Park Hyung Seok non entra nella storia come uno di quei protagonisti costruiti per farsi amare al primo sguardo, con la posa da poster, la battuta pronta e quel carisma da main character che nei corridoi scolastici degli anime sembra quasi una valuta più forte del denaro. Entra male, anzi, entra ferito. Entra con il corpo di chi ha imparato troppo presto a occupare meno spazio possibile, con lo sguardo basso di chi conosce già il rumore delle risate cattive prima ancora che arrivino, con quella rabbia masticata e ingoiata male che spesso non esplode contro i veri colpevoli, ma contro chi resta lì, vicino, anche quando fa male. Sua madre, per esempio. E già questo, per me, rende Lookism una serie molto più scomoda di quanto il suo concept da webtoon soprannaturale potrebbe far pensare a un primo scroll distratto su Netflix.
La serie animata Lookism, tratta dal celebre webtoon sudcoreano di Taejun Pak, parte da un’idea quasi brutale nella sua semplicità: un ragazzo bullizzato per il proprio aspetto fisico si risveglia improvvisamente in un secondo corpo alto, atletico, bellissimo, così diverso dal suo da sembrare generato da un editor di personaggi portato al massimo dei parametri estetici. Avete presente quando in un videogioco perdiamo un’ora nel character creator cercando il volto perfetto, la mascella giusta, la pelle luminosa, la postura da eroe destinato a spaccare il mondo? Ecco, Hyung Seok si ritrova addosso quella build definitiva senza averla scelta davvero, senza averla guadagnata con una quest, senza neppure capire quale entità cosmica, glitch narrativo o crudele ironia dell’universo gli abbia droppato un corpo leggendario nel bel mezzo della sua vita da NPC maltrattato. Solo che Lookism non usa questa trasformazione come una fantasia di rivincita pulita, di quelle in cui il protagonista diventa figo e tutti magicamente imparano la lezione. La usa come uno specchio, e gli specchi, soprattutto quelli troppo sinceri, raramente sono gentili.
Prodotta da Studio Mir, già dietro progetti animati come DOTA: Dragon’s Blood e The Witcher: Nightmare of the Wolf, la serie Netflix porta sullo schermo un manhwa che dal 2014 ha costruito un fandom enorme su Naver Webtoon e LINE Manga, attraversando anni di commenti, teorie, discussioni, fanart, meme e quella forma di affetto collettivo che solo le opere nate online sanno generare. Lookism non arriva dall’alto come un prodotto confezionato in laboratorio per intercettare il trend coreano del momento; arriva da una piattaforma dove i lettori hanno accompagnato Park Hyung Seok episodio dopo episodio, vedendolo cambiare, sbagliare, crescere, combattere, cadere in contraddizione e scoprire pezzi sempre più oscuri di una società ossessionata dall’apparenza, dal successo, dal corpo performante, dall’immagine spendibile. La versione animata, composta da otto episodi, sceglie una traiettoria più compatta e accessibile, con un ritmo da binge watching che a tratti sembra volerci trascinare dentro un drama scolastico, poi in una commedia amara, poi in una storia di crescita personale, poi in qualcosa che profuma già di crime, lotta sociale e rabbia urbana.
La premessa è quasi da fiaba contemporanea, ma una fiaba cresciuta tra notifiche, idol culture, filtri bellezza e commenti velenosi sotto i post. Park Hyung Seok viene umiliato ogni giorno: gli rubano i soldi, lo picchiano, lo trattano come se il suo corpo fosse un difetto pubblico, una colpa da esibire davanti agli altri per divertimento. La scuola, che negli anime e nei k-drama spesso diventa il palcoscenico di amori, club pomeridiani e amicizie destinate a sopravvivere ai titoli di coda, qui ha il sapore più sporco di una lobby tossica da MMORPG, dove la gerarchia è già decisa prima ancora di premere start. Chi è bello sale di livello più in fretta, chi è forte detta le regole, chi è ricco o popolare accumula protezione sociale, chi non rientra negli standard diventa loot gratuito per i predatori del branco. È una dinamica esagerata? Forse nella forma, ma non nella sostanza. Chi è cresciuto online lo sa benissimo: il lookism, la discriminazione basata sull’aspetto fisico, non vive solo nei corridoi delle scuole coreane o nelle tavole di un webtoon. Sta nei commenti sotto un reel, nei trend su TikTok, nei video reaction dove il corpo altrui diventa contenuto, nelle chat di classe, nelle community tossiche, nelle app di dating che trasformano l’essere umano in una card da swipe compulsivo.
La cosa più interessante, e anche più fastidiosa da digerire, è che Lookism non rende Hyung Seok immediatamente adorabile. Il ragazzo soffre, sì, e la sua sofferenza è autentica, ma non viene santificato. Tornato a casa, riversa la propria frustrazione sulla madre, una donna che si spezza la schiena per dargli una possibilità e che riceve in cambio parole durissime, di quelle che restano appiccicate addosso anche dopo il silenzio. Questo passaggio è fondamentale, perché impedisce alla serie di trasformarsi in una favoletta consolatoria sul “povero ragazzo buono contro il mondo crudele”. Hyung Seok è una vittima, ma è anche un adolescente pieno di rabbia, immaturo, cieco davanti ai sacrifici altrui, incapace di capire che il dolore, se non lo guardi in faccia, rischia di diventare una lama puntata contro chi non se lo merita. Da cosplayer, lo ammetto, questo aspetto mi ha colpita più della trasformazione fisica: nel fandom siamo abituati a indossare corpi simbolici, armature, parrucche, divise, make-up, versioni potenziate di noi stessi, ma sappiamo anche quanto possa essere fragile il confine tra sentirsi finalmente visti e iniziare a credere che solo quella versione “migliore” abbia diritto di esistere.
Il trasferimento a Seoul dovrebbe essere il reset, il cambio server, il nuovo salvataggio dopo una run andata malissimo. Sua madre compie sacrifici enormi per permettergli di cambiare scuola e ricominciare altrove, ma il mondo non diventa più tenero solo perché cambi quartiere. La violenza sembra pronta a ripetersi con la stessa logica, come una boss fight che ritorna identica anche dopo aver cambiato mappa. Poi arriva il risveglio. Hyung Seok apre gli occhi e si ritrova in un corpo che il mondo riconosce subito come degno. Alto, bello, forte, magnetico. Un corpo che non deve spiegarsi. Un corpo che riceve sorrisi prima ancora di pronunciare una parola. Un corpo che entra in una stanza e modifica l’atteggiamento degli altri come se attivasse un’aura passiva da protagonista shonen.
Da quel momento la sua vita si divide in due turni quasi crudeli: di giorno il corpo perfetto, quello accolto, desiderato, fotografato, ammirato; di notte il corpo originario, quello stanco, ignorato, usato per lavorare, sopravvivere, restare ancorato alla realtà. Lookism costruisce qui la sua metafora più potente, perché il doppio corpo non è solo un elemento soprannaturale. È una grammatica emotiva. Racconta la distanza tra come ci sentiamo e come veniamo percepiti, tra identità e immagine, tra valore interiore e trattamento sociale. In un’epoca in cui basta un filtro per modificare il volto, un algoritmo per premiare certi lineamenti, una foto venuta male per sentirsi cancellati, la storia di Park Hyung Seok sembra quasi meno fantastica di quanto dovrebbe. Anzi, fa paura proprio perché il suo meccanismo è assurdo, ma le reazioni degli altri sono fin troppo realistiche.
Con il nuovo corpo, Hyung Seok scopre una gentilezza improvvisa che ha il sapore del tradimento. Le persone lo ascoltano. Le ragazze lo guardano. I compagni vogliono essergli amici. Persino i conflitti cambiano forma: non viene più attaccato perché considerato debole e ridicolo, ma perché la sua bellezza diventa una minaccia, una luce che ruba spazio a chi era abituato a dominare la scena. La popolarità, in Lookism, non è mai innocente. Somiglia a una valuta instabile, a un ranking da gacha game dove tutti cercano di restare nella fascia alta, terrorizzati dall’idea di perdere visibilità. Il protagonista viene spinto verso la moda, i social, la musica, il mondo dell’intrattenimento, e ogni passo sembra confermare la stessa legge non scritta: il talento conta, la gentilezza conta, la determinazione conta, certo, ma se il pacchetto estetico è quello giusto il gioco parte in modalità facilitata.
A rendere tutto ancora più interessante è il lavoro di Studio Mir, che nell’adattamento animato sceglie uno stile capace di mantenere l’anima del webtoon senza limitarsi a copiarne le tavole. I personaggi hanno movimenti dinamici, espressioni leggibili, fisicità molto diverse tra loro, e la regia sa quando spingere sull’impatto emotivo di una scena scolastica e quando lasciare spazio a un combattimento più spettacolare. Lookism, nella sua versione anime coreana, ha una patina urbana molto precisa: non cerca l’estetica patinata dell’idol drama perfetto, ma neanche il realismo grigio e sporco fino all’eccesso. Sta in mezzo, dove la vita quotidiana può diventare improvvisamente grottesca, comica, dolorosa o quasi epica. La colonna sonora, con la theme song “Like That” degli ATEEZ, aggiunge poi quel legame fortissimo con la cultura pop coreana contemporanea, facendo percepire la serie come parte di un ecosistema più ampio in cui webtoon, K-pop, animazione, social e fan culture si parlano continuamente.
Guardando Lookism da fan di anime, manga e videogiochi, viene spontaneo pensare a quante storie abbiano usato la trasformazione fisica come scorciatoia narrativa per parlare di potere. Solo che qui il power-up non rende automaticamente Hyung Seok migliore. Gli dà accesso. Gli mostra il dietro le quinte di un mondo che prima lo respingeva. Gli permette di capire, in modo quasi chirurgico, quanto il giudizio estetico condizioni ogni relazione. La sua crescita non sta tanto nel “diventare bello”, perché quello accade senza sforzo, come un incantesimo calato dall’alto. Sta nel non dimenticare il corpo lasciato a dormire, nel continuare a prendersene cura, nel riconoscere la violenza nascosta dentro la gentilezza selettiva degli altri, nel capire che essere trattati bene solo quando si appare nel modo giusto non è una vittoria piena, ma una rivelazione amarissima.
Proprio qui, però, la serie può lasciare addosso una sensazione strana. Per buona parte degli episodi, Lookism sembra camminare su un filo rischioso: da una parte denuncia una società dominata dal culto dell’immagine, dall’altra regala al protagonista esattamente ciò che quella società premia. È impossibile non chiederselo, almeno una volta: dov’è la conquista? Dov’è il cambiamento vero? Non sarebbe stato più forte vederlo restare nel proprio corpo e imparare a difendersi, farsi rispettare, costruire relazioni autentiche senza il miracolo del doppio fisico? La domanda brucia perché è giusta, e la serie sembra saperlo. Per alcuni spettatori, questa può essere la grande debolezza di Lookism; per altri, invece, è la ferita da cui entra il senso del racconto. Hyung Seok non riceve un premio, riceve una condanna conoscitiva. Gli viene data la possibilità di vivere sulla propria pelle entrambe le versioni della società: quella che accarezza i belli e quella che schiaccia gli indesiderati. Nessun discorso motivazionale avrebbe avuto lo stesso effetto.
Il bullismo in Lookism non è solo violenza fisica. È spettacolo. È gerarchia. È performance di gruppo. Chi umilia lo fa anche per essere visto dagli altri, per confermare la propria posizione, per trasformare la crudeltà in intrattenimento. Questa cosa, purtroppo, suona tremendamente familiare a chi frequenta internet da abbastanza tempo da aver visto nascere e morire mille piattaforme. Il corpo degli altri diventa meme, il disagio diventa contenuto, il fallimento diventa clip condivisibile. La serie ci mette davanti a un meccanismo che conosciamo benissimo: l’empatia spesso arriva solo quando la vittima diventa bella, talentuosa, utile, ammirabile. Prima era invisibile o ridicola. Dopo diventa qualcuno. E questa trasformazione dice molto più degli altri che di lui.
La dimensione scolastica, con il suo mix di commedia, azione e slice of life, funziona perché non cerca mai di essere una semplice cornice. La scuola di Lookism è un microcosmo spietato, quasi un’arena sociale dove ogni personaggio porta addosso una maschera. I belli non sono necessariamente felici, i forti non sono necessariamente liberi, i popolari non sono necessariamente sicuri di sé. Dietro ogni faccia presentabile si muove un bisogno feroce di conferme. Questo rende la storia più interessante del classico racconto sul ragazzo bullizzato che ottiene vendetta. Hyung Seok incontra persone gentili, persone superficiali, persone spezzate, persone che sembrano stereotipi e poi rivelano crepe inattese. E anche se l’adattamento Netflix copre solo una parte del materiale originale, riesce comunque a far intuire la vastità emotiva del webtoon, la sua evoluzione da drama scolastico a racconto sempre più ampio sulla parte oscura della società coreana, tra idol industry, criminalità, disuguaglianze, ambizione e sopravvivenza.
La scena finale, per chi arriva agli ultimi minuti con il dubbio ancora acceso, è una di quelle piccole detonazioni narrative che rimettono in ordine il caos. Senza rovinarne troppo la forza a chi ancora deve vederla, basta dire che Lookism allarga improvvisamente il campo e suggerisce che il doppio corpo non sia solo il miracolo personale di Hyung Seok, ma una chiave più grande, forse condivisa, forse generazionale. Una ragazza che lo aveva trattato con gentilezza quando lui era nel suo corpo originario appare in una luce nuova, e per pochi istanti la serie sembra sussurrare che il tema non è semplicemente diventare belli, ma sopravvivere alla distanza tra il sé che il mondo accetta e quello che il mondo rifiuta. Quei pochi frame cambiano il sapore dell’intera visione, perché trasformano il lieto fine da semplice soddisfazione emotiva a domanda sospesa: quanti corpi siamo costretti a indossare per essere amati? Quante versioni di noi lasciamo addormentate mentre portiamo in giro quella più vendibile?
Forse Lookism colpisce così tanto perché parla di una cosa che nel fandom conosciamo bene, anche se raramente la diciamo ad alta voce. Il desiderio di trasformarsi. Di entrare in fiera con un costume e sentirsi finalmente osservati nel modo giusto. Di postare una foto e sperare che qualcuno veda l’impegno, non solo il difetto. Di creare un avatar online più sicuro, più bello, più brillante, più capace di rispondere a tono. Di scegliere una skin e pensare, anche solo per una partita, che quella sia una versione più libera di noi. Lookism prende questa fantasia e la rende disturbante, perché ci obbliga a chiederci cosa succede quando il mondo ama la skin e continua a disprezzare il giocatore.
La serie animata disponibile su Netflix non è perfetta, e forse sarebbe perfino meno interessante se lo fosse. Ha momenti più diretti, passaggi che possono sembrare rapidi, svolte che nell’adattamento in otto episodi non hanno tutto il respiro del webtoon originale. Eppure resta addosso. Resta nei pensieri mentre scorriamo Instagram, mentre guardiamo un idol sul palco, mentre scegliamo quale selfie pubblicare e quale cancellare, mentre ricordiamo quella volta in cui qualcuno ci ha trattati meglio solo perché eravamo vestiti, truccati, pettinati o semplicemente percepiti nel modo “giusto”. Lookism non accusa lo spettatore da una cattedra morale, non si limita a dire che la società è superficiale e cattiva. Fa qualcosa di più subdolo: ci fa desiderare il corpo perfetto insieme al protagonista, poi ci mette davanti al prezzo emotivo di quel desiderio.
Park Hyung Seok cresce davvero non perché diventa bello, ma perché capisce quanto sia ingiusto il mondo che lo premia solo in quella forma. La bellezza, in Lookism, non salva. Apre porte, sì. Protegge, seduce, facilita. Ma non cura l’abbandono, non cancella la vergogna, non ripara automaticamente il rapporto con chi ci ha amati quando eravamo più difficili da amare. La sua storia resta potente proprio perché non offre una soluzione comoda. Non basta un nuovo corpo per diventare una persona nuova. Non basta essere ammirati per sentirsi finalmente interi. E forse, sotto la superficie da anime scolastico con elementi soprannaturali, Lookism ci parla del terrore più quotidiano di tutti: quello di scoprire che gli altri erano capaci di gentilezza fin dall’inizio, solo che non la ritenevano dovuta alla nostra versione meno presentabile.
Tra webtoon coreano, serie Netflix, cultura K-pop, bullismo scolastico, materialismo e ossessione per l’immagine, Lookism riesce a trasformare un concept quasi assurdo in una riflessione sorprendentemente vicina alla nostra vita digitale. Non è solo la storia di un ragazzo con due corpi. È una storia su come impariamo a guardarci attraverso gli occhi sbagliati, su quanto faccia male essere ridotti a un involucro, su quanto sia difficile scegliere chi vogliamo diventare quando il mondo applaude solo una parte di noi. E magari la prossima volta che qualcuno liquiderà Lookism come “quell’anime del ragazzo brutto che diventa bello”, verrà voglia di fermarlo un secondo, sorridere da fan con troppe ore di binge watching sulle spalle, e rispondere che no, la faccenda è molto più scomoda, più pop, più cattiva e più umana di così. Anche perché la domanda resta lì, appesa come una notifica non letta: se domani ci svegliassimo con il corpo perfetto, saremmo davvero più liberi o scopriremmo soltanto quanto poco il mondo ci aveva guardati prima?
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