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Jumanji compie 30 anni: il gioco maledetto che ha insegnato a un’intera generazione a crescere

Trent’anni dopo, Jumanji continua a bussare alla porta della nostra memoria con lo stesso suono secco e inconfondibile dei dadi che rotolano sul tavolo. Un rumore che, per chi è cresciuto negli anni Novanta, non appartiene soltanto a un film, ma a un vero e proprio rito di passaggio, a quel momento preciso in cui il cinema per famiglie smetteva di essere rassicurante e decideva di diventare anche spaventoso, malinconico, sorprendentemente adulto. Il 15 dicembre 1995, mentre nelle sale americane prendeva vita l’opera diretta da Joe Johnston, nessuno poteva immaginare che quel gioco da tavolo maledetto sarebbe diventato uno dei simboli più duraturi dell’immaginario pop contemporaneo.

Jumanji nasce dall’albo illustrato di Chris Van Allsburg, pubblicato nel 1981, un autore capace come pochi di infilare l’inquietudine sotto la superficie delle storie per bambini. Il nome stesso, che secondo l’autore deriverebbe dallo zulu e significherebbe “molti effetti”, è una dichiarazione d’intenti: ogni lancio di dadi scatena conseguenze imprevedibili, ogni turno altera la realtà, ogni scelta ha un prezzo. Joe Johnston, reduce dal successo di film avventurosi come Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi e Pagemaster, capisce subito che Jumanji non deve essere solo uno spettacolo per i più piccoli, ma un racconto capace di parlare anche agli adulti che hanno smesso di giocare troppo in fretta.

La storia attraversa il tempo come un solco profondo. Nel 1869 due ragazzi, Caleb e Benjamin Sproul, seppelliscono una cassa nel bosco, ignari di aver dato inizio a una catena di eventi destinata a durare oltre un secolo. Nel 1969 il giovane Alan Parrish inciampa letteralmente in Jumanji, apre il tabellone e viene risucchiato nella giungla dopo un tiro di dadi. Da quel momento il tempo, in questo film, smette di essere una linea retta. Scorre, si attorciglia, si spezza. Alan resta intrappolato per ventisei anni in un mondo selvaggio che lo costringe a crescere troppo in fretta, mentre il mondo reale va avanti senza di lui. Quando nel 1995 Judy e Peter Shepherd trovano il gioco in soffitta e decidono di iniziare una partita, risvegliano non solo animali feroci e piante assassine, ma anche un uomo rimasto sospeso tra infanzia e maturità.

Il cuore narrativo di Jumanji sta proprio qui, nel trauma del tempo perduto. Alan Parrish non è solo un adulto sopravvissuto alla giungla, è un bambino che non ha mai potuto diventare grande secondo le regole del mondo. Robin Williams riesce a rendere questa frattura emotiva con una grazia disarmante, alternando comicità e dolore senza mai forzare la mano. Il suo Alan è buffo, spaventato, rabbioso, tenero. È uno dei ruoli più equilibrati della sua carriera, anche perché, fatto non scontato, l’attore accettò di limitare la sua celebre improvvisazione, fidandosi di una sceneggiatura solida e sorprendentemente stratificata. La leggenda racconta che prima di lui il ruolo fosse stato proposto a Tom Hanks, e che lo stesso Williams avesse inizialmente rifiutato. Ripensarci oggi fa quasi sorridere: immaginare Jumanji senza la sua energia è praticamente impossibile.

Accanto a lui, Bonnie Hunt costruisce una Sarah Whittle fragile e ironica, segnata dal senso di colpa e dalla paura di rimettere mano a quel gioco che le ha rovinato l’infanzia. I giovani Kirsten Dunst e Bradley Pierce reggono la scena con una maturità impressionante, soprattutto se si pensa all’età che avevano all’epoca. Per Dunst, Jumanji rappresenta uno dei tasselli fondamentali di una carriera già avviata con Intervista col vampiro e Piccole Donne, molto prima di diventare la Mary Jane del cinema supereroistico. Curioso pensare che per il ruolo di Judy fece un provino anche Scarlett Johansson, ma Johnston preferì affidarsi a un volto già più esperto. E poi c’è Jonathan Hyde, che molti di noi hanno impiegato anni a riconoscere come interprete sia del padre di Alan sia del cacciatore Van Pelt, incarnazione fisica e simbolica delle paure irrisolte del protagonista.

Van Pelt è uno dei villain più iconici del cinema per ragazzi degli anni Novanta, non tanto per la sua ferocia quanto per il suo valore metaforico. Non è semplicemente un antagonista evocato dal gioco, ma la materializzazione del conflitto interiore di Alan, del rapporto irrisolto con il padre, del senso di colpa e della fuga dalle responsabilità. In questo senso, Jumanji funziona come una fiaba moderna, un racconto di formazione travestito da avventura esotica, in cui la giungla non è solo un luogo fisico ma uno stato mentale.

Dal punto di vista tecnico, il film è anche una fotografia affascinante della Hollywood degli anni Novanta, quando la CGI iniziava a convivere con effetti pratici e animatroni. Alcune creature oggi tradiscono il peso degli anni, ma è proprio quella miscela imperfetta a dare a Jumanji un’identità precisa, lontana dalla patina iperrealistica del cinema contemporaneo. Quegli animali digitali, quelle piante che invadono il salotto, quelle inquadrature notturne piene di ombre contribuiscono a creare un senso di meraviglia sporca, quasi tangibile, che ancora oggi funziona.

Il successo del film non si è mai esaurito con i titoli di coda. Jumanji ha generato una serie animata trasmessa tra il 1996 e il 1999, capace di espandere l’universo del gioco e di accompagnare un’intera generazione nei pomeriggi davanti alla TV. Nel 2005 l’eredità di Van Allsburg ha trovato una declinazione spaziale con Zathura – Un’avventura spaziale, una sorta di fratello cosmico di Jumanji che ha dimostrato quanto quell’idea fosse potente e flessibile. Più recentemente, i sequel con Dwayne Johnson, Jack Black e Karen Gillan hanno trasformato il concept in una commedia d’azione consapevole e meta, capace di dialogare con il pubblico moderno senza cancellare il rispetto per l’originale. E mentre si attende il capitolo finale di questa nuova saga, resta intatto il fascino del primo lancio di dadi.

Rivedere oggi Jumanji significa fare i conti con la propria crescita. Significa tornare a quel momento in cui l’idea di un gioco da tavolo capace di distruggere una casa e cambiare una vita sembrava la cosa più terrificante e affascinante del mondo. È un film che parla di seconde possibilità, di errori che possono essere corretti solo affrontandoli fino in fondo, di famiglie spezzate che cercano di ricomporsi. Non è solo nostalgia, è riconoscimento. Perché, in fondo, chi non ha mai avuto la sensazione di aver perso un turno importante della propria partita?

Ora la domanda passa a voi. Quando avete tirato per la prima volta quei dadi immaginari? Vi ricordate la paura, la risata nervosa, il desiderio segreto di giocare comunque, nonostante tutto? Raccontatelo, perché Jumanji non è mai stato solo un film: è una sfida lanciata al tempo, e la partita, in qualche modo, non è ancora finita.


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Gianluca Falletta

Gianluca Falletta

Gianluca Falletta, creatore di Satyrnet.it, finalista nel 2019 di Italia's Got Talent, è considerato "il papà del Cosplay Italiano". Come uno dei primi sostenitori e promotori del fenomeno made in Japan in Italia, Gianluca, in 25 anni di attività ha creato, realizzato e prodotto alcune delle più importanti manifestazioni di  settore Nerd e Pop, facendo diventare Satyrnet.it un punto di riferimento per gli appassionati. Dopo "l'apprendistato" presso Filmmaster Events e la Direzione Creativa di Next Group, due delle più importanti agenzie di eventi in Europa, Gianluca si occupa di creare experience e parchi a tema a livello internazionale e ha partecipato allo start-up dei nuovissimi parchi italiani Cinecittà World, Luneur Park e LunaFarm cercando di unire i concetti di narrazione, creatività con l'esigenza di offrire entertainment per il pubblico. Per info e contatti gianlucafalletta.com

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