Avevo dieci anni quando vidi per la prima volta un brachiosauro (dalla testa enorme!) sollevare il collo e masticare lentamente le foglie di un albero che pareva antico quanto il tempo. Era il 1993, e “Jurassic Park” di Steven Spielberg fece esplodere il mio immaginario come un meteorite in pieno Cretaceo. Quel film non era solo cinema: era un portale verso l’impossibile, una macchina del tempo che ti portava dritto nel cuore pulsante della meraviglia e della paura. Trentadue anni dopo, sono entrata in sala con la stessa trepidazione bambina, le mani sudate strette al bracciolo, pronta a farmi stupire ancora. E sì, “Jurassic World: La Rinascita” ci prova. A volte ci riesce. Ma più spesso inciampa sulle stesse impronte fossili del passato.
Sotto la direzione di Gareth Edwards, già regista dell’ottimo Rogue One, e con la penna dello storico David Koepp, lo stesso che scrisse Jurassic Park e Il Mondo Perduto, questo nuovo capitolo della saga non è un sequel qualunque. Vuole essere – e lo dichiara fin dal titolo – una “rinascita”. Una nuova era giurassica. Un’evoluzione, insomma. Ma cosa nasce davvero, alla fine della visione?
Il fascino del passato… e il peso del presente
Il film è ambientato nel 2027, cinque anni dopo il caos globale di Jurassic World: Il Dominio. I dinosauri, ormai, non sono più celebrità da safari o minacce urbane: sono ritornati ad abitare spazi tropicali remoti, dove la natura li tollera e l’uomo li dimentica. Ma ovviamente, come in ogni storia che porta la firma di Koepp, la scienza non dorme mai e il profitto nemmeno. Così entra in scena Zora Bennett, interpretata da una sorprendente Scarlett Johansson, che dona al personaggio un mix tra eroina d’azione e antieroina disillusa. Zora è un’agente sotto copertura al soldo della potente multinazionale farmaceutica guidata dal subdolo Martin Krebs (un Rupert Friend tanto affascinante quanto viscido), incaricata di recuperare DNA da tre dinosauri iconici: Titanosaurus, Mosasaurus e Quetzalcoatlus. L’obiettivo? Creare un farmaco rivoluzionario. L’etica? Rimandata a data da destinarsi.
Al suo fianco troviamo il paleontologo Henry Loomis, interpretato con delicatezza e intelletto da Jonathan Bailey, e il veterano Duncan Kincaid, portato sullo schermo da Mahershala Ali, che trasuda carisma e gravitas. Insieme, questi personaggi costituiscono un trio interessante, che si muove tra giungle tailandesi, metropoli postmoderniste e pericoli antichi. La loro dinamica funziona, anche se non sempre la sceneggiatura offre loro il respiro necessario.
Il senso dello stupore… perso nella giungla
Edwards, bisogna ammetterlo, sa come maneggiare la tensione. Le prime sequenze hanno un sapore quasi horror, tra mostruosità geneticamente modificate e atmosfere cupe da film di serie B anni ’50 – un omaggio riuscito, per quanto inaspettato. La colonna sonora di Alexandre Desplat rielabora con rispetto il tema immortale di John Williams, aggiungendo note sinistre e toni metallici. È un inizio promettente, che lascia presagire un film coraggioso, differente.
Ma poi… qualcosa si inceppa.
Il problema principale di La Rinascita è che, nonostante tutte le premesse di novità, finisce per ripercorrere troppo fedelmente la struttura del primo Jurassic Park. La scena in cui Zora e Loomis si trovano davanti a una mandria di Titanosauri dovrebbe essere l’equivalente moderno del famoso “Welcome to Jurassic Park”, e invece manca completamente di quel contatto emotivo. È girata dall’alto, come un drone senz’anima: nessuno sguardo, nessuna meraviglia filtrata attraverso gli occhi dei personaggi. Solo CGI che ruggisce nello spazio. E questo, per una fan che si è emozionata vedendo il Brachiosauro in piedi sulle zampe posteriori nel ‘93, fa male.
La sottotrama dei naufraghi: occasione sprecata
Il film introduce anche la famiglia Delgado – padre (Manuel Garcia-Rulfo) e due figlie (tra cui la convincente Luna Blaise) – finiti sull’isola per puro caso. La loro presenza, però, è un’aggiunta narrativa che sembra esistere solo per acchiappare il pubblico più giovane, ma che poco aggiunge all’intreccio. Non interagiscono in modo significativo con la trama principale e, se anche non ci fossero stati, il film avrebbe potuto scorrere allo stesso modo. Non è una critica al cast, che è valido, ma alla sceneggiatura, che non sa bene cosa fare con loro.
Il dinosauro mutante: mostro o metafora?
E poi c’è l’ibrido mutante, una creatura mezza kaiju mezza incubo darwiniano, che compare a singhiozzo. Non ha nemmeno un nome, e forse è giusto così, perché è più un’idea che un personaggio. Inquietante, sì, ma anche incostante, la sua presenza scenica cambia a seconda della necessità: gigante in una scena, “ridimensionato” in un’altra. È una minaccia, ma non una nemesi. Sembra progettato per terrorizzare, ma senza una vera motivazione narrativa. Un’occasione persa per farne il simbolo stesso dell’arroganza umana.
La Rinascita ha il merito di toccare tematiche importanti: il cambiamento climatico, l’etica della scienza, la mercificazione della natura. Ma lo fa senza mai affondare il colpo. A differenza del primo Jurassic Park, dove il messaggio era chiaro – “la natura trova sempre una via” – qui la morale è più confusa. L’idea che il dinosauro non sia più solo “mostro” o “attrazione”, ma anche risorsa genetica, è interessante, ma non viene sviluppata fino in fondo. I dialoghi provano a sollevare dubbi etici, ma spesso si perdono in spiegoni pseudoscientifici o banalità già sentite.
Una rinascita a metà
A questo punto, potresti pensare che non mi sia piaciuto La Rinascita. Ma il punto è proprio l’opposto: mi è piaciuto… abbastanza. E forse, da fan della saga, è proprio questo il problema. Avrei voluto amarlo, avrei voluto uscire dalla sala con gli occhi lucidi e il cuore in gola, come quando ero bambina. Invece, mi sono ritrovata a pensare che questa nuova era giurassica, pur ben confezionata, non osa davvero rinascere. Non osa essere nuova. È più un “Jurassic Park: Remix” che una rivoluzione. Edwards ha talento, e in certi momenti lo dimostra. Ma sembra trattenuto da una produzione che ha più paura di perdere il pubblico che desiderio di sorprenderlo. Ci sono sequenze memorabili, sì, e momenti di sincero brivido – ma mancano quell’incanto, quella semplicità emotiva, quel senso del “mai visto prima” che rendeva il primo film un capolavoro senza tempo.
Jurassic World: La Rinascita è un film che merita di essere visto. Soprattutto in sala, perché lo spettacolo visivo c’è. Ha un cast eccellente, un comparto tecnico curato e alcuni momenti che – da sola – giustificano il prezzo del biglietto. Ma per chi, come me, ha vissuto per più di trent’anni all’ombra di un cancello che si apre su un mondo perduto, questa rinascita lascia il sapore dolceamaro di un sogno che sfuma prima dell’alba. E voi? Che dinosauri siete? Nostalgici che vogliono solo sentire di nuovo il ruggito del T-Rex o esploratori pronti per una nuova rotta evolutiva? Raccontatemelo nei commenti, condividete questa recensione con i vostri gruppi nerd e fate sapere al mondo se la vostra era giurassica è davvero finita… oppure appena cominciata. 🦖💥🌿
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