Un lampo. Un istante che sembra insignificante e che invece contiene tutto. Origini, presente, possibilità future. In un batter d’occhio non arriva su Disney+ come uno dei tanti titoli da scroll distratto, ma come una promessa sussurrata a chi ama la fantascienza quando decide di smettere di fare solo spettacolo e prova a fare domande serie. Dal 27 febbraio 2026, il nuovo film di Andrew Stanton si prepara a rimettere in moto quella sensazione rara che riconosci subito: quando sai che non stai per guardare solo una storia, ma qualcosa che potrebbe restarti addosso.
Stanton è uno di quei nomi che per una generazione intera non è solo un regista, ma una specie di bussola emotiva. Ha raccontato l’umanità attraverso un pesciolino smarrito, l’ha compressa in un robot solitario che guarda le stelle e l’ha spinta troppo in là con John Carter, pagando anche il prezzo di un’industria che spesso non perdona chi osa. Tornare oggi al live action con In the Blink of an Eye significa tornare con un’idea precisa in testa, non con la voglia di accontentare tutti.
Il film nasce come adattamento di un romanzo firmato da Colby Day e già sulla carta suona come una sfida: raccontare l’intera traiettoria dell’esistenza umana intrecciando tre linee temporali distanti tra loro, ma legate da qualcosa che va oltre la cronologia. Una famiglia di Neanderthal che lotta per sopravvivere quando il mondo è ancora ostile e primitivo. Un’antropologa dei giorni nostri che cerca di tenere insieme ricerca scientifica e vita emotiva, scoprendo quanto sia fragile il concetto di “adesso”. Un futuro distante due secoli, chiuso dentro un’astronave dove una malattia minaccia le coltivazioni da cui dipende l’ossigeno dell’equipaggio. Tre storie che sembrano non avere nulla in comune e che invece dialogano come se fossero capitoli dello stesso respiro.
È qui che Stanton torna a giocare sul suo terreno preferito: la fantascienza come lente per parlare dell’essere umano. Non quella urlata, non quella che vive di spiegoni, ma quella che ti costringe a collegare i puntini dopo. I riferimenti sono inevitabili per chi ha memoria cinefila: l’ambizione cosmica di 2001: Odissea nello Spazio, la struttura corale emotiva di Magnolia, le domande esistenziali di Interstellar. Ma l’impressione è che In un batter d’occhio voglia evitare il citazionismo sterile e usare questi fantasmi solo come trampolino.
Il cast scelto racconta molto di questa direzione. Rashida Jones porta in scena quella capacità rara di essere intensa senza mai risultare artificiosa. Kate McKinnon, spesso relegata all’etichetta della comicità, ha dimostrato più volte di saper scendere in profondità quando il ruolo glielo permette, e qui sembra avere spazio per farlo davvero. Daveed Diggs è una presenza che vibra di energia e intelligenza, uno di quegli interpreti capaci di reggere sia l’intimo che il visionario. Accanto a loro Tanaya Beatty, Jorge Vargas e Skywalker Hughes completano un ensemble che sembra pensato più per l’equilibrio emotivo che per il richiamo facile.
La lavorazione del film racconta un progetto nato con le idee chiare. Stanton accetta la regia nel 2022, il cast viene annunciato l’anno successivo e le riprese si svolgono a Vancouver tra marzo e maggio 2023. Tempi concentrati, set apparentemente serrato, come se ogni scelta fosse già stata metabolizzata prima di accendere la macchina da presa. Poi, nel 2024, arriva il nome che chiude il cerchio emotivo: Thomas Newman alla colonna sonora. Un ritorno di famiglia, in un certo senso. Newman e Stanton hanno già condiviso mondi e silenzi, oceani e stelle. Qui il compito sembra ancora più delicato: tradurre il tempo in musica, rendere udibile qualcosa che per definizione scivola via.
Non è un caso che il film sia atteso al Sundance Film Festival 2026. Quel contesto rimane uno dei pochi spazi in cui opere di questo tipo possono essere giudicate per ciò che tentano di essere, non per quanto sono facilmente vendibili. Subito dopo, il passaggio allo streaming su Disney Plus apre il discorso a un pubblico più ampio, portando una fantascienza adulta dentro le case senza passare dal rito obbligato della sala.
Quello che colpisce, leggendo e rileggendo le poche informazioni ufficiali, è l’idea di fondo: raccontare la storia del mondo non come una linea retta, ma come una serie di echi. Le scelte dei primi esseri umani che riverberano nel futuro spaziale. Le fragilità contemporanee che fanno da ponte. Il tempo non come nemico o risorsa, ma come presenza costante con cui fare i conti. Un tema che Stanton aveva già sfiorato più volte, ma che qui sembra diventare il centro di tutto.
La sensazione, da fan che ha visto abbastanza cinema da riconoscere l’odore delle cose interessanti, è che In un batter d’occhio non voglia piacere a tutti. Vuole farsi guardare con attenzione. Vuole lasciare spazio al silenzio. Vuole che lo spettatore esca con qualche domanda in più rispetto a quelle con cui è entrato. In un panorama spesso saturo di contenuti che chiedono solo di essere consumati, non è poco.
Ora la palla passa a chi guarda. Quale delle tre linee temporali vi incuriosisce di più? La preistoria come specchio dell’istinto, il presente come campo di battaglia emotivo o il futuro come test definitivo della nostra capacità di sopravvivere? Stanton ha già dimostrato di saper parlare dell’umanità anche quando la maschera da robot o da pesce. Resta da capire cosa dirà, questa volta, quando il tempo sarà il vero protagonista.
Il conto alla rovescia è partito. E come spesso accade con le storie migliori, basta davvero un batter d’occhio perché tutto cambi.
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