vita. Sto costruendo un museo. E un museo è più difficile da realizzare che fare film”, ha dichiarato con la pacatezza di un Maestro Jedi che contempla il tramonto su Tatooine. Parole semplici, eppure devastanti. Dietro la serenità, si avverte la rassegnazione di chi ha compreso che la sua creatura, ormai, ha intrapreso un viaggio da cui non tornerà più.
La Forza si è fatta algoritmo
Lucas non ha mai nascosto la sua delusione per la direzione intrapresa dal franchise. Negli ultimi anni, mentre il pubblico si divideva fra nostalgici e neofiti, lui osservava da lontano, come un Obi-Wan in esilio, il lento mutare del mito. “Ero l’unico che sapesse davvero cosa fosse Star Wars — ha detto — la Forza, per esempio, nessuno la capiva davvero. Quando altri hanno iniziato a occuparsene, molte idee si sono perse. Ma così va la vita.”
Dietro questa frase si nasconde il senso di perdita di un’intera generazione. La Forza, nata come equilibrio tra spiritualità e tecnologia, è diventata col tempo una formula industriale, un algoritmo narrativo perfetto ma senz’anima. I nuovi episodi, da The Rise of Skywalker alle serie come The Acolyte, hanno ampliato l’universo ma ridotto la magia. Non mancano prodotti eccellenti, ma il sentimento è mutato: Star Wars oggi è un multiverso brandizzato, non più una fiaba iniziatica.
Eppure, chi conosce la filosofia lucasiana sa che il creatore non è mai stato schiavo della nostalgia. Lucas ha sempre creduto nella trasformazione, nella ciclicità del mito: il Maestro sa quando è tempo di cedere la spada laser.
Dal Millennium Falcon al Museo del Racconto
È così che nasce il Lucas Museum of Narrative Art, la nuova “galassia” del cineasta, in costruzione a Los Angeles. Un tempio moderno dedicato alla potenza del racconto, che unirà arte popolare, illustrazione, fumetto, animazione, fotografia e cinema in un unico grande flusso di narrazione visiva.
Con l’aiuto della moglie Mellody Hobson, Lucas ha investito la sua ultima grande energia in questa impresa titanica, concepita come un’arca per l’immaginazione umana. Nel museo troveranno spazio i maestri della pittura e gli eroi del fumetto, da Norman Rockwell a Moebius. Star Wars occuperà solo “una trentatreesima parte” della collezione, a testimonianza del suo desiderio di guardare oltre, di uscire dall’orbita del proprio mito.
È quasi poetico pensare che Lucas, l’uomo che ha trasformato il racconto visivo in religione globale, dedichi il suo crepuscolo a un luogo dove il racconto stesso diventa arte. Come se avesse deciso di scolpire la Forza nel marmo, di renderla tangibile e universale.
Il discepolo della luce: Dave Filoni
Ma ogni maestro lascia un apprendista. E nell’universo lucasiano, quell’erede ha un nome preciso: Dave Filoni. Regista, animatore e oggi “chief creative officer” di Lucasfilm, Filoni è il guardiano dell’eredità spirituale del suo mentore. Con The Clone Wars, Rebels, The Mandalorian e Ahsoka, ha mantenuto viva la vena mitopoietica della saga, intrecciando la filosofia Jedi con il linguaggio seriale moderno.
“Lucas è sempre stato la nostra guida invisibile,” ha confessato Filoni. “Sapere che il Maestro approvava ciò che facevamo era come sentire la sua voce nella Forza.”
Oggi, mentre il creatore costruisce un museo e non astronavi, Filoni è l’ultimo Jedi della vecchia scuola, colui che cerca di bilanciare intrattenimento e spiritualità, mito e marketing.
Una galassia orfana del suo architetto
Il distacco di Lucas non è un atto di rancore, ma di pace. È la chiusura del cerchio, il compimento del destino di chi ha generato un universo e lo ha lasciato libero di esistere.
Tuttavia, per noi fan, è impossibile non sentire un vuoto cosmico. Perché Star Wars non è mai stato solo un franchise, ma una mitologia contemporanea. E Lucas ne era il demiurgo: il contadino della valle di Modesto che sognò le stelle e ci insegnò che “la Forza sarà sempre con noi”.
Quando il Lucas Museum aprirà le sue porte nel 2026, non ci troveremo davanti a una semplice esposizione. Sarà l’ultimo messaggio di un uomo che ha creduto nella potenza universale della narrazione.
E forse, tra un quadro e una cel di Akira, sentiremo ancora l’eco di un vecchio Jedi che sussurra, con voce serena:
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