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Il gatto che conobbe Hachiko: il romanzo di Fosco Baiardi che riscrive la leggenda di Shibuya

Shibuya, pioggia sottile sull’asfalto, passi veloci e quella sensazione sospesa che solo il Giappone tra le due guerre riesce a evocare nell’immaginario di chi, come noi, è cresciuto a pane, anime e racconti pieni di malinconia e poesia. Dentro questo scenario quasi cinematografico prende forma una storia che sembra uscita da un film dello Studio Ghibli mai realizzato, una di quelle che ti colpiscono piano, senza rumore, e poi restano a sedimentare. Parlo di Il gatto che conobbe Hachiko, il nuovo lavoro di Fosco Baiardi, pubblicato da Delos Digital all’interno della collana La Via della Seta, curata da Caterina Franciosi.

Chi frequenta il mondo nerd con una certa devozione sa bene che alcune storie trascendono il tempo e lo spazio, diventando quasi mitologiche. Hachiko è una di queste. Non serve nemmeno spiegare troppo: basta evocare la sua immagine davanti alla stazione di Shibuya e subito si accende un immaginario fatto di attesa, lealtà e dolore trattenuto. Ma la cosa interessante, qui, non è la leggenda in sé. È lo sguardo laterale, quasi irriverente, con cui Baiardi decide di raccontarla.

Perché al centro della narrazione non c’è Hachiko. O meglio, non solo. Il vero protagonista è Shichi, un gatto randagio che sembra uscito da un racconto cyberpunk reinterpretato in chiave storica: cinico, disilluso, sopravvissuto. Uno di quei personaggi che, se fosse in un anime, partirebbe come antagonista per poi diventare lentamente qualcosa di molto più complesso. E infatti è proprio questo che succede.

Shichi arriva a Shibuya con l’atteggiamento di chi non deve chiedere niente a nessuno. Si impone, osserva, giudica. Il suo sguardo sul mondo è duro, quasi spietato. L’idea stessa che un cane possa aspettare ogni giorno un umano che non tornerà mai gli sembra ridicola, quasi offensiva per chi ha imparato a sopravvivere senza illusioni. In questo contrasto c’è già tutta la tensione narrativa del libro: da una parte il realismo brutale del randagio, dall’altra la fede incrollabile di un cane che continua ad aspettare.

E qui succede qualcosa di profondamente nerd, nel senso più autentico del termine. Non stiamo solo assistendo a una storia. Stiamo entrando in un sistema di valori, in uno scontro filosofico che ricorda certe dinamiche viste negli anime più iconici, dove il protagonista cinico viene lentamente scalfito da un’idea più grande di lui. Shichi non crede in niente, Hachiko crede in tutto. E nel mezzo, come sempre, ci siamo noi lettori, chiamati a scegliere da che parte stare.

Baiardi, con il suo background che mescola storia, passione per il Giappone e un amore dichiarato per tutto ciò che è vintage e narrativamente evocativo, costruisce un racconto che non si limita a rievocare un’epoca, ma la fa respirare. Si percepisce la fascinazione per il Sol Levante, quella autentica, vissuta, non da cartolina. Le atmosfere sono dense, quasi tattili. Si sente il freddo delle strade, il rumore dei treni, il peso dell’attesa.

E poi c’è questo dettaglio che mi ha fatto sorridere e al tempo stesso riflettere: l’autore, quando non scrive, immagina di addestrare un esercito di gatti per la conquista del mondo. Sembra una battuta, ma dentro c’è tutta una poetica. Perché chi ama davvero i gatti lo sa: sono creature indipendenti, misteriose, spesso incomprensibili. Esattamente come Shichi. E forse proprio per questo così umane.

La scrittura segue questo doppio binario emotivo. Da un lato l’ironia sottile, quasi cinica, dall’altro una malinconia che cresce pagina dopo pagina senza mai diventare pesante. È una di quelle storie che ti prende in modo strano, quasi silenzioso, e poi ti accorgi che ti ha cambiato qualcosa dentro.

Il contesto storico non è solo uno sfondo decorativo. Il Giappone tra le due guerre diventa parte integrante del racconto, un mondo in trasformazione dove tradizione e modernità iniziano a scontrarsi. Shibuya non è ancora la metropoli iperattiva che conosciamo oggi, ma già porta in quella tensione, quella vibrazione (no, non la userò quella parola… ma ci siamo capiti) che la renderà iconica. E in mezzo a tutto questo, due animali che rappresentano due modi opposti di stare al mondo.

La cosa che mi ha colpito di più è proprio questa: la capacità di raccontare qualcosa di profondamente universale attraverso una storia apparentemente semplice. Amicizia, fiducia, cambiamento. Ma anche paura di credere, resistenza emotiva, bisogno di proteggersi. Shichi non è solo un gatto. È una metafora potente, quasi dolorosa, di quella parte di noi che ha smesso di aspettare per non soffrire più.

E poi arriva Hachiko, con la sua ostinazione quasi assurda, e mette tutto in discussione.

Se vi piacciono le storie che mescolano cultura giapponese, introspezione e quella sottile linea tra realtà e leggenda, questo è uno di quei titoli che meritano attenzione. Non perché sia “importante” in senso accademico, ma perché riesce a fare una cosa rarissima: farti sentire qualcosa di autentico senza forzature.

Durante la lettura mi sono ritrovata più volte a pensare a quanto questo tipo di narrazione sia vicino a certe opere che abbiamo amato negli anni, quelle che non avevano bisogno di effetti speciali o colpi di scena eclatanti per lasciarti addosso un segno. Qui non si cerca di stupire. Si cerca di raccontare. E lo si fa con una delicatezza che, nel panorama attuale, è quasi rivoluzionaria.

Alla fine, la domanda resta sospesa. Meglio essere Shichi o Hachiko? Meglio proteggersi o continuare ad aspettare, anche quando tutto suggerisce che non ha senso?

Io non ho una risposta definitiva. Però una cosa è certa: storie come questa riescono ancora a ricordarci perché amiamo così tanto perderci tra le pagine di un libro.

E adesso lo chiedo a voi, community: da che parte state? Siete più gatti disillusi o cani che credono ancora, nonostante tutto?


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