Quando si parla di grandi nomi del cinema giapponese, Tadashi Imai è ricordato soprattutto per i suoi film dal forte impegno sociale. Eppure, nel 1981, questo regista decise di cimentarsi in un territorio per lui del tutto nuovo: l’animazione. Nacque così “La fata delle nevi” (ゆき, Yuki), una pellicola prodotta da Mushi Production e Nikkatsu, tratta dall’omonimo romanzo per ragazzi di Ryūsuke Saitō pubblicato nel 1969. Un’opera che, sebbene oggi sia meno citata rispetto ad altri titoli coevi, rappresenta una gemma preziosa della storia dell’anime movie, capace di unire poesia fiabesca e riflessione sul lato oscuro dell’animo umano.
Una leggenda tra neve e demoni
La trama ci porta nel periodo Muromachi, epoca turbolenta del Giappone medievale. La protagonista è Yuki, uno spirito della neve tredicenne che vive in cielo insieme ai nonni Junjii e Banbaa (genitori nella versione originale). Custodi del manto bianco che scende sulla Terra, i due affidano alla ragazza una missione tanto affascinante quanto terribile: scendere tra gli uomini per un anno e sterminare il male. Se fallirà, Yuki sarà trasformata in un vento nero, condannata a vagare senza pace.
Il suo viaggio inizia in un villaggio tormentato dai banditi, dove la giovane stringe amicizia con un gruppo di ragazzi mendicanti. Non è sola nella sua battaglia: a guidarla c’è Blizzard (Fubuki), un maestoso cavallo bianco inviato dal cielo. Con il suo aiuto e quello dei nuovi compagni, Yuki affronta dapprima i briganti, poi un esercito di samurai, fino a giungere allo scontro più arduo: quello con Shinjin-sama, il Dio demone, incarnazione del male annidato nel cuore degli uomini. Per salvare i suoi amici e il popolo, la fanciulla sceglierà il sacrificio, offrendo se stessa come scudo. Sarà allora Junjii a scagliare una bufera devastante che annienta il demone, permettendo a Yuki di tornare in cielo insieme a Blizzard, avendo compiuto la sua missione.
Una fiaba dai toni epici che fonde folklore, azione e spiritualità, raccontando la crescita di una ragazzina costretta a misurarsi con le ombre dell’umanità.
La mano di Tadashi Imai e Tetsuya Chiba
Uno degli aspetti più interessanti della produzione è il suo carattere sperimentale. Tadashi Imai, regista noto per pellicole come Bushidō zankoku monogatari, si confronta per la prima e unica volta con il cinema d’animazione. Per dar vita alla sua eroina, si affida al talento di Tetsuya Chiba, celebre mangaka di Rocky Joe (Ashita no Joe), che firma il character design. Alla richiesta di Imai di disegnare “una ragazza dal naso piccolo e dagli occhi freddi”, Chiba risponde rielaborando il proprio stile, adattandolo a un immaginario più etereo e distante dai ring di boxe che l’avevano reso celebre. Il risultato è una Yuki iconica: fragile e insieme implacabile, sospesa tra innocenza infantile e potere sovrumano.
Colonna sonora e poesia musicale
L’anima del film è sostenuta anche dalle musiche, affidate a Sumiko Yamagata, interprete delle canzoni principali. Tra queste spiccano Yuki e Hana no Haru (La primavera di Hana), che accompagnano la pellicola con toni dolci e malinconici, sottolineando tanto la purezza della protagonista quanto la durezza delle prove che affronta. In perfetto stile anni Ottanta, le melodie trasmettono una delicatezza che avvicina il film all’estetica delle fiabe animate dell’epoca.
Distribuzione e ricezione
Il film uscì nelle sale giapponesi il 9 agosto 1981 e giunse in Italia l’anno successivo, trasmesso in prima visione su Italia 1 il 27 e 28 dicembre 1982, diviso in due parti televisive. Per molti spettatori italiani cresciuti in quell’epoca, La fata delle nevi rimane un ricordo d’infanzia legato alle feste natalizie, quando il freddo dell’inverno sembrava dialogare con la magia che scendeva dallo schermo.
Un’opera dimenticata ma fondamentale
Oggi La fata delle nevi non gode della stessa fama di altri film coevi, come quelli dello Studio Ghibli che, a metà degli anni Ottanta, avrebbero ridefinito l’animazione giapponese a livello mondiale. Tuttavia, resta un titolo di straordinaria importanza storica. È la testimonianza di un momento di transizione, in cui registi provenienti dal cinema live-action sperimentavano con l’animazione, e in cui mangaka affermati prestavano il loro tratto per dare vita a figure mitiche. La parabola di Yuki, destinata a combattere non solo mostri esteriori ma anche i demoni che abitano l’animo umano, anticipa tematiche che torneranno ciclicamente negli anime successivi: dall’eroina adolescente alle lotte interiori, dalla contaminazione tra mito e storia fino al sacrificio personale per il bene comune.
Riscoprire oggi La fata delle nevi significa fare un tuffo in un’epoca in cui l’animazione giapponese stava ancora definendo il proprio linguaggio internazionale, tra esperimenti, contaminazioni e fiabe che parlavano direttamente al cuore. È un film che merita di essere rivisto e rivalutato, non solo per la bellezza della sua storia, ma anche perché rappresenta un raro incontro tra cinema d’autore e anime, capace di regalare emozioni sospese tra poesia e tempesta di neve.
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