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James Wan e Call of Cthulhu: il film horror tratto da Lovecraft è ancora vivo tra ostacoli e misteri

James Wan e Howard Phillips Lovecraft appartengono a due costellazioni dell’orrore apparentemente lontane, eppure irresistibilmente destinate a sfiorarsi: da una parte il regista che ha ridefinito la paura popolare contemporanea con franchise come Saw, Insidious e The Conjuring, dall’altra lo scrittore di Providence che ha insegnato al Novecento a temere non il mostro sotto il letto, ma l’abisso cosmico che ci osserva da dimensioni inconcepibili. Mettere insieme questi due immaginari significa tentare un’operazione quasi alchemica, una di quelle che fanno tremare di entusiasmo chi ama il cinema horror e, allo stesso tempo, fanno sudare freddo qualunque studio hollywoodiano chiamato a finanziare il progetto. E infatti il film tratto da The Call of Cthulhu continua a esistere in quella zona nebulosa dove vivono i sogni più ambiziosi: annunciato, desiderato, inseguito, ma ancora lontano dall’essere concretamente materializzato sul grande schermo.

La notizia che James Wan non abbia abbandonato il suo adattamento di Call of Cthulhu ha qualcosa di profondamente romantico, nel senso più oscuro e ossessivo del termine. Da quanto emerso nelle sue recenti dichiarazioni, il regista considera questo film un autentico dream project, un’opera che porta dentro da anni e che continua a sviluppare con ostinazione, anche se lentamente, quasi come un cultista lovecraftiano intento a decifrare rune impossibili mentre il resto del mondo gli ripete che sarebbe meglio lasciar perdere. Il problema, del resto, è chiaro e quasi crudele nella sua semplicità: il cinema lovecraftiano costa troppo e rassicura troppo poco. L’orrore cosmico non si presta facilmente alle logiche commerciali, non offre jump scare facilmente monetizzabili, non regala creature vendibili come action figure senza prima imporre una costruzione visiva mastodontica, stratificata, rischiosa.

Chi frequenta da anni il territorio delle trasposizioni di Lovecraft conosce bene questa maledizione. Ogni volta che Hollywood prova a evocare sul serio il pantheon del Solitario di Providence, qualcosa sembra incepparsi. Viene inevitabilmente in mente il caso quasi leggendario di Guillermo del Toro e del suo abortito adattamento di Alle montagne della follia, un progetto titanico che avrebbe coinvolto perfino James Cameron, e che invece si è arenato davanti allo stesso scoglio: costi elevatissimi, rating problematico, prospettive d’incasso troppo incerte. È come se Lovecraft imponesse una tassa invisibile a chiunque tenti di tradurlo in immagini, una specie di pedaggio cosmico che scoraggia produttori e investitori prima ancora che il primo ciak venga battuto.

Eppure, se qualcuno oggi può davvero provare a spezzare questa maledizione, quel qualcuno è probabilmente proprio Wan. Non soltanto perché ha dimostrato di saper trasformare l’orrore in fenomeno industriale globale, ma perché il suo cinema ha sempre avuto una qualità che molti sottovalutano: sa costruire mitologie. In Malignant, per esempio, dietro l’apparenza del puro shock visivo si nascondeva una reinvenzione delirante e coraggiosa del body horror; in Aquaman ha mostrato di saper orchestrare mondi giganteschi, creature abissali, architetture impossibili. Ed è proprio questa esperienza nella gestione dello spettacolo visionario che rende la sua candidatura ideale per affrontare Cthulhu, creatura che non può limitarsi a essere mostrata: deve essere evocata come evento percettivo, come trauma visivo che incrina la sanità mentale dello spettatore.

Il nodo centrale resta sempre lo stesso: come rendere vendibile l’invendibile? Lovecraft non racconta semplicemente storie di mostri, ma di insignificanza cosmica, di esseri umani ridotti a granelli di polvere davanti a entità indifferenti. È una poetica anti-eroica, anti-hollywoodiana per definizione. Il pubblico mainstream è abituato a narrazioni dove l’orrore può essere sconfitto, contenuto, esorcizzato; nel mondo di Cthulhu, invece, la vittoria coincide spesso con una sopravvivenza mutilata, con la follia, con la consapevolezza che l’universo non ci deve alcuna salvezza. Tradurre questo in un blockbuster significa sfidare la grammatica stessa del cinema commerciale.

Negli ultimi anni alcuni film hanno tentato di flirtare con quella dimensione cosmica, ma senza riuscire a trasformarla in vero successo economico. Underwater ha osato lambire suggestioni cthulhoidi con coraggio visivo, Color Out of Space ha restituito parte della follia cromatica di Lovecraft con un Nicolas Cage febbrile e sopra le righe, mentre The Empty Man è diventato col tempo un piccolo culto per chi ama gli horror metafisici che si rifiutano di spiegarsi troppo. Nessuno, però, ha davvero infranto il soffitto commerciale che pesa da decenni sulle opere lovecraftiane. Critica favorevole, fandom appassionati, culto postumo: tutto questo non basta a convincere gli studios a investire centinaia di milioni in tentacoli cosmici e geometrie non euclidee.

Nel frattempo James Wan non resta fermo. Prima di tornare a immergersi negli abissi di R’lyeh, dirigerà per Paramount il remake di The Gangster, the Cop, the Devil, nuovamente accanto a Don Lee, confermando una carriera che continua a oscillare con naturalezza tra horror, action e grandi produzioni mainstream. Questo continuo andirivieni tra cinema “piccolo” e cinema “grande”, che lui stesso ha spesso raccontato come una necessità creativa, è forse la chiave del suo metodo: Wan ha bisogno di respirare in formati diversi per non cristallizzarsi, e forse proprio questo movimento pendolare lo renderà capace di trovare la forma giusta per Call of Cthulhu.

La verità è che un film come questo non può nascere in fretta. Richiede una visione capace di andare oltre il semplice adattamento letterale, capace di tradurre in linguaggio audiovisivo quella sensazione di vertigine metafisica che si prova leggendo Lovecraft nelle notti d’inverno, magari con la pioggia sui vetri e il gatto addormentato accanto alla tastiera mentre si ripensa a quanto sia minuscolo il nostro posto nell’universo. Da lettrice cresciuta tra biblioteche polverose, maratone horror e pomeriggi passati a fantasticare su dèi addormentati sotto oceani impossibili, confesso che l’idea di vedere Wan alle prese con Cthulhu continua ad accendere un entusiasmo quasi infantile, lo stesso che si prova davanti a quei progetti impossibili che proprio perché impossibili sembrano necessari.

Forse il vero fascino di questa attesa sta qui: Call of Cthulhu, per esistere davvero, deve prima attraversare la sua personale zona d’ombra, quella in cui i sogni più grandi rischiano di spegnersi ma, qualche volta, imparano a diventare leggenda. E se James Wan riuscirà davvero a portare sullo schermo il Grande Antico senza tradirne l’orrore ineffabile, potremmo trovarci davanti non solo a un nuovo film horror, ma a uno di quegli eventi cinematografici destinati a ridefinire ciò che immaginiamo possibile. La domanda, a questo punto, resta sospesa come un sussurro proveniente dagli abissi: siamo davvero pronti a guardare Cthulhu negli occhi?


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Maria Merola

Maria Merola

Laureata in Beni Culturali, lavora nel campo del marketing e degli eventi. Ama Star Wars, il cosplay e tutto ciò che riguarda il mondo del fantastico, come rifugio dalla realtà quotidiana. In particolare è l'autrice del blog "La Terra in Mezzo" dedicato ai miti e alle leggende del suo Molise.

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