Pochissime opere riescono a conquistarmi fin dalle prime pagine con quella sensazione di mistero che sembra uscita direttamente da una leggenda giapponese raccontata davanti a un fuoco. Kemono Jihen è stato uno di quei manga. Pensavo di iniziare una semplice storia soprannaturale piena di yokai e combattimenti, invece mi sono ritrovata coinvolta in un racconto molto più sfaccettato, capace di alternare momenti oscuri, emozioni sincere e personaggi che crescono capitolo dopo capitolo senza mai risultare prevedibili. Sapere che il viaggio creato da Shō Aimoto si avvia alla conclusione lascia inevitabilmente un pizzico di malinconia, soprattutto per chi segue la serie praticamente dagli esordi.
La conferma è arrivata con la pubblicazione del venticinquesimo volume del manga: il prossimo sarà l’ultimo. Dopo quasi dieci anni di serializzazione sulle pagine di Jump Square, iniziata nel dicembre del 2016, Aimoto metterà la parola fine a una delle opere fantasy più interessanti dell’ultima generazione, chiudendo definitivamente la storia con il volume 26.
Uno degli aspetti che mi ha sempre colpita di Kemono Jihen è il modo in cui prende il folklore giapponese e lo rende incredibilmente moderno. Yokai, creature soprannaturali e leggende popolari non vengono trattati come semplici elementi decorativi, ma diventano parte integrante della quotidianità dei protagonisti, dando vita a un universo narrativo che riesce a ricordare tanto i racconti tradizionali quanto certe atmosfere urbane che gli appassionati di anime e videogiochi fantasy conoscono benissimo. È una miscela che funziona proprio perché non cerca mai di essere eccessiva: tutto appare naturale, quasi credibile, anche nei momenti più assurdi.
La storia prende forma grazie all’incontro tra Inugami, investigatore specializzato nell’occulto, e quello che all’inizio tutti conoscono soltanto come Dorotabo, un ragazzo emarginato da un piccolo villaggio rurale. Il soprannome deriva da uno yokai legato alle risaie fangose, e gli abitanti lo evitano a causa del suo aspetto inquietante e di un odore sgradevole che sembra accompagnarlo ovunque. L’arrivo di Inugami per indagare su una misteriosa serie di animali trovati morti e decomposti nell’arco di una sola notte cambia completamente il destino del ragazzo, facendo emergere una verità molto più oscura di quanto chiunque potesse immaginare.
Da quel momento il manga si trasforma in qualcosa di molto più grande rispetto a un semplice mystery soprannaturale. Inugami diventa una figura quasi paterna, mentre il giovane protagonista intraprende un percorso fatto di scoperta personale, amicizie, dolore e crescita, entrando progressivamente in contatto con un mondo popolato da creature che convivono da sempre con gli esseri umani senza essere realmente viste. Chi ama gli shōnen dal ritmo serrato trova combattimenti spettacolari e poteri originali, ma chi preferisce personaggi sfaccettati e rapporti umani ben costruiti scopre un racconto sorprendentemente maturo.
Forse è proprio questa capacità di cambiare continuamente pelle ad aver reso Kemono Jihen così apprezzato da tanti lettori. Alcuni archi narrativi sembrano usciti da un horror folkloristico, altri ricordano un urban fantasy moderno, mentre certi momenti riescono persino a regalare quella leggerezza tipica delle storie di formazione che fanno affezionare ai protagonisti quasi senza accorgersene. Da cosplayer mi è capitato spesso di vedere Kabane, Shiki e Akira reinterpretati durante le fiere, segno che il loro design ha saputo lasciare un’impronta importante nella community, anche senza appartenere ai franchise più mainstream.
Il successo del manga ha naturalmente aperto le porte anche all’adattamento anime, trasmesso in Giappone tra gennaio e marzo del 2021. Molti fan italiani lo hanno scoperto grazie alla distribuzione in simulcast su VVVVID con sottotitoli, mentre successivamente Netflix ha reso disponibile anche il doppiaggio italiano, permettendo alla serie di raggiungere un pubblico ancora più ampio. Pur coprendo soltanto una parte dell’opera originale, l’anime ha contribuito a far conoscere l’universo creato da Aimoto anche a chi non aveva ancora sfogliato il manga.
In Italia la pubblicazione è affidata a J-Pop Manga, etichetta di Edizioni BD, che porta avanti la serie dal 2020 con traduzione di Ilenia Cerillo e lettering curato da Massimiliano Lucidi. Un lavoro che ha permesso ai lettori italiani di seguire fedelmente la crescita dell’opera mantenendo intatto il fascino del materiale originale.
Gli ultimi mesi non sono stati semplicissimi nemmeno per l’autore. La serializzazione aveva già subito una breve pausa, e successivamente Shō Aimoto ha raccontato attraverso il proprio profilo X di aver affrontato un periodo complicato a causa di una gastroenterite all’inizio dell’anno. Fortunatamente le sue condizioni sono migliorate e il mangaka ha rassicurato i fan spiegando di sentirsi molto meglio, aggiungendo che si sottoporrà anche a ulteriori controlli medici. Sapere che la conclusione della serie arriva dopo questo percorso personale rende inevitabilmente il finale ancora più significativo.
Chi segue il mondo dei manga sa bene che non tutte le conclusioni riescono a soddisfare i lettori. Alcune sembrano accelerate, altre arrivano troppo tardi, altre ancora lasciano la sensazione che ci fosse ancora tanto da raccontare. Nel caso di Kemono Jihen la speranza è che Shō Aimoto possa chiudere la storia esattamente come l’aveva immaginata, regalando ai suoi personaggi un epilogo coerente con il lungo cammino iniziato quasi dieci anni fa.
La fine di una serie, in fondo, non coincide mai davvero con la fine del suo universo. Restano le riletture, le teorie, le fanart, i cosplay, le discussioni infinite tra chi avrebbe preferito un’altra scelta narrativa e chi invece difenderà ogni pagina fino all’ultimo volume. Proprio per questo sono curiosissima di scoprire come reagirà il fandom internazionale all’uscita del capitolo conclusivo. Voi da che parte state? Kemono Jihen meritava di proseguire ancora oppure pensate che questo sia il momento giusto per salutare Kabane e i suoi compagni?
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