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L’eclissi dell’HTML: come stiamo costruendo un web invisibile a misura di bot

C’è stato un tempo, che oggi sembra appartenere a un’era geologica diversa, in cui il web era un caos meraviglioso e sanissimo. Un groviglio di link, di pagine scritte male, di layout improbabili e di pensieri umani che cercavano altri esseri umani. Era un giardino selvaggio, dove ogni pianta cresceva con la sua forma storta e originale. Oggi, mentre guardo come si muovono i giganti dell’infrastruttura, ho la strana sensazione che stiamo stendendo una colata di cemento lucidissimo sopra quel giardino. Non per distruggerlo, dicono, ma per renderlo “percorribile”. Peccato che le scarpe per cui lo stiamo asfaltando non siano le nostre, ma quelle pesanti e metalliche degli agenti AI.

L’ultima mossa di Cloudflare, questo “Markdown for Agents” di cui si parla sottovoce nei forum tecnici ma che ha la portata di una rivoluzione silenziosa, è il segnale definitivo. Hanno deciso di offrire una sorta di traduttore universale istantaneo. Se un software di intelligenza artificiale bussa alla porta di un sito, Cloudflare non gli serve la pagina colorata, piena di bottoni e fronzoli che vedremmo noi. No, prende quell’HTML complicato e lo asciuga, lo spoglia, lo riduce all’osso in formato Markdown. È come se noi andassimo al ristorante per goderci l’impiattamento, le luci e il profumo, mentre al robot in fila dietro di noi venisse iniettato un concentrato di nutrienti direttamente in vena.

La logica è schiacciante, quasi brutale nella sua efficienza. Un post sul blog di Cloudflare, passato sotto le forche caudine di questa conversione, passa da sedicimila token a poco più di tremila. Un risparmio dell’ottanta per cento. Per chi mastica pane e Large Language Models, quel numero è un’epifania. Meno token significa meno calcoli, meno costi, meno latenza. Significa che l’intelligenza artificiale “legge” più velocemente e spende meno energia. Il tecnico che è in me vorrebbe applaudire: è una soluzione elegante a un problema reale, la famosa “zuppa di div” che rende il web moderno un incubo da processare per chiunque non abbia una retina umana e un cervello biologico.

Eppure, c’è un retrogusto amaro in questa efficienza. Mi viene in mente quando, qualche settimana fa, la stessa Cloudflare si vantava di quanto fosse brava a bloccare i bot dannosi. Ora, con un colpo di spugna semantico, quegli stessi bot vengono ribattezzati “agenti” e accolti con il tappeto rosso. È un cambio di prospettiva radicale. Stiamo riscrivendo le regole del condominio digitale: se sei un umano, accomodati pure tra i banner pubblicitari e i layout pesanti; se sei un’intelligenza artificiale, ecco per te una corsia preferenziale, pulita, essenziale, ottimizzata.

Mi chiedo spesso quando abbiamo smesso di progettare per noi stessi. Il web è stato il più grande esperimento di comunicazione interumana della storia, eppure stiamo accettando, quasi con rassegnazione, che diventi un immenso database per macchine. Cloudflare ha inserito dei segnali precisi nei loro protocolli, piccoli flag che dicono “addestrami”, “indicizzami”, “usami come input”. È il Robots.txt del futuro, ma con una consapevolezza diversa. Non serve più a dire “non entrare qui”, ma a dire “ecco come puoi mangiarmi meglio”.

C’è una sorta di confessione implicita in tutto questo: il web che abbiamo costruito negli ultimi dieci anni è diventato così barocco, così sovraccarico di script e tracciamenti, che persino le macchine fanno fatica a digerirlo. Così, invece di semplificarlo per gli esseri umani, creiamo uno strato fantasma, una versione specchio, invisibile agli occhi, fatta di puro testo e marcatura leggera. Un internet per non vedenti elettronici che corrono a velocità folle tra le pieghe della nostra realtà digitale.

Non è solo una questione di bit e byte. È una mutazione culturale. Se i contenuti iniziano a essere ottimizzati per essere “masticati” dagli agenti, che fine fa la serendipità? Che fine fa lo stile, la digressione, quel piacere tutto umano di perdersi in una pagina scritta bene? Se scrivo sapendo che il mio primo lettore è un algoritmo che cerca token efficienti, finirò per scrivere come un algoritmo. È un circolo vizioso che mi spaventa un po’, come quando vedi una vecchia libreria trasformarsi in un magazzino logistico automatizzato.

Alla fine, la tecnologia non è mai neutra. Le scelte architettoniche che facciamo oggi sono i muri in cui sbatteremo domani. Cloudflare dice di essere curiosa di vedere come gli agenti si adatteranno a questa nuova libertà. Io, onestamente, sono più curioso di capire cosa resterà per noi. Forse diventeremo i consumatori passivi di riassunti generati da agenti che hanno letto versioni Markdown di siti che non visiteremo mai più.

Chissà se, tra qualche anno, avremo ancora voglia di sfogliare il caos o se preferiremo la comodità di un web pre-masticato, efficiente e terribilmente silenzioso. Voi che dite, siamo pronti a diventare gli ospiti di seconda classe della nostra stessa creazione.


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maio

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Massimiliano Oliosi, nato a Roma nel 1981, laureato in giurisprudenza, ma amante degli eventi e dell'organizzazione di essi, dal 1999 tramite varie realtà associative locali e nazionali partecipa ad eventi su tutto il territorio nazionale con un occhio particolare al dietro le quinte, alla macchina che fa girare tutto.

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