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L’Estate in cui Hikaru è morto: e voi accettereste il compromesso che ha accettato Yoshiki?

Yoshiki e Hikaru sono molto legati. Basta questa frase, quasi innocua, per spalancare una crepa emotiva che si allarga sempre di più fino a diventare qualcosa di disturbante, difficile da ignorare, quasi impossibile da lasciarsi alle spalle una volta entrati in quella dimensione sospesa dove amicizia, desiderio e perdita smettono di avere confini chiari e iniziano a confondersi, come succede in certi anime che non si limitano a raccontare una storia ma ti si infilano sotto pelle, un po’ come facevano certe opere che abbiamo divorato da ragazzini senza nemmeno capire davvero perché ci lasciassero addosso quella sensazione di inquietudine dolceamara.

Perché qui non si parla solo di un legame, si parla di dipendenza emotiva, di quell’attaccamento quasi viscerale che ti fa credere che una persona sia insostituibile, unica, irreplicabile… e poi succede qualcosa che rompe tutto, un’escursione sul monte Hisa che diventa spartiacque tra un prima e un dopo, tra un’estate che sembrava eterna e una realtà che invece si incrina in modo irreversibile. Hikaru sparisce, Yoshiki rimane, e già questo basterebbe a costruire una tragedia. Ma la storia non si accontenta di essere lineare, decide di fare quel passo in più, quello che trasforma il dolore in qualcosa di ancora più disturbante.

Perché Hikaru torna.

E no, non è un ritorno rassicurante, non è quel cliché che ti aspetti con abbracci e lacrime liberatorie. È un ritorno che puzza di sbagliato, di qualcosa che non quadra anche quando tutto sembra al suo posto. E chi ha passato anni tra anime horror psicologici e racconti sovrannaturali lo riconosce subito quel tipo di presenza, quel modo leggermente fuori asse di muoversi, di parlare, di esistere. Hikaru è lì, ma non è lui. E Yoshiki lo capisce, lo sente, lo percepisce prima ancora che qualcuno glielo dica.

Eppure resta.

E qui la storia smette di essere solo un mistero e diventa una domanda scomoda, quasi personale. Perché Yoshiki sceglie di restare accanto a qualcosa che sa non essere più il suo amico? Perché accetta quella presenza, quel simulacro, quell’ombra che indossa il volto di Hikaru? È paura della solitudine? È amore? Oppure è qualcosa di ancora più complicato, più umano e meno romantico di quanto vorremmo ammettere?

Chi è cresciuto tra anime che scavano nell’animo umano lo sa: il punto non è mai il mostro, ma il modo in cui reagiamo al mostro.

E qui il “mostro” non è nemmeno così semplice da definire, perché non si presenta con zanne e occhi rossi, ma con un volto familiare, con ricordi condivisi, con quella voce che Yoshiki conosce fin troppo bene. E allora la domanda diventa inevitabile, quasi fastidiosa nella sua insistenza: Yoshiki era innamorato di Hikaru o dell’idea di Hikaru? Di quella versione perfetta costruita nei suoi ricordi, nei momenti passati insieme, nei silenzi che spesso dicono più delle parole?

Questa ambiguità è esattamente ciò che rende L’estate in cui Hikaru è morto uno di quegli anime che non si consumano in fretta, che continuano a lavorarti dentro anche dopo l’ultima puntata, come succedeva con certe opere che negli anni hanno ridefinito il concetto stesso di relazione tra personaggi, facendo capire che l’amore, l’amicizia, l’attaccamento non sono mai lineari, mai puliti, mai facili da incasellare.

L’ambientazione poi gioca un ruolo fondamentale, perché quel villaggio isolato, Kubitachi, sembra uscito da una memoria collettiva giapponese fatta di leggende, superstizioni e silenzi troppo lunghi per essere innocui. Non è solo uno sfondo, è una presenza viva, quasi un organismo che osserva, che trattiene segreti, che amplifica ogni sensazione di disagio. Chi ha visto abbastanza anime sa quanto il Giappone rurale possa diventare un territorio narrativo potentissimo, capace di trasformare una semplice storia in qualcosa di mitologico, ancestrale.

E in mezzo a tutto questo, Yoshiki resta lì, sospeso tra ciò che sa e ciò che sceglie di ignorare. Perché accettare la verità significherebbe perdere Hikaru una seconda volta, e forse quella sarebbe la fine definitiva, quella da cui non si torna davvero. Meglio allora convivere con l’illusione, con quella presenza che non è più umana ma che riesce comunque a riempire un vuoto troppo grande.

La forza di questa storia sta proprio qui, nel modo in cui ribalta le aspettative. Non è il classico racconto in cui il protagonista combatte il male, ma uno in cui il protagonista lo accoglie, lo normalizza, lo integra nella propria vita. Una scelta che spiazza, che mette a disagio, che costringe chi guarda a interrogarsi su cosa farebbe al suo posto. Perché è facile dire “io non lo accetterei”, ma davvero siamo così sicuri?

Dal punto di vista tecnico, l’adattamento animato realizzato da CygamesPictures ha fatto un lavoro che va oltre la semplice trasposizione, riuscendo a tradurre visivamente quella tensione sottile che nel manga di Mokumokuren si percepiva tra le tavole. Le luci, i silenzi, i dettagli quasi impercettibili costruiscono un’atmosfera che non ha bisogno di jumpscare per funzionare, perché gioca tutto sull’attesa, sull’inquietudine che cresce lentamente, come un glitch emotivo che non riesci a correggere.

La regia di Ryōhei Takeshita riesce a mantenere un equilibrio delicato tra introspezione e tensione narrativa, mentre il lavoro sui personaggi, supportato dal design di Yuichi Takahashi, restituisce tutta la fragilità di Yoshiki e l’ambiguità disturbante di Hikaru. E poi ci sono le voci, quelle di Chiaki Kobayashi e Shūichirō Umeda, che aggiungono sfumature emotive difficili da spiegare a parole ma chiarissime mentre ascolti.

E la musica… difficile non fermarsi un attimo a pensarci, perché opening ed ending non sono semplici accompagnamenti, ma veri prolungamenti della storia, pezzi che rimangono addosso e che, riascoltati, riportano immediatamente a quelle sensazioni sospese tra nostalgia e inquietudine.

Poi arriva il finale della prima stagione, e invece di chiudere, spalanca. Lascia domande aperte, lascia quella sensazione che qualcosa di molto più grande stia per emergere, come se la storia fosse solo all’inizio di qualcosa di ancora più oscuro. Ed è proprio qui che entra in gioco l’annuncio della seconda stagione, che non è solo una conferma produttiva ma quasi una promessa emotiva: il viaggio non è finito, anzi, probabilmente non siamo nemmeno arrivati al punto più difficile.

E forse è questo il motivo per cui se ne parla così tanto, perché L’estate in cui Hikaru è morto non è solo un anime horror o un dramma psicologico, ma un’esperienza che costringe a guardarsi dentro, a chiedersi cosa significhi davvero amare qualcuno, cosa siamo disposti a sacrificare per non restare soli, quanto sia sottile il confine tra accettazione e negazione.

Alla fine, più che una storia su un demone che prende possesso di un corpo, sembra un racconto su quanto siamo bravi a raccontarci bugie quando la verità fa troppo male. E allora la domanda resta lì, sospesa, senza una risposta definitiva: Yoshiki ha davvero salvato qualcosa, oppure si è perso completamente in un’illusione?

Se ti sei trovato anche solo per un attimo a pensarci, forse sai già che questa non è una storia che si dimentica facilmente. E a questo punto la curiosità viene spontanea… tu cosa avresti fatto davvero al posto suo?


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Roberto Romagnoli

Roberto Romagnoli

Nato sul pianeta Terra nel 1981, ma cittadino dell'universo.
Conosciuto in rete anche come Ryoga777, RyoGa o Ryoga Wonder.
Cantante degli X-Italy, band attiva tra il 2004 e il 2006, prima in Italia a proporre cover degli X-Japan. Successivamente canta anche nei Revolution, altra band italiana ispirata al mondo del Visual-Kei Giapponese e al Glam americano.
Negli anni si è occupato spesso di organizzazione di eventi a tema JRock, Cosplay, Manga e Musica in generale collaborando spesso con l'associazione Japanimation. È stato anche redattore di L33T, programma per ragazzi in onda su Rai 2 e Rai Futura tra il 2006 e il 2007.
Caporedattore e responsabile per l'Italia di Nippon Project e Presidente delle associazioni VK Records (etichetta discografica indipendente) e Steel Music Promotion (media dedicato alla musica e all'organizzazione di concerti)

Gamer incallito.

Il suo lato geek, sopito fino a qualche anno fa, ha cominciato a farsi sentire sempre più prepotentemente. Quindi alla fine ha deciso di aprirsi il suo blog geek robertoromagnoli.com e ha cominciato a scrivere anche su siti a tema gaming e tecnologia, tra cui Akiba Gamers e Stolas Informatica.

Amante di tutto ciò che riguarda la tecnologia, l'informatica, anime e manga, ma innamorato anche di DC Comics e Marvel.

Fondamentalista Trekkie, da quando c'è il covid e non ci si può più stringere la mano, ha trovato la scusa per fare il saluto vulcaniano.

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