Chi ha attraversato davvero il noir italiano degli ultimi quindici anni sa che il nome del Maurizio de Giovanni non è mai stato soltanto una firma in copertina, ma una specie di appuntamento emotivo, di quelli che tornano a bussare anche quando pensi di averli già capiti, e il Commissario Ricciardi è sempre stato quel tipo di personaggio che non ti lascia uscire indenne, uno di quelli che ti resta addosso come certi silenzi di provincia o come le città che continuano a parlarti anche quando smetti di ascoltarle.
E allora ritrovarsi oggi davanti a “Il pianto dell’alba”, nella sua incarnazione a fumetti pubblicata da Sergio Bonelli Editore, ha un sapore strano, quasi sospeso, perché da una parte senti il richiamo di tutto quello che hai letto, visto, immaginato negli anni, e dall’altra percepisci che qualcosa sta per chiudersi davvero, senza possibilità di ritorno, senza scorciatoie narrative, senza quei compromessi rassicuranti che spesso il mondo seriale concede ai suoi eroi.
Ricciardi non è mai stato un eroe nel senso classico, lo sappiamo bene, e forse è proprio per questo che la sua ultima indagine pesa di più, perché arriva in un momento in cui la vita sembrava avergli concesso una tregua, una di quelle illusioni che nei racconti più sinceri durano sempre troppo poco per essere credibili fino in fondo. Enrica è diventata sua moglie, e già questa è una conquista che chi segue la saga da tempo non dà mai per scontata, perché l’amore in questo universo è sempre qualcosa di fragile, quasi clandestino, e il fatto che sia in attesa di un figlio sembra suggerire una direzione nuova, una promessa di futuro che però, conoscendo il tono di de Giovanni, non può che portarsi dietro un’ombra.
E infatti l’ombra arriva, puntuale e crudele, con la morte del maggiore Manfred von Brauchitsch, un evento che non è solo un omicidio da risolvere ma un detonatore emotivo che travolge tutto quello che Ricciardi ha costruito fin lì, costringendolo a muoversi in un terreno ancora più instabile del solito, dove la verità non è mai lineare e dove ogni scelta ha un prezzo umano prima ancora che investigativo.
Il fatto che a finire al centro dell’accusa sia Livia Lucani aggiunge un livello di tensione che chi conosce la storia non può ignorare, perché Livia non è mai stata un personaggio semplice, e il rapporto con Ricciardi ha sempre oscillato tra attrazione, distanza e una sorta di malinconia irrisolta che qui trova forse il suo punto più alto. Lui è convinto della sua innocenza, e questa convinzione non nasce da una deduzione logica ma da qualcosa di più profondo, quasi istintivo, come se tra loro esistesse un legame che va oltre le parole e oltre le scelte sbagliate fatte nel passato.
Ed è proprio qui che il passaggio al fumetto diventa interessante, perché tradurre questa materia emotiva in immagini significa affrontare una sfida non banale, una di quelle che richiedono sensibilità prima ancora che tecnica. La Napoli degli anni Trenta, con il suo carico di contraddizioni, di tensioni sociali e di atmosfere sospese, non può essere semplicemente disegnata, deve essere evocata, respirata, quasi ascoltata tra una vignetta e l’altra, e quando funziona — e spesso funziona — ti ritrovi a rallentare la lettura, a soffermarti sui dettagli, a cercare nei volti qualcosa che non viene mai detto esplicitamente.
Chi è cresciuto tra fumetti Bonelli, tra tavole che raccontavano mondi interi con pochi tratti decisi, percepisce subito quel tipo di linguaggio, quella grammatica visiva che non ha bisogno di effetti speciali per colpire, perché si affida al ritmo, al silenzio, alla gestione dello spazio. E in “Il pianto dell’alba” questo ritmo diventa quasi un respiro affannato, un accompagnamento costante a una storia che non concede tregua, che non cerca di piacere ma di colpire, di lasciare una traccia.
Poi c’è tutto il discorso più ampio, quello che riguarda l’incontro tra letteratura e fumetto, che negli ultimi anni è diventato sempre più centrale, anche in Italia, e vedere un personaggio come Ricciardi attraversare questo confine ha qualcosa di simbolico, come se si chiudesse un cerchio e allo stesso tempo se ne aprisse un altro. Non è solo un adattamento, è una trasformazione, e come tutte le trasformazioni comporta perdite e guadagni, ma soprattutto richiede al lettore di mettersi in gioco in modo diverso.
Non a caso la presentazione al Salone del Libro di Torino, con de Giovanni affiancato da Michele Masiero, assume quasi il tono di una riflessione collettiva su questo percorso, su cosa significa raccontare una storia attraverso linguaggi diversi mantenendo intatta la sua anima. Chi ha frequentato il Salone almeno una volta sa che certi incontri non sono mai semplici presentazioni, diventano momenti di confronto, di scambio, di quell’energia un po’ caotica che solo i grandi eventi dedicati ai libri sanno generare.
E mentre si parla di complotti, di accuse, di verità nascoste, in realtà si finisce inevitabilmente per parlare anche di noi, del modo in cui ci affezioniamo ai personaggi, del perché continuiamo a cercare storie che ci mettano a disagio invece di rassicurarci. Ricciardi, con il suo peso interiore, con quel dono che è più una condanna che un potere, rappresenta proprio questo tipo di bisogno, quello di guardare nelle crepe invece che nelle superfici lisce.
Forse è per questo che l’idea di una conclusione definitiva lascia addosso una sensazione difficile da definire, una specie di malinconia che non è tristezza pura ma qualcosa di più complesso, come se una parte del nostro immaginario stesse cambiando forma davanti ai nostri occhi. E in un panorama narrativo dove tutto tende a durare all’infinito, dove i personaggi vengono continuamente rilanciati, rebootati, reinterpretati, vedere una storia che decide di arrivare davvero a una fine ha quasi il sapore di un atto di coraggio.
Resta quella curiosità un po’ inquieta che accompagna sempre i finali importanti, quella domanda che non smette di girare anche dopo aver chiuso l’ultima pagina, o l’ultima tavola: cosa resta davvero di Ricciardi dopo “Il pianto dell’alba”? E soprattutto, quanto di quel peso ce lo portiamo dietro anche noi, magari senza accorgercene, mentre torniamo alle nostre storie quotidiane, ai nostri feed, alle nostre maratone di serie e fumetti?
Se ti sei fermato anche tu su questo pensiero, vale la pena parlarne davvero, senza filtri, come succede nelle discussioni più accese tra appassionati, quelle che partono da una tavola o da una frase e finiscono per toccare qualcosa di molto più personale.
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