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La mia vita a 24 fotogrammi al secondo: il manga autobiografico di Rintarō che racconta la nascita degli anime

Un libro così non si legge, si attraversa, come una run narrativa che ti cambia build mentre vai avanti, e la cosa assurda è che tutto parte da un uomo che ha letteralmente disegnato il modo in cui noi oggi immaginiamo l’animazione giapponese senza magari sapere nemmeno che il suo nome era lì, nascosto nei titoli di coda di mezza infanzia collettiva. Il ritorno in Italia di “La mia vita a 24 fotogrammi al secondo” di Rintarō è una di quelle notizie che non fanno rumore immediato ma ti restano addosso, come una OST che scopri anni dopo e ti accorgi che l’hai sempre avuta dentro.

E poi diciamocelo tra di noi, tra gente che ha passato notti a grindare livelli e pomeriggi a rifare cosplay con materiali improbabili, c’è qualcosa di potentissimo nel leggere la storia di chi ha contribuito a costruire proprio quel mondo lì, quando ancora non esisteva niente di quello che oggi diamo per scontato. Il volume arriva grazie a Bao Publishing, e già questo basta a far drizzare le antenne a chi frequenta il fumetto con un minimo di consapevolezza, perché ogni volta che BAO si muove su un titolo del genere non è mai una scelta casuale, è quasi una dichiarazione d’amore verso una certa idea di narrazione.

Dentro queste pagine non trovi solo una biografia, trovi un tempo diverso, un ritmo che non è quello iperveloce dei reel o delle cutscene che skippiamo troppo in fretta, ma quello lento e testardo di un ragazzino che guarda un proiettore come fosse una magia proibita e decide che la sua vita, da quel momento in poi, sarà tutta lì, dentro quei fotogrammi che scorrono uno dietro l’altro. E mentre leggi, giuro, viene naturale pensare a tutte quelle volte in cui ci siamo innamorati di un anime senza sapere davvero da dove arrivasse quella sensazione.

Perché poi il punto è proprio questo: Rintarō non è uno di quei nomi che trovi subito nei trending topic, ma è uno di quelli che ha attraversato la storia dell’animazione come un NPC leggendario che incontri solo se esplori davvero tutta la mappa. L’incontro con Osamu Tezuka, ad esempio, non è raccontato come un evento mitologico, ma come uno di quei momenti che oggi chiameremmo sliding doors e che invece, all’epoca, erano solo vita che succedeva, senza tutorial, senza salvataggi.

E da lì si entra in una fase che, letta oggi, sembra quasi irreale: la nascita di Astro Boy, il primo anime seriale televisivo, costruito con risorse limitate e una fame creativa che oggi facciamo fatica anche solo a immaginare. Episodi da produrre a ritmo serrato, soluzioni inventate sul momento, compromessi tecnici che diventano stile. Leggendo quelle pagine, viene spontaneo pensare a quanto siamo abituati oggi a parlare di budget, di pipeline, di engine, mentre lì si trattava proprio di sopravvivenza artistica.

Eppure non è nostalgia sterile, non è il classico racconto “una volta era meglio”. È più una specie di presa di coscienza. Perché tutto quello che è venuto dopo — da Capitan Harlock a Galaxy Express 999 — prende forma proprio da quella resistenza creativa, da quella capacità di adattarsi e continuare a raccontare storie anche quando tutto sembrava andare contro.

La cosa che mi ha colpita di più, però, non è nemmeno la quantità di opere iconiche che scorrono tra le pagine, ma il modo in cui vengono raccontate. Non c’è celebrazione, non c’è auto-mitizzazione. È quasi disarmante. Come se uno dei padri dell’animazione giapponese si sedesse accanto a te durante una fiera cosplay e iniziasse a raccontarti tutto con la stessa naturalezza con cui commenti un anime appena finito.

E poi arrivano gli anni Ottanta, e lì scatta un altro livello di connessione, perché entra in scena Katsuhiro Ōtomo, uno di quei nomi che per chi ama cyberpunk, anime e immaginario urbano è praticamente una religione. Il loro incontro, il lavoro su Harmagedon, quella sensazione di passaggio di testimone tra generazioni creative diverse… sembra quasi di assistere a una cutscene nascosta della storia dell’animazione.

Fino ad arrivare a Metropolis, che non è solo un film, ma una specie di cerchio che si chiude, un ritorno alle origini attraverso uno sguardo maturato, consapevole, quasi malinconico. E lì capisci davvero cosa significa vivere “a 24 fotogrammi al secondo”. Non è una metafora romantica, è proprio un modo di esistere.

La cosa più assurda è che tutto questo viene raccontato attraverso un manga realizzato in età avanzata, con una freschezza che ti spiazza completamente. Non sembra il lavoro di qualcuno che guarda indietro, sembra quello di qualcuno che sta ancora vivendo tutto in tempo reale, come se ogni ricordo fosse ancora in corso.

E mentre sfogli, inevitabilmente inizi a fare paralleli con il tuo percorso, con le ore passate davanti a uno schermo, con quel momento preciso in cui hai capito che anime e manga non erano solo intrattenimento ma qualcosa di molto più personale, quasi identitario. Perché sì, alla fine è questo che succede: una storia individuale diventa collettiva, si intreccia con la nostra.

E forse è proprio qui che il libro diventa qualcosa di diverso da una semplice autobiografia. Diventa una specie di checkpoint emotivo per chiunque abbia mai sentito di appartenere a questo mondo, anche solo per un attimo.

Il bello è che non ti dà risposte definitive, non chiude davvero il discorso. Rimane lì, aperto, come quelle conversazioni infinite che iniziano parlando di un anime e finiscono per toccare pezzi di vita che non pensavi nemmeno di condividere.

E allora viene da chiedersi, quasi senza accorgersene, quanti altri nomi, quante altre storie stiamo ancora dando per scontate mentre scorrono davanti ai nostri occhi, proprio come quei 24 fotogrammi che non vediamo singolarmente ma che, messi insieme, diventano qualcosa che ci cambia più di quanto siamo pronti ad ammettere.

Se ti va, restiamo qui a parlarne un attimo. Perché una storia così non si esaurisce quando chiudi il volume. Semmai è lì che inizia davvero.

Note: AI-Generated Content

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