Esistono film che non cercano scorciatoie emotive, che non addolciscono lo sguardo né rassicurano lo spettatore. Opere che ti prendono per mano e ti accompagnano dentro una ferita ancora aperta, senza concederti la possibilità di distogliere gli occhi. Il prigioniero coreano, conosciuto anche come The Net o Geumul, appartiene a questa categoria rara e necessaria. Un film che si muove lontano dalle astrazioni simboliche di altri lavori del regista e sceglie invece di piantare i piedi nel presente, in un “qui e ora” che pesa come un macigno. Alla regia c’è Kim Ki-duk, autore che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani con le contraddizioni del suo Paese e dell’animo umano.
Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival del 2016, Il prigioniero coreano è un thriller intimo e politico insieme, un racconto che scava nell’identità, nella propaganda, nella violenza sistemica che si annida dietro parole come sicurezza, patria, libertà. Un film che non ha bisogno di grandi colpi di scena perché la sua forza sta tutta nella semplicità brutale della premessa e nella profondità dello sguardo.
La storia si apre con un avvertimento che suona quasi come una profezia: “Fai attenzione, oggi la corrente va verso Sud”. A riceverlo è Nam Chul-woo, un pescatore nordcoreano che vive con la moglie e la figlia in un villaggio al confine. La sua esistenza è fatta di gesti ripetuti, di regole non scritte, di una cautela che è diventata istinto di sopravvivenza. In un luogo dove ogni movimento è sorvegliato e ogni errore può costare caro, Nam conosce il valore dell’attenzione. Eppure è proprio l’elemento più naturale, l’acqua, a tradirlo. Una rete si impiglia nell’elica della barca, il motore si blocca, e la corrente – quella che va verso Sud – lo trascina lentamente oltre il confine.
Quel confine liquido, invisibile eppure invalicabile, è una delle immagini più potenti del film. Non c’è bisogno di muri o filo spinato quando basta una linea immaginaria a trasformare un uomo qualunque in un nemico. Una volta sconfinato nella Corea del Sud, Nam viene immediatamente arrestato e trattato come una spia. Nessuno crede davvero alla versione dell’incidente. Per le autorità del Sud, un nordcoreano che attraversa il confine è colpevole fino a prova contraria.
Da qui il film entra in una spirale di interrogatori, pressioni psicologiche e violenze che non hanno nulla di spettacolare, ma risultano ancora più disturbanti proprio per la loro quotidianità. Kim Ki-duk non indulge nel sadismo visivo, preferisce mostrare la burocrazia della tortura, la normalizzazione dell’abuso, il modo in cui la violenza diventa procedura. Nam resiste, non tanto per eroismo quanto per condizionamento. L’indottrinamento subito in patria lo ha reso impermeabile alle minacce e alle lusinghe, e quando gli viene offerta la possibilità di restare al Sud con una casa e un lavoro, rifiuta senza esitazione. Accettare significherebbe condannare la sua famiglia a restare bloccata al Nord.
Uno dei momenti più stranianti e potenti del film arriva quando Nam viene lasciato solo per le strade di Seul. È un esperimento, una trappola, un modo per capire se davvero sia una spia. Il suo spaesamento è totale, quasi infantile. Rifiuta persino di aprire gli occhi, come se guardare quel mondo significasse tradire tutto ciò in cui ha sempre creduto. Quando finalmente si muove, lo fa seguendo il ricordo di un altro prigioniero nordcoreano, suicidatosi durante la detenzione, e di una semplice bancarella di cibo di strada. Incontri minimi, apparentemente insignificanti, che però aprono crepe profonde nella sua visione del mondo.
Il confronto con la realtà sudcoreana non è quello patinato della propaganda occidentale. Nam incontra una prostituta picchiata dal suo protettore e resta sconvolto dall’idea che, in un Paese così ricco, qualcuno possa essere costretto a vendere il proprio corpo per sopravvivere. È uno shock culturale che ribalta ogni certezza: il capitalismo, con le sue luci accecanti, proietta ombre enormi. Kim Ki-duk suggerisce che la libertà economica non coincide automaticamente con la dignità umana, e che la violenza assume forme diverse ma non meno distruttive.
Dopo il rilascio, accompagnato da regali simbolici come un nuovo motore per la barca e un peluche per la figlia, Nam torna nella Corea del Nord. Qui viene celebrato come un eroe dalla propaganda ufficiale, esempio di fedeltà incorruttibile al regime. Ma dietro le celebrazioni si nasconde una repressione ancora più feroce. I militari lo trattengono, lo interrogano, lo umiliano, spingendosi oltre quanto visto al Sud. Non c’è redenzione possibile, non c’è ritorno alla normalità. Il sospetto è diventato permanente.
Il finale del film è di una durezza disarmante. Privato della licenza di pesca, unico mezzo di sostentamento per la sua famiglia, Nam si rifiuta di obbedire all’ordine di tornare a riva. Non è un gesto politico, non è una ribellione consapevole. È la disperazione di un uomo che vuole solo lavorare per vivere. I colpi sparati dai militari chiudono il cerchio in modo tragico, lasciando lo spettatore con un senso di impotenza difficile da scrollarsi di dosso.
Gran parte della forza del film risiede nell’interpretazione di Ryoo Seung-bum, che dà vita a Nam con una fisicità e una misura impressionanti. Il suo volto diventa un campo di battaglia silenzioso, attraversato da paura, orgoglio, confusione e dignità. Non servono monologhi o grandi esplosioni emotive: basta uno sguardo, una postura, un silenzio prolungato.
Kim Ki-duk ha spiegato di aver voluto mostrare un paradosso scomodo: Nord e Sud, al netto delle differenze politiche ed economiche, condividono meccanismi di violenza ideologica sorprendentemente simili. Da una parte la dittatura esplicita, dall’altra una democrazia che non tollera deviazioni dalla narrativa dominante. In mezzo, schiacciato come un insetto, un uomo qualunque che desidera soltanto tornare a casa. Il messaggio è chiaro e tagliente: non si può demonizzare un intero popolo, perché prima di ogni ideologia vengono le persone.
Il prigioniero coreano non è un film facile, né vuole esserlo. È una visione che resta addosso, che chiede allo spettatore di interrogarsi su concetti troppo spesso dati per scontati. Dove finisce la propaganda e dove inizia la verità? Quanto vale davvero la libertà se è costruita sull’esclusione e sulla paura? E soprattutto: è possibile attraversare un confine senza esserne contaminati per sempre?
Ora la palla passa a voi. Avete visto questo film o vi incuriosisce recuperarlo? Pensate che il cinema possa ancora essere uno strumento efficace per raccontare conflitti politici così complessi? Raccontatecelo nei commenti e condividete le vostre riflessioni: il dialogo, proprio come il cinema, nasce dall’ascolto.
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.










Aggiungi un commento