Succede raramente, ma quando accade lo senti subito: quel momento preciso in cui un trailer non è solo un’anticipazione, ma una promessa emotiva, un piccolo varco che si apre dentro di te e ti fa intuire che sì, questa storia potrebbe restarti addosso più del previsto. L’isola dimenticata, il nuovo progetto di DreamWorks Animation, mi ha dato esattamente quella sensazione lì, quella che anni fa mi colpì guardando per la prima volta Il Gatto con gli Stivali 2: L’Ultimo Desiderio e, più recentemente, lasciandomi attraversare dalla poesia visiva de Il robot selvaggio.
Dietro questo nuovo viaggio troviamo ancora una volta Joel Crawford e Januel Mercado, due nomi che ormai non sono più semplicemente “promettenti”, ma veri e propri architetti di emozioni animate. E stavolta non si limitano a dirigere: firmano anche la sceneggiatura, come a voler dire che questa storia nasce proprio da loro, senza filtri, senza mediazioni. Una scelta che si sente già nei primi frame.
Due amiche, un mondo che non dovrebbe esistere… e un prezzo impossibile
Non è solo un’avventura fantasy, e si capisce subito. È una storia che parla di legami che cambiano, di strade che si separano, di quel momento strano e inevitabile in cui crescere significa anche perdere qualcosa. Jo e Raissa non sono eroine classiche: sono due ragazze che hanno condiviso tutto, e proprio quando la vita reale inizia a dividerle, vengono catapultate altrove, in un universo che sembra uscito da un sogno antico.
Quel mondo ha un nome che suona già come leggenda: Nakali. Un luogo sospeso tra mito e visione, costruito su suggestioni della mitologia filippina, e già questo dettaglio basta a rendere tutto incredibilmente fresco, lontano dalle solite estetiche fantasy occidentali che ormai conosciamo a memoria.
Ma il vero colpo emotivo arriva con la regola che governa quel mondo: per tornare indietro, bisogna rinunciare ai propri ricordi. Non a qualcosa di simbolico, non a un oggetto, non a un sacrificio “facile” da accettare… ma a tutto ciò che ti rende te stesso.
E a quel punto la domanda non è più “come torneranno a casa?”, ma “vale davvero la pena farlo, se il prezzo è dimenticare chi ami?”.
Una rivoluzione visiva che continua a evolversi
L’isola dimenticata porta avanti questa rivoluzione con una sicurezza che fa quasi impressione. La CGI si fonde con il 2D, i movimenti diventano volutamente “a scatti”, quasi pittorici, e ogni inquadratura sembra un frame rubato a un artbook più che a un film tradizionale. Non è solo estetica: è un modo diverso di raccontare, di farti percepire il mondo come qualcosa di vivo, instabile, quasi onirico.
Non siamo ancora nel territorio radicale degli Spider-Verse targati Sony, ma la direzione è chiara, e soprattutto è coerente. DreamWorks sta costruendo una sua identità visiva forte, riconoscibile, e questo film sembra essere un altro tassello fondamentale di quel percorso.
Un’onda nuova nel cinema animato (e forse anche nel modo di raccontare le emozioni)
Quello che mi colpisce davvero, però, non è solo lo stile o l’ambientazione. È il fatto che sempre più spesso l’animazione mainstream stia smettendo di “semplificare” le emozioni. Non più storie che spiegano cosa provare, ma storie che ti mettono davanti a scelte impossibili e ti lasciano lì, a sentirle.
L’isola dimenticata sembra muoversi proprio in questa direzione: niente morale facile, niente percorso lineare, ma una tensione emotiva che nasce da qualcosa di profondamente umano. Crescere, cambiare, lasciarsi indietro pezzi di sé… o decidere di non farlo, pagando comunque un prezzo.
E mentre penso a questo film, mi torna in mente quanto l’animazione sia diventata, negli ultimi anni, uno dei linguaggi più coraggiosi del cinema. Quello che osa di più, che sperimenta, che rischia davvero.
Un ritorno atteso… ma soprattutto un viaggio da vivere insieme
L’uscita è fissata per il 24 settembre, distribuita da Universal Pictures, e sì, lo ammetto: l’hype è reale, tangibile, difficile da contenere. Non solo per quello che abbiamo visto finora, ma per quello che questo film promette di essere.
Una storia di amicizia che non si limita a celebrare il legame, ma lo mette alla prova nel modo più crudele possibile. Un mondo fantastico che non è solo spettacolo, ma metafora. Un’esperienza visiva che continua a ridefinire cosa significa “animazione” oggi.
E allora la vera domanda, forse, non è se Jo e Raissa riusciranno a tornare a casa… ma se noi, una volta entrati in Nakali, avremo davvero voglia di farlo.
E voi? Rinuncereste ai vostri ricordi per salvare qualcuno che amate… o è proprio la memoria ciò che rende quell’amore impossibile da perdere? 💭
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