Abbiamo passato gli ultimi dieci anni a lucidare la nostra immagine digitale come se dovessimo esporla al MoMA. Filtri, inquadrature studiate, quel finto disordine che richiede mezz’ora di preparazione. Poi, a un certo punto, qualcosa si è rotto. Forse ci siamo stancati di essere i curatori museali di noi stessi. Ed è qui, in questa crepa tra l’estetica perfetta di Instagram e la voglia di mandare tutto all’aria, che si infila il nuovo esperimento di Menlo Park.
Si chiama Instants. Il nome sa di già sentito, di ritorno alle origini, quasi un’eco di quella Polaroid che campeggiava sull’icona originale di IG prima che il minimalismo asettico prendesse il sopravvento. Alessandro Paluzzi, che ormai è il palombaro ufficiale dei codici sorgente, l’ha scovato tra le pieghe delle app collegate all’ecosistema Meta. Non è un semplice aggiornamento, ma un’entità a sé stante. Un’app satellite che sembra voler dire: “Ehi, ricordi quando scattare una foto era un gesto impulsivo e non un calcolo algoritmico?”.
Mi torna in mente Shots, quel test che l’anno scorso sembrava voler scimmiottare la filosofia di BeReal o il mordi-e-fuggi di Snapchat. Foto nude, crude, che evaporano dopo un solo sguardo. Non ha mai davvero sfondato il muro del rollout globale, rimanendo un fantasma nel codice. Ma Mark Zuckerberg non butta via niente, ricicla le intuizioni, le rimescola finché non trovano la forma giusta per incastrarsi nelle abitudini della Gen Z, quella tribù che guarda ai post statici sul feed come noi guardiamo i vecchi album di famiglia: con un mix di nostalgia e imbarazzo.
C’è una logica quasi liberatoria nel separare la spontaneità dal carrozzone principale di Instagram. Il feed principale è diventato pesante, una vetrina commerciale dove ogni scatto deve performare, ricevere validazione, sopravvivere all’oblio. Instants, invece, promette di essere la zona franca. Niente editing compulsivo, niente filtri che piallano la realtà. Solo l’immagine, l’attimo, e poi il nulla. È il fascino dell’usa e getta applicato ai bit, un tentativo di recuperare quel senso di presenza che abbiamo perso a forza di archiviare storie in evidenza.
Mi chiedo spesso se abbiamo ancora spazio sul telefono e nella testa per l’ennesima icona sulla home. Il mercato delle app effimere è un cimitero di buone intenzioni e cloni malriusciti. Eppure, Meta ha questa capacità quasi irritante di insistere finché non piega la realtà ai suoi bisogni. Se Instants diventerà il nuovo standard per i messaggi visivi rapidi o se finirà nel dimenticatoio insieme a Threads (quello vecchio, la versione companion di anni fa, non il clone di Twitter) è una scommessa aperta.
Forse il punto non è nemmeno battere la concorrenza, ma creare un recinto protetto dove non ci si debba sentire “in posa”. Un ritorno all’estetica del brutto, dello sfuocato, del momento che vale solo perché è successo adesso. Resta da capire se siamo davvero pronti a rinunciare alla nostra maschera digitale per un’app che si autodistrugge, o se finiremo per cercare il filtro perfetto anche lì, tra le macerie di un’immagine che non lascerà traccia. Chissà se questa volta la spontaneità riuscirà a diventare davvero di serie.
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