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L’Inferno di Dante illustrato da Miguel Ángel Martín: l’orrore senza ombre

Dante Alighieri probabilmente non avrebbe immaginato che, sette secoli dopo il suo viaggio ultraterreno, le creature, le pene e le ossessioni dell’Inferno sarebbero state affidate alla linea pulita e chirurgica di uno dei fumettisti più disturbanti della scena europea. Eppure l’incontro con Miguel Ángel Martín possiede una logica quasi inevitabile, come se quelle terzine imparate a scuola, spesso recitate con l’automatismo di una formula antica, avessero atteso a lungo l’arrivo di un artista disposto a liberarle dalla polvere delle edizioni scolastiche e a restituire loro tutta la ferocia originaria. Il risultato è “L’Inferno di Dante illustrato da Miguel Ángel Martín”, volume pubblicato da Edizioni NPE in una prestigiosa veste editoriale che trasforma la prima cantica della Divina Commedia in un’esperienza visiva difficile da attraversare mantenendo una rassicurante distanza.

Il nome di Martín, per chi frequenta il fumetto d’autore più radicale, porta con sé immagini che non cercano mai di tranquillizzare. La sua estetica apparentemente ordinata, composta da contorni precisi, superfici nette e figure immediatamente leggibili, riesce a produrre una sensazione di disagio molto più persistente rispetto a qualsiasi accumulo di ombre o effetti barocchi. Sembra quasi un paradosso: l’Inferno è stato rappresentato per secoli attraverso tenebre, corpi aggrovigliati, chiaroscuri violenti e scenari dominati dal caos, mentre Martín sceglie di mostrare tutto, senza nascondere nulla, sotto una luce fredda che ricorda certi laboratori di fantascienza, le sale operatorie dei thriller più crudeli o le immagini patinate di una pubblicità improvvisamente diventata ostile.

Quella che spesso definiamo “linea chiara”, pensando magari alla tradizione franco-belga, assume nelle mani dell’autore spagnolo un carattere completamente diverso. Non è uno strumento per rendere il racconto più rassicurante o avventuroso, ma una lente capace di sezionare il male, catalogarlo e offrirlo allo sguardo con precisione quasi anatomica. Ogni supplizio appare nitido, ogni corpo conserva la propria leggibilità, ogni dettaglio sembra chiedere al lettore di non voltarsi dall’altra parte. Martín elimina la nebbia protettiva che spesso separa l’osservatore dalla violenza e ci colloca davanti a un abisso perfettamente illuminato, dove la brutalità non può più essere liquidata come un’apparizione confusa o un’immagine appartenente a un passato remoto.

Proprio qui nasce la forza più inquietante di questa interpretazione dell’Inferno di Dante. I dannati non sembrano figure imprigionate in una cosmologia medievale ormai lontana, ma presenze che potremmo riconoscere tra le notizie del giorno, negli scandali trasformati in intrattenimento, nelle immagini di dolore consumate velocemente sullo schermo di uno smartphone. Frode, violenza, tradimento, avidità e abuso di potere hanno cambiato abiti, linguaggi e piattaforme, eppure continuano a ripresentarsi con una puntualità quasi rituale. Le pene dantesche, costruite attraverso la logica del contrappasso, diventano allora una specie di algoritmo morale ante litteram: ogni gesto genera una conseguenza che ne riproduce la natura, la amplifica e la rende eterna.

Da appassionata di mitologia, confesso che proprio questo meccanismo continua a esercitare un fascino irresistibile. L’Inferno dantesco è una macchina narrativa complessa quanto una delle grandi cosmologie del fantasy contemporaneo, dotata di geografia, gerarchie, creature, guardiani e regole interne, ma possiede anche qualcosa di più personale e scomodo. Dante non osserva da lontano, non si limita a organizzare mostri e peccatori come un autore impegnato nella costruzione di un mondo immaginario. Attraversa quello spazio con il proprio corpo, incontra nemici, maestri, personaggi storici e figure amate, reagisce con rabbia, pietà, paura, talvolta persino con un entusiasmo che oggi definiremmo poco diplomatico. Il suo viaggio è religioso, politico, autobiografico e profondamente umano, una fanfiction teologica scritta con la convinzione di chi sente di possedere ancora qualcosa da dire ai vivi.

Miguel Ángel Martín sembra raccogliere proprio questa energia irregolare, evitando di trasformare la Commedia in un monumento intoccabile. Le sue illustrazioni non decorano il testo, non accompagnano passivamente la lettura e non cercano l’eleganza consolatoria di certe edizioni da collezione destinate a essere ammirate senza venire davvero sfogliate. Entrano in conflitto con i versi, li interrogano e li spostano verso il presente, mostrando una realtà nella quale la sofferenza rischia di diventare un dato, una percentuale, una sequenza di immagini da consumare tra una notifica e l’altra. Il tormento dei dannati finisce così per somigliare alla nostra esposizione quotidiana al dolore altrui, osservato con una partecipazione intermittente che spesso si spegne appena lo schermo cambia contenuto.

La dimensione editoriale contribuisce a rendere questo Inferno un oggetto quasi rituale. Edizioni NPE lo propone in un grande cofanetto rigido, con un volume cartonato a colori di oltre trecento pagine, una scelta che restituisce peso materiale a parole e immagini. In un’epoca dominata dallo scorrimento rapido, dal contenuto effimero e dalle biblioteche digitali potenzialmente infinite, prendere tra le mani un libro simile significa accettarne la fisicità, il tempo richiesto dalla lettura e persino una certa solennità. Non parliamo però di un lusso fine a sé stesso: il formato ampio permette alle tavole di respirare e al tratto di Martín di manifestare pienamente quella precisione perturbante che rende ogni scena simultaneamente lontana e familiare.

Sfogliare queste pagine significa anche fare i conti con il rapporto tra cultura alta e immaginario pop, un confine che il fumetto ha smesso da tempo di considerare invalicabile. Dante è già presente ovunque, anche dove non lo riconosciamo immediatamente. Vive nei videogiochi che trasformano gli inferi in livelli da attraversare, nelle serie televisive costruite intorno a colpe e redenzioni, nei manga popolati da mondi ultraterreni organizzati secondo gerarchie rigidissime, nelle saghe fantasy che affidano a una guida il compito di accompagnare il protagonista oltre una soglia proibita. Da “Devil May Cry” a “Dante’s Inferno”, dalle discese agli inferi della mitologia classica fino alle molte incarnazioni di Lucifero nella cultura pop, la Commedia continua a generare immagini, archetipi e interpretazioni perché possiede una struttura narrativa capace di parlare a epoche molto diverse.

L’approccio di Martín, tuttavia, rinuncia a qualsiasi tentazione eroica. Il suo Inferno non sembra un dungeon da conquistare, né un’arena pensata per esaltare il coraggio del viaggiatore. È un luogo privo di filtri, dove l’occhio viene costretto a sostare sulla relazione tra desiderio, colpa e conseguenza. Persino Virgilio, figura che nella tradizione rappresenta la ragione capace di guidare Dante attraverso il regno della dannazione, sembra appartenere a un mondo in cui le guide hanno perso parte della propria autorità. Il lettore contemporaneo attraversa quelle immagini portando con sé una cultura costruita su frammenti, feed personalizzati e verità costantemente negoziate, e forse proprio per questo la chiarezza del tratto diventa ancora più destabilizzante.

Rimane allora una domanda difficile da ignorare: cosa vediamo davvero guardando i dannati di Dante attraverso gli occhi di Miguel Ángel Martín? Un catalogo di mostruosità medievali, una provocazione visiva, una riflessione sul male oppure il riflesso deformato di una società che ha imparato a trasformare qualsiasi tragedia in spettacolo? La risposta, probabilmente, cambia a ogni pagina e dipende da quanto siamo disposti a riconoscere qualcosa di nostro tra quei corpi, quelle colpe e quelle condanne. Forse l’Inferno continua a parlarci proprio perché non appartiene soltanto all’aldilà, ma si manifesta ogni volta che smettiamo di percepire l’altro come una persona e cominciamo a considerarlo un’immagine, una statistica o una storia da dimenticare rapidamente.

Dante attraversava i gironi cercando una via d’uscita; noi possiamo ancora decidere se limitarci a osservare oppure riconoscere, dietro quella linea tanto limpida da risultare crudele, le forme contemporanee dei peccati che credevamo di avere lasciato nel Medioevo. E a questo punto la conversazione passa inevitabilmente a chi legge: quale canto dell’Inferno vorreste vedere filtrato dallo sguardo di Martín, e quale dannazione dantesca vi sembra più vicina al mondo in cui viviamo?

Note: AI-Generated Content

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Maria Merola

Laureata in Beni Culturali, lavora nel campo del marketing e degli eventi. Ama Star Wars, il cosplay e tutto ciò che riguarda il mondo del fantastico, come rifugio dalla realtà quotidiana. In particolare è l'autrice del blog "La Terra in Mezzo" dedicato ai miti e alle leggende del suo Molise.

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