Qualcuno deve aver spostato quel tavolino. Non può essere stato il caso. Non può essere stata la distrazione. Il mignolo colpito al buio è troppo preciso, troppo chirurgico, troppo… maligno.
E se vi dicessi che tutto questo è solo l’inizio?
Il 30 aprile arriva La conjura del male, la nuova miniserie firmata da Leo Ortolani, pubblicata da Panini Comics, e già dal titolo si capisce che stiamo entrando in un territorio che mescola esorcismi, possessioni, citazioni horror e quell’ironia devastante che ha reso immortale Rat-Man.
Trentadue pagine in bianco e nero, formato 18×26, prezzo popolare. Spillato. Essenziale. Come una seduta spiritica fatta con la luce spenta e il telefono in modalità aereo.
Ma fermiamoci un attimo. Perché questa non è “solo” una nuova uscita in fumetteria. È un cortocircuito nerd. È Ortolani che guarda l’horror e l’horror che guarda Ortolani. E nel mezzo ci siamo noi, cresciuti tra maratone di The Conjuring e traumi adolescenziali davanti a L’esorcista.
E sì, il richiamo è chiarissimo. Nel titolo vibra l’eco della saga cinematografica sui coniugi Warren. Nell’immaginario promozionale si percepisce quell’ombra lunga, lunghissima, del cinema demoniaco anni Settanta. Ma conoscendo Leo, la vera domanda non è “quanto farà paura?”, bensì “quanto rideremo mentre ci sentiamo posseduti?”.
Perché il genio di Ortolani è sempre stato questo: farti abbassare la guardia con una battuta e poi colpirti con una riflessione che ti resta addosso.
La sinossi gioca sporco. “Non credete nel male. Eppure credete in quel tavolino al buio.” È una frase che sembra uscita da un trailer horror doppiato male alle tre di notte. E invece è una di quelle trovate ortolaniane che funzionano perché partono da un’esperienza universale. Tutti abbiamo dato la colpa al destino, al karma, a una forza oscura, quando in realtà era solo la disposizione dei mobili. O forse no.
Ed è proprio lì che scatta la scintilla. La conjura del male promette fenomeni inspiegabili, presenze diaboliche, esorcismi. Ma conoscendo l’autore, promette soprattutto uno specchio. Perché Ortolani non ha mai raccontato solo supereroi falliti o apocalissi zombie in salsa parodica. Ha raccontato noi. Le nostre paure. Le nostre ossessioni pop. Le nostre nevrosi nerd.
Se penso al percorso di Leonardo Ortolani, nato a Pisa nel ’67 e cresciuto tra i fumetti Disney e i Fantastici Quattro di Stan Lee e Jack Kirby, vedo una traiettoria che sembra uscita da una saga di formazione. Un ragazzo che disegna, che crea parodie, che nel 1989 inventa Rat-Man quasi per gioco. Poi arrivano le autoproduzioni, gli anni Novanta, l’approdo alla Marvel Italia, oltre cento numeri, un personaggio che diventa culto generazionale.
E adesso eccolo qui, a evocare il diavolo.
Ma la cosa che mi manda in tilt, da fan cresciuto tra manga horror e VHS consumate, è il tempismo. Viviamo un’epoca in cui l’horror è tornato mainstream, tra reboot, universi condivisi, serie TV a tema occulto. E Ortolani decide di entrarci a modo suo. Non con un clone. Non con una semplice parodia. Ma con una miniserie che sembra voler dialogare con l’immaginario collettivo.
La conjura del male non arriva da sola. In parallelo parte anche la nuova Leo Ortolani Collection, con volumi che ripropongono storie metanarrative e la leggendaria parodia zombie The Walking Rat. È come se si stesse chiudendo e riaprendo un cerchio. Da un lato l’autore che guarda indietro e celebra il proprio percorso. Dall’altro quello che sperimenta ancora.
E questo, lasciatemelo dire, è il segnale più potente. Un autore che dopo decenni non si limita a vivere di rendita. Che continua a giocare, a rischiare, a evocare.
Forse è per questo che mi affascina tanto l’idea di una miniserie horror firmata Ortolani. Perché l’horror, se ci pensate, è il genere più nerd di tutti. È analisi del mito. È studio delle paure collettive. È costruzione di un universo simbolico. Un po’ come gli anime più disturbanti o i manga psicologici che ti fanno venire voglia di spegnere la luce e accenderla subito dopo.
La conjura del male potrebbe essere questo: un rito. Una piccola evocazione su carta. Bianco e nero, come le ombre che si allungano sui muri della cameretta mentre scorri il feed alle due di notte.
E poi c’è quella frase finale che mi ha fatto sorridere: “Il futuro ti spaventa? Allora troverai la miniserie che fa per te. Quando? In futuro.”
È geniale. È nonsense. È perfettamente ortolaniana. E allo stesso tempo è una dichiarazione di poetica. Perché il futuro spaventa sempre. Che tu sia un adolescente che scopre l’horror per la prima volta o un lettore storico che ha chiuso l’ultimo numero di Rat-Man con un nodo in gola.
Io il 30 aprile sarò in fumetteria. Non per esorcizzare il male. Non per cercare il diavolo dietro un tavolino. Ma per vedere cosa succede quando uno degli autori più importanti del fumetto italiano decide di giocare con l’immaginario horror contemporaneo.
E adesso tocca a voi. Vi intriga questa svolta horror di Leo Ortolani? Pensate che La conjura del male sarà una parodia pura o qualcosa di più oscuro e meta? Avete già un trauma da mignolo contro il mobile che volete condividere?
Parliamone qui sotto. Perché certe evocazioni funzionano meglio in compagnia.
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