Chi è cresciuto tra le pagine consumate dei manga anni Novanta e le scan tradotte male nei primi forum italiani, riconosce subito quel tipo di racconto che sembra semplice all’inizio e poi, senza fare rumore, ti si infila sotto pelle. Non è solo una questione di magia o di ambientazione fantasy, è proprio quel modo un po’ obliquo di raccontare il mondo, in cui il mistero non viene mai davvero spiegato fino in fondo e i personaggi si muovono dentro qualcosa che li supera, come se fossero sempre un passo indietro rispetto alla verità.
È esattamente la sensazione che arriva leggendo Lo Stregone d’Argento, la miniserie firmata da Ina Tsuzawa che sta per affacciarsi anche in Italia grazie a J-POP Manga, con un debutto che ha tutta l’aria di voler intercettare quel pubblico che cerca ancora storie capaci di sorprendere senza bisogno di urlare.
La cosa interessante, e qui parlo proprio da uno che ha visto passare generazioni di manga tra edicole, fumetterie e Amazon, è che questa serie parte da un impianto narrativo quasi classico, quasi rassicurante: una giovane protagonista, un piccolo mondo quotidiano, una tradizione che si tramanda, un passato che pesa più di quanto si voglia ammettere. Poi però succede qualcosa, e da lì non si torna indietro.
Mei non è un’eroina nel senso classico del termine, non è quella che sogna l’avventura fin dall’inizio o che vuole cambiare il proprio destino. È una ragazza normale, legata a una vita concreta fatta di pane, forno, famiglia, aspettative e piccoli fallimenti. E forse proprio per questo funziona così bene, perché il suo ingresso nel fantastico non ha niente di epico all’inizio, sembra quasi un errore, un incidente, una deviazione che nessuno aveva previsto.
Il mondo in cui si muove è costruito attorno a una leggenda che ha il sapore di quelle storie che si raccontano da generazioni, un racconto diviso in due colori, oro e argento, luce e colpa, redenzione e condanna. Da una parte gli stregoni dorati, celebrati come salvatori, dall’altra una figura quasi maledetta, lo Stregone d’Argento, associato a un crimine così enorme da diventare memoria collettiva, paura tramandata, verità mai verificata fino in fondo.
E qui scatta qualcosa che mi ha ricordato certi manga di fine anni ’90, quando gli autori iniziavano a giocare con l’ambiguità morale invece di offrire buoni e cattivi ben definiti. Perché appena Mei entra in contatto con quella dimensione nascosta, quella distesa irreale di grano argentato che sembra uscita da un sogno più che da un mondo reale, tutto quello che pensava di sapere si incrina.
L’incontro con lo Stregone d’Argento, Belle, non è costruito come uno scontro, né come una rivelazione spettacolare. È quasi silenzioso, sospeso, e proprio per questo destabilizzante. Lui non è il mostro che la leggenda racconta, non è la figura oscura che dovrebbe incutere paura. Anzi, c’è qualcosa di profondamente umano, fragile, persino gentile, che entra subito in contrasto con quello che il mondo là fuori crede di sapere.
E allora inizi a capire dove vuole andare a parare questa storia. Non è solo un fantasy con elementi romantici, anche se quella tensione emotiva c’è e si percepisce sotto traccia. È una riflessione più sottile su come nascono i miti, su come si costruiscono i colpevoli perfetti e su quanto sia facile cancellare una verità scomoda semplicemente raccontandola in modo diverso per qualche generazione di troppo.
Quello che colpisce davvero è il modo in cui la narrazione si muove, senza fretta ma senza mai essere statica. Succedono cose, anche pesanti, anche brutali a tratti, eppure non c’è mai quella sensazione da “colpo di scena obbligatorio”. Tutto sembra nascere da una logica interna, da un mondo che ha regole precise ma non completamente esplicitate, come succede nelle storie migliori.
Il rapporto tra Mei e Belle è forse il cuore più interessante, anche perché non segue i binari più prevedibili. Non c’è quella spinta immediata verso la romance che ormai molti lettori danno per scontata, e personalmente è una scelta che apprezzo parecchio. Funziona meglio così, più sfumata, più sospesa, più vicina a una dinamica di crescita reciproca che a una storia d’amore già scritta.
E poi c’è tutto il discorso legato alla magia stessa, che qui non è mai neutra. L’oro e l’argento non sono solo colori o poteri diversi, sono incompatibili, quasi tossici l’uno per l’altro. Una scelta narrativa che apre un sacco di domande e che, senza fare troppo rumore, introduce un tema interessante: ogni sistema, anche quello apparentemente perfetto, ha qualcosa che non riesce a integrare. E quello che resta fuori, prima o poi, torna a chiedere conto.
Leggendo il primo volume viene spontaneo pensare a quanto questa storia sia partita quasi per caso, come una one-shot diventata serie grazie all’entusiasmo dei lettori. Ed è una di quelle cose che, da vecchio lettore, mi fanno sorridere, perché significa che ancora oggi, in un mercato iper saturo, una buona idea può trovare spazio se riesce a colpire nel modo giusto.
E qui la sensazione è proprio quella: un’opera che non cerca di strafare, che non punta sull’effetto immediato, ma costruisce lentamente un mondo in cui vuoi tornare. Non perché sia rassicurante, ma perché senti che c’è ancora tanto da scoprire, e che ogni risposta porterà inevitabilmente a nuove domande.
L’arrivo in Italia il 28 aprile segna uno di quei momenti in cui vale la pena fermarsi un attimo e dare una possibilità a qualcosa che non arriva con il peso di un franchise gigante o di un hype costruito a tavolino. A volte le storie più interessanti sono proprio quelle che ti trovi tra le mani quasi per caso, magari pensando di leggere qualche pagina e poi ritrovandoti ore dopo ancora lì, a chiederti dove voglia andare a parare tutto questo.
E la verità è che, dopo aver chiuso il primo volume, la sensazione non è quella di aver capito, ma di essere appena entrati davvero nella storia. Ed è esattamente il tipo di sensazione che, ancora oggi, mi fa tornare a leggere manga con lo stesso entusiasmo di quando li cercavo nei negozi specializzati, con internet che iniziava appena a cambiare le regole del gioco.
Se poi questa miscela di mistero, magia e relazioni ambigue riuscirà a mantenere la promessa nei volumi successivi, è qualcosa che vale la pena scoprire insieme. Anche perché, diciamocelo senza troppi giri di parole, una storia così non si legge da soli: si commenta, si discute, si smonta e si ricostruisce pezzo per pezzo, proprio come succede ogni giorno tra chi vive davvero questa passione.
E qui la domanda viene quasi naturale: voi da che parte state, oro o argento?
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