Palloncini rossi che galleggiano nell’aria, tombini che sembrano respirare e quella sensazione inquietante che qualcosa stia osservando dall’oscurità. Chi conosce davvero l’universo narrativo creato da Stephen King sa che Derry non dorme mai davvero. Ogni tanto finge di farlo, certo. Si nasconde dietro l’apparenza di una cittadina americana qualunque, fatta di strade tranquille e vite ordinarie. Ma sotto l’asfalto scorre una storia diversa, una storia che parla di cicli di violenza, memorie cancellate e paure che tornano sempre a galla.
Il successo di Welcome to Derry, la serie prequel dedicata all’universo di It, ha dimostrato che quel mito horror continua ad avere un potere enorme sull’immaginario collettivo. Non si tratta semplicemente di nostalgia per uno dei romanzi più iconici di Stephen King, né di un tentativo di cavalcare l’onda dei film diretti da Andy Muschietti. La serie ha fatto qualcosa di più interessante: ha trasformato Derry stessa nel vero protagonista della storia, esplorando le radici di una maledizione che attraversa le epoche come una cicatrice impossibile da rimarginare.
Proprio per questo motivo la notizia che la seconda stagione è già in fase di sviluppo ha acceso immediatamente l’entusiasmo dei fan horror. La conferma è arrivata durante un evento che, per chi ama fantascienza, fantasy e horror, rappresenta una sorta di Olimpo della cultura pop: la cinquantatreesima edizione dei Saturn Awards, celebrata l’8 marzo a Los Angeles. La serata non è stata soltanto un tributo alle grandi produzioni del genere, ma anche una celebrazione della storia dell’intrattenimento fantastico, con omaggi ai sessant’anni di Star Trek e ai quarant’anni di Aliens. In mezzo a giganti del genere, Welcome to Derry è riuscita comunque a ritagliarsi uno spazio importante, portando a casa il premio come Best Horror Television Series.
Un riconoscimento che ha reso ancora più evidente una realtà ormai impossibile da ignorare: il pubblico vuole tornare a Derry.
Durante la conferenza stampa successiva alla premiazione, Andy Muschietti non si è nascosto dietro mezze parole. Alla domanda sul futuro della serie, il regista e co-creatore ha confermato che la seconda stagione è in lavorazione insieme alla sorella Barbara Muschietti, partner creativa ormai inseparabile nel viaggio dentro l’universo di It. Le dichiarazioni sono state misurate ma cariche di entusiasmo. L’obiettivo è chiaro: realizzare qualcosa di ancora più grande rispetto alla prima stagione.
Un’affermazione che, per chi ha seguito il progetto fin dall’annuncio, ha un peso enorme. Welcome to Derry non nasce infatti da un romanzo già scritto. A differenza di molte altre trasposizioni tratte da Stephen King, questa serie si muove in uno spazio narrativo completamente nuovo. Le pagine di It contengono solo accenni, frammenti di tragedie, eventi storici citati quasi di sfuggita come ricordi sepolti sotto strati di tempo. I Muschietti hanno deciso di scavare proprio lì.
Il risultato è una serie che si comporta quasi come un’indagine archeologica dell’orrore.
Chi ha letto il romanzo originale ricorderà quanto Stephen King abbia disseminato la storia di Derry di episodi inquietanti: esplosioni industriali, massacri dimenticati, violenze collettive che sembrano emergere ciclicamente dalla storia della città. Episodi che suggeriscono un’idea inquietante: Pennywise non è soltanto un mostro che appare ogni ventisette anni. È parte di un sistema più grande, una presenza che si nutre delle paure e delle ombre accumulate dalla comunità.
La prima stagione della serie ha scelto di ambientarsi negli anni Sessanta, un periodo storico carico di tensioni sociali e paranoie geopolitiche. Un’America che viveva con l’incubo della guerra nucleare e con un senso di inquietudine diffusa che si infilava nelle pieghe della vita quotidiana. In quel contesto Pennywise diventa quasi il riflesso mostruoso di un’epoca intera.
Il futuro della serie promette però di spingersi ancora più indietro nel tempo.
Le interviste rilasciate dal team creativo suggeriscono che il prossimo capitolo potrebbe concentrarsi sul ciclo del 1935, legato a un episodio particolarmente oscuro della storia di Derry: il massacro della Bradley Gang. Un evento che nel romanzo di King appare come una nota inquietante nel passato della città e che ora potrebbe diventare il centro di una nuova narrazione.
Un’idea che rende la serie ancora più affascinante, perché trasforma Welcome to Derry in una sorta di antologia storica dell’orrore americano. Ogni stagione potrebbe esplorare un’epoca diversa, con nuovi personaggi, nuove paure e nuove tragedie, mentre Pennywise rimane l’unica costante di un ciclo infinito.
E qui entra in gioco uno degli aspetti più interessanti della serie.
Derry non è semplicemente lo scenario della storia. È un organismo narrativo. Una città che sembra soffrire di una forma di amnesia collettiva, dove gli abitanti dimenticano gli eventi più terribili per poter continuare a vivere come se nulla fosse successo. Questo meccanismo di rimozione diventa il terreno perfetto per il ritorno periodico del male.
La forza dell’universo creato da King sta proprio in questa ambiguità. Pennywise è il mostro visibile, quello che emerge dalle fogne con un sorriso troppo largo per essere umano. Ma il vero orrore nasce dall’indifferenza della città, dal modo in cui la comunità permette inconsciamente al ciclo di ripetersi.
Il ritorno di Bill Skarsgård nei panni di Pennywise rappresenta uno degli elementi più attesi del progetto. La sua interpretazione ha ridefinito completamente l’iconografia del clown assassino nella cultura pop contemporanea. Dove Tim Curry aveva costruito un personaggio teatrale e quasi grottesco, Skarsgård ha scelto una strada più aliena, più disturbante, trasformando Pennywise in una creatura che sembra appartenere a una dimensione diversa dalla nostra.
Ogni movimento del suo volto, ogni pausa nella voce, ogni inclinazione del sorriso suggerisce che dietro il trucco da clown si nasconda qualcosa di immensamente più antico.
La serie offre l’occasione perfetta per approfondire questa dimensione cosmica del personaggio, mostrando come l’entità dietro Pennywise si adatti alle paure di ogni epoca. Negli anni Sessanta poteva assumere forme legate alla paranoia della Guerra Fredda. Negli anni Trenta potrebbe nutrirsi dell’angoscia della Grande Depressione. All’inizio del Novecento potrebbe incarnare il lato oscuro del progresso industriale.
Un male che cambia maschera, ma che resta sempre lo stesso.
Nonostante l’entusiasmo del pubblico e il successo ai Saturn Awards, HBO non ha ancora annunciato ufficialmente il rinnovo della serie per una seconda stagione. Tuttavia le parole di Casey Bloys, CEO di HBO e HBO Max, sembrano lasciare pochi dubbi sul futuro del progetto. Il dirigente ha dichiarato apertamente che la serie non è affatto in limbo creativo e che la piattaforma sarebbe felice di continuare la produzione non appena il team creativo avrà definito la nuova direzione narrativa.
Il progetto resta quindi in una fase di sviluppo attivo, con Jason Fuchs confermato come showrunner e produttore accanto ai Muschietti.
Parallelamente, Andy Muschietti rimane coinvolto anche in un altro progetto che fa battere forte il cuore degli appassionati di fumetti: il film The Brave and the Bold, dedicato a Batman e al rapporto tra Bruce Wayne e Damian Wayne. Un impegno importante che potrebbe influenzare i tempi di sviluppo della serie.
Eppure l’idea di vedere ancora il regista esplorare gli abissi di Derry ha qualcosa di irresistibile.
Perché la verità è semplice: l’universo di It non è soltanto una storia horror. È una mitologia moderna fatta di cicli, memoria e paura. Ogni generazione di spettatori scopre Pennywise in modo diverso, trovando nelle sue apparizioni qualcosa che riflette le inquietudini del proprio tempo.
Il successo di Welcome to Derry dimostra che quell’immaginario è ancora incredibilmente vivo.
La prospettiva di una seconda stagione più grande, più ambiziosa e probabilmente più brutale lascia intuire che il viaggio nella storia maledetta di Derry è appena iniziato. Nuove epoche da esplorare, nuove tragedie da raccontare e nuovi bambini costretti a confrontarsi con qualcosa che gli adulti preferiscono ignorare.
Una cosa appare certa.
Il palloncino rosso tornerà a fluttuare.
E mentre aspettiamo di scoprire quale pagina oscura della storia di Derry verrà raccontata nella prossima stagione, una domanda resta sospesa come un sussurro che arriva dalle fogne della città: quante altre cicatrici nasconde davvero quel luogo?
Perché se l’universo di Stephen King ci ha insegnato qualcosa, è che alcune storie non finiscono mai davvero. Aspettano soltanto il momento giusto per tornare.
E ogni ventisette anni, prima o poi, qualcuno sente di nuovo quella voce.
“Vuoi un palloncino?”
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