Prima ancora che il termine “slice of life” entrasse stabilmente nel lessico degli appassionati italiani, prima che le piattaforme trasformassero ogni stagione anime in una corsa settimanale fatta di simulcast, reaction e classifiche, una bambina dai capelli biondi attraversava i paesaggi della Finlandia con un bassotto al fianco, una quantità impressionante di responsabilità sulle spalle e quella determinazione silenziosa che apparteneva a molti protagonisti dell’animazione giapponese degli anni Ottanta. Le avventure della dolce Kati, conosciuto in originale come Makiba no shōjo Katori, arrivò sulle televisioni italiane nel 1985 e, come spesso accadeva in quel periodo, si presentò al pubblico più giovane con un titolo rassicurante, quasi zuccheroso, dietro il quale si nascondeva però una storia molto più complessa, capace di parlare di povertà, lavoro minorile, guerra, emancipazione culturale e desiderio di conoscenza. Chi lo ricorda soltanto come uno dei tanti “cartoni animati con la bambina sfortunata” rischia di perdersi un’opera sorprendente, costruita su una crescita lenta e faticosa, lontana dalle trasformazioni magiche, dai robot giganti e dai tornei intergalattici, ma non per questo meno epica.
Prodotta da Nippon Animation e trasmessa in Giappone su Fuji TV dall’8 gennaio al 23 dicembre 1984, la serie conta 49 episodi ed è il decimo capitolo del World Masterpiece Theater, il grande progetto che portò sul piccolo schermo romanzi e classici della letteratura internazionale. Per molti spettatori italiani quel marchio non era ancora riconoscibile come una vera linea editoriale, eppure titoli come Heidi, Anna dai capelli rossi, Marco, Pollyanna o Peline Story avevano già creato un immaginario comune fatto di paesaggi lontani, protagonisti giovanissimi e prove esistenziali che oggi sembrerebbero quasi impensabili in una fascia televisiva pomeridiana. Le avventure della dolce Kati si inserisce perfettamente in quella tradizione, anche se la sua origine letteraria la rende un caso particolare. L’anime è infatti tratto da Paimen, piika ja emäntä, romanzo pubblicato nel 1936 dalla scrittrice finlandese Auni Nuolivaara, il cui titolo può essere tradotto come “Pastora, cameriera e padrona”. Non si tratta di un libro concepito per l’infanzia, bensì di un romanzo storico con temi adulti, legato ai cambiamenti sociali della Finlandia e alla lunga formazione di una giovane donna. L’adattamento giapponese alleggerì diversi aspetti, introdusse nuovi personaggi e rimodellò alcune situazioni, ma non eliminò quella sensazione costante di trovarsi davanti a una vita vera, segnata da problemi concreti e da una Storia con la maiuscola che entra nelle case senza preoccuparsi dell’età di chi ci vive.
Kati Ukonemi ha soltanto sei anni all’inizio del racconto. Suo padre è morto, mentre la madre Sara lascia la Finlandia per seguire in Germania la famiglia presso cui lavora. La bambina resta così nella casa di campagna dei nonni Yuri e Ilda, circondata da una natura bellissima ma tutt’altro che generosa. Tre anni dopo l’Europa precipita nella Prima Guerra Mondiale e la distanza tra madre e figlia diventa improvvisamente un abisso: Germania e Finlandia si ritrovano coinvolte su fronti opposti, le comunicazioni si interrompono, il denaro smette di arrivare e di Sara non giungono più notizie. A nove anni Kati prende allora una decisione che oggi farebbe scattare allarmi, denunce e riunioni straordinarie dei servizi sociali: lascia la casa dei nonni per lavorare come mandriana presso alcune fattorie della zona. La serie non trasforma questa scelta in una favola bucolica. La campagna non è il fondale romantico di una pubblicità, ma un ambiente duro, regolato dal clima, dalla fatica fisica, dai rapporti di classe e dalla necessità di dimostrare ogni giorno il proprio valore.
Al suo fianco resta Giona, un piccolo bassotto che possiede la determinazione di un cane da pastore e la presenza scenica di una mascotte anime perfettamente consapevole del proprio ruolo. In un’altra serie sarebbe stato soprattutto il personaggio tenero destinato a strappare sorrisi; qui diventa un vero compagno di lavoro, utile, coraggioso e spesso fondamentale per far accettare Kati in un mondo in cui essere giovane, povera e femmina significa partire sempre qualche passo indietro. Intorno a lei compaiono Martin, lontano parente proveniente da una famiglia agiata, e Peter, altro giovane mandriano, figure che permettono alla storia di esplorare differenze economiche, amicizie, rivalità e possibilità di futuro. Kati passa da un proprietario all’altro, impara a governare il bestiame, a raccogliere e filare la canapa, ad affrontare la tosatura delle pecore e a leggere il carattere delle persone quasi quanto quello degli animali. Il suo viaggio non procede attraverso grandi colpi di scena, ma tramite una serie di competenze conquistate, errori assorbiti e piccole vittorie che, sommate, costruiscono una personalità.
Proprio qui la serie mostra qualcosa che la rende ancora oggi affascinante: Kati non viene definita soltanto dalla sua bontà. È intelligente, curiosa, ostinata, capace di osservare il mondo e di intuire che l’istruzione può rappresentare una via d’uscita. Durante le lunghe giornate invernali ascolta Gunilla, anziana narratrice che tramanda leggende e racconti della tradizione finlandese, e quelle storie smettono presto di essere un semplice passatempo. Diventano memoria collettiva, identità culturale, strumento per comprendere il presente. Kati impara da autodidatta a leggere e scrivere, poi si avvicina al Kalevala, il grande poema epico nazionale finlandese, un’opera tutt’altro che semplice anche per un lettore adulto. Pensare a una bambina che, dopo ore trascorse tra stalle, campi e lavori domestici, trova ancora la forza di affrontare versi antichi e miti nazionali possiede una potenza narrativa enorme. Il suo vero superpotere non arriva da un amuleto, da una mutazione o da una tecnologia aliena: nasce dalla capacità di studiare mentre tutto intorno sembra suggerirle che non ne valga la pena.
Guardato con occhi contemporanei, Le avventure della dolce Kati sembra quasi una storia sull’accesso alla conoscenza. La protagonista comprende che leggere significa allargare il proprio spazio nel mondo, trovare parole per descrivere ciò che accade, mettere in discussione il destino assegnato dalla nascita. Il Kalevala non è soltanto un riferimento colto inserito nella sceneggiatura, ma il ponte fra una bambina e la storia del proprio Paese. La Finlandia raccontata nell’anime sta attraversando trasformazioni profonde: si diffonde il sentimento indipendentista, la Prima Guerra Mondiale altera gli equilibri europei, la Rivoluzione Russa provoca la fine del dominio zarista e prepara il terreno per l’indipendenza finlandese. Persino il passaggio di Lenin attraverso la Finlandia viene richiamato nel corso della serie, elemento che rende bene la singolare ambizione di questo anime: mostrare gli effetti della geopolitica attraverso lo sguardo di chi deve comunque alzarsi all’alba, nutrire gli animali e preoccuparsi del pasto successivo.
La grande svolta arriva con la signora Kansuela, una donna che assume Kati perché si occupi del piccolo Klaus. Il rapporto tra le due supera progressivamente quello tra padrona e domestica. Kansuela riconosce nella ragazza un talento che le circostanze avevano tenuto nascosto e comincia a trattarla con un affetto quasi materno. Il trasferimento a Turku apre finalmente a Kati le porte della scuola, uno spazio che per lei non rappresenta soltanto un edificio, ma la conferma di non aver studiato invano. Dopo anni passati a imparare in autonomia, la ragazza sorprende insegnanti e compagni, dimostrando una preparazione superiore alle aspettative. È uno dei momenti più gratificanti dell’intera vicenda, non perché cancelli il passato, ma perché lo valorizza: ogni pagina letta di nascosto, ogni parola copiata con fatica, ogni racconto ascoltato durante il lavoro trova improvvisamente un senso.
Il destino della protagonista la porterà infine a ritrovare sua madre e, una volta adulta, a diventare una scrittrice di racconti per ragazzi. Non potrebbe esserci conclusione più coerente. Kati parte come ascoltatrice delle storie di Gunilla, si trasforma in lettrice, conquista l’istruzione e finisce per diventare autrice, restituendo ad altri giovani ciò che la narrazione aveva donato a lei. Questa circolarità possiede la delicatezza dei grandi racconti di formazione, quelli in cui il traguardo non appare come un premio calato dall’alto, ma come il risultato inevitabile di una passione coltivata anche nei momenti peggiori.
L’edizione italiana conserva inoltre alcune curiosità che appartengono pienamente all’archeologia televisiva degli anime. La serie segnò il ripristino dell’ordine di trasmissione dei titoli del World Masterpiece Theater, precedentemente sfasato a causa di ritardi e programmazioni discontinue, e fu il primo capitolo del progetto doppiato da una società milanese, scelta che sarebbe poi diventata la norma per le produzioni successive. Nei titoli di coda italiani Paolo Torrisi, voce destinata a diventare leggendaria soprattutto grazie a Son Goku adulto in Dragon Ball, venne accreditato per Klaus usando per errore il nome del fonico di mix Roberto Magani, uno di quei piccoli misteri da sigla televisiva che gli appassionati amano scoprire decenni dopo, magari confrontando vecchie registrazioni, crediti e ricordi di palinsesto. Ancora più particolare è la storia dell’episodio 49, L’ammissione a scuola, rimasto inedito in Italia per molti anni e trasmesso soltanto il 27 agosto 2009 su Boing all’interno del contenitore Febbre a 80. Per una serie costruita proprio sull’importanza dello studio, il fatto che il suo episodio finale sia rimasto a lungo invisibile al pubblico italiano suona quasi come una beffa narrativa.
Rivedere oggi Le avventure della dolce Kati significa tornare a un’epoca in cui l’animazione giapponese poteva raccontare a bambini e ragazzi il peso della guerra, la durezza del lavoro, le disuguaglianze sociali e il valore della cultura senza trasformare ogni passaggio in una lezione dichiarata. Il pubblico imparava osservando Kati, condividendo la sua stanchezza, aspettando notizie della madre, tifando per lei mentre affrontava una nuova fattoria o una pagina troppo difficile. Era un tipo di racconto lento, forse incompatibile con certe logiche contemporanee, ma capace di lasciare tracce profonde proprio perché non inseguiva continuamente l’effetto immediato.
Tra tutti i protagonisti del World Masterpiece Theater, Kati resta una delle figure più interessanti e meno celebrate. Non possiede la fama trasversale di Heidi, non è diventata un’icona pop come Anna Shirley, non viene citata spesso nelle grandi retrospettive dedicate agli anime arrivati in Italia. Eppure la sua storia conserva una forza intatta: quella di una bambina che impara a non farsi definire dalla povertà, dalla guerra o dal ruolo sociale assegnato, trasformando il sapere in uno spazio di libertà. Magari qualcuno la ricorda ancora per Giona, qualcun altro per la sigla, altri per quelle campagne nordiche che sembravano lontanissime dai pomeriggi davanti a Italia 1. Sarebbe bello capire quanti, dietro quel titolo dolcissimo, avevano già intuito di trovarsi davanti a una delle storie di formazione più adulte e coraggiose passate sulla nostra televisione.
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