Una redazione può assomigliare parecchio al ponte di comando di un’astronave lanciata dentro una tempesta: telefoni che squillano, notizie che cambiano forma nel giro di pochi minuti, direttive arrivate dall’alto, intuizioni da difendere, errori capaci di travolgere carriere e rapporti umani. Solo che in via Cervantes 55, a Napoli, sul finire degli anni Settanta, non si stava simulando una crisi galattica e nessuno poteva ricaricare la partita da un salvataggio precedente. Si lavorava a l’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, mentre il Partito Comunista Italiano attraversava una fase in cui politica, storia e vita quotidiana sembravano muoversi tutte insieme, spesso con una violenza difficile da comprendere per chi oggi conosce quei decenni soltanto attraverso documentari, fotografie in bianco e nero o discussioni familiari rimaste sospese a tavola.
I ragazzi di via Cervantes. L’Unità e il PCI tra Napoli e Mosca, in arrivo in libreria a settembre, nasce dalle memorie del giornalista Rocco Di Blasi e arriva ai lettori dopo la sua scomparsa, accompagnato dall’introduzione del figlio Eduardo. Già il titolo possiede qualcosa che mi ha colpito, perché accosta una parola leggera come “ragazzi” a un universo che leggero non era affatto. Quei giornalisti erano giovani davvero, spesso poco più che trentenni, eppure si ritrovavano a maneggiare eventi che avrebbero riempito i manuali di storia: il rapporto sempre più conflittuale tra Enrico Berlinguer e l’Unione Sovietica, il terremoto dell’Irpinia, il rapimento di Ciro Cirillo, le tensioni interne al PCI, il confronto quotidiano con una città bellissima e durissima come Napoli. A rileggerla oggi, la loro età sembra quasi irreale, soprattutto per una generazione cresciuta con l’idea che prima dei quarant’anni si sia ancora in fase di tutorial professionale.
Rocco Di Blasi aveva ventisette anni nel 1975, due figli, una laurea in filosofia, un’esperienza all’IBM di Glasgow e un passato politico già abbastanza intenso da sembrare la biografia compressa di tre persone diverse. Era stato consigliere comunale d’opposizione a Pagani, nella provincia di Salerno, e conosceva una politica fatta di sezioni, assemblee interminabili, scontri ideologici, manifesti incollati di notte e tentativi concreti di affrontare problemi che non avevano nulla di teorico. Il lavoro che mancava, il lavoro precario, le abitazioni insufficienti, la camorra, gli studenti che reclamavano spazio, voce e futuro non erano categorie astratte da talk show: stavano nelle strade, entravano nelle redazioni, avevano nomi, volti, famiglie, rabbie e paure.
Il suo arrivo a l’Unità di Napoli non fu soltanto una promozione giornalistica. Nelle parole di Eduardo Di Blasi affiora anche il retroscena di una scelta politica, quasi uno spostamento laterale deciso dentro le dinamiche del partito, dove lealtà e ingenuità potevano trasformarsi in qualità poco adatte alla battaglia per il potere interno. Paradossalmente, proprio quel trasferimento avrebbe collocato Rocco nel punto di osservazione ideale per raccontare alcuni dei passaggi più delicati della storia repubblicana. Via Cervantes diventava così una frontiera, un luogo in cui il giornale doveva restare fedele alla propria identità senza ridursi a megafono obbediente, sostenere il PCI senza rinunciare al dovere di fare domande, raccontare le fratture senza fingere che il monolite fosse ancora intatto.
Chi ha conosciuto il web italiano degli inizi ricorda bene l’illusione che Internet avrebbe liberato definitivamente l’informazione da ogni condizionamento. Bastava aprire un sito, scrivere, pubblicare, costruire una community. Sembrava una rivoluzione pulita, quasi cyberpunk, con i modem rumorosi al posto delle barricate. Poi abbiamo scoperto che algoritmi, proprietà editoriali, piattaforme e interessi economici sanno esercitare pressioni altrettanto potenti, solo molto meno riconoscibili. La vicenda raccontata da Di Blasi appartiene a un’altra epoca tecnologica, eppure pone una domanda che continua a inseguirci: quanto può essere autonomo un giornale legato organicamente a una forza politica?
L’Unità non nascondeva la propria appartenenza. Era il giornale del PCI, parlava ai suoi militanti, partecipava alla sua battaglia culturale e contribuiva alla costruzione della sua identità. Proprio per questo l’orgoglio di non voler diventare la Pravda di nessuno assumeva un significato enorme. La Pravda, quotidiano ufficiale del Partito Comunista sovietico, rappresentava il modello di un’informazione subordinata alla linea politica, incapace di riconoscere le contraddizioni del potere che avrebbe dovuto raccontare. Per una redazione comunista italiana, rivendicare una distanza da quel modello significava entrare nel conflitto più profondo del PCI di quegli anni: essere parte del movimento comunista internazionale e, allo stesso tempo, costruire una strada democratica autonoma da Mosca.
La frattura esplose pubblicamente attraverso la figura di Enrico Berlinguer e raggiunse uno dei suoi momenti simbolici con la dichiarazione sull’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre. Sono parole che oggi rischiano di sembrare formule da archivio, ma allora possedevano la forza di una scena madre. Immaginiamo un franchise costruito per decenni attorno a un canone ritenuto intoccabile e il suo protagonista più autorevole che, davanti a milioni di spettatori, dichiara che quel canone non è più sufficiente a spiegare il presente. Non era un semplice cambio di strategia: significava mettere in discussione l’origine mitologica di un intero universo politico.
Mentre Roma e Mosca si misuravano su dottrine, alleanze e prospettive internazionali, la Campania veniva sconvolta dal terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980. La terra distrusse paesi, spezzò famiglie e mostrò senza filtri la fragilità dello Stato. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini denunciò pubblicamente i ritardi nei soccorsi con una durezza che ancora oggi conserva qualcosa di quasi inconcepibile, abituati come siamo a dichiarazioni istituzionali calibrate fino all’ultima virgola. Una redazione napoletana non poteva osservare quella tragedia a distanza: era immersa nel dolore, nell’urgenza delle testimonianze, nelle responsabilità politiche e nelle domande di una popolazione che si sentiva abbandonata.
Pochi mesi più tardi, il rapimento dell’esponente democristiano Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse aprì un nuovo capitolo, fitto di ombre, trattative riservate e rapporti mai chiariti del tutto. La gestione giornalistica del caso provocò una crisi profonda dentro l’Unità, fino alle dimissioni della direzione e al licenziamento della giornalista Marina Maresca. Qui il libro sembra toccare il nervo più scoperto del mestiere, quello che ogni redazione conosce anche se preferisce non parlarne troppo: il momento in cui l’informazione smette di essere soltanto racconto dei fatti e diventa essa stessa parte del fatto, con decisioni editoriali capaci di generare conseguenze politiche, personali e professionali irreversibili.
Il giornalismo di quegli anni aveva rituali lontanissimi dai nostri. Niente notifiche istantanee, social network o dirette permanenti. Le notizie viaggiavano attraverso agenzie, telefoni, corrispondenti, riunioni e pagine che dovevano essere materialmente chiuse prima della stampa. Eppure la pressione non era minore; forse risultava persino più concentrata, perché una scelta sbagliata restava impressa sulla carta e arrivava nelle edicole senza possibilità di aggiornamento silenzioso. Chi dirigeva una redazione doveva decidere cosa meritasse la prima pagina, quale titolo potesse sostenere il peso di un evento, dove finisse la disciplina di partito e iniziasse la responsabilità verso i lettori.
Rocco Di Blasi continuò a percorrere quella linea sottile anche negli anni successivi, lavorando come inviato e responsabile delle redazioni di Napoli e Bologna dell’Unità, prima di dedicarsi all’informazione a tutela dei consumatori guidando il settimanale il Salvagente. Un percorso coerente, se lo si osserva senza separare le diverse stagioni: dalla politica intesa come intervento sui problemi reali al giornalismo concepito come servizio pubblico, la direzione resta quella di chi prova a rendere comprensibili i meccanismi del potere alle persone che ne subiscono gli effetti.
Eduardo Di Blasi, nato proprio nel 1975, ha seguito la strada paterna lavorando per La Città e per l’Unità, fino all’attuale esperienza al Fatto Quotidiano. La sua introduzione non sembra soltanto un apparato editoriale, ma il passaggio di una memoria professionale e familiare da una generazione all’altra. Figlio e giornalista si sovrappongono, inevitabilmente, perché raccontare un padre significa anche confrontarsi con la parte di storia che ha attraversato la casa, le conversazioni, le assenze, le tensioni e forse persino i silenzi.
I ragazzi di via Cervantes parla di politica italiana, ma promette soprattutto di restituire la temperatura umana di un mestiere esercitato senza rete, dentro una stagione in cui le idee potevano dividere amicizie, famiglie e redazioni. Non serve rimpiangere quel tempo né trasformarlo nella solita leggenda sull’età dell’oro del giornalismo; sarebbe troppo facile e anche poco onesto. Vale però la pena ascoltare chi si trovò lì, giovane e impreparato quanto basta, mentre Napoli, il PCI, l’Unione Sovietica e l’intero Paese cambiavano forma sotto i suoi occhi.
Forse il punto da cui ripartire è proprio quella frase sull’orgoglio di non essere la Pravda di nessuno. In un presente dominato da piattaforme, tifoserie digitali, influencer politici e verità confezionate per il pubblico più compatibile, l’autonomia intellettuale non appare come un reperto del Novecento, ma come una missione ancora incompiuta. Sarebbe interessante capire cosa ne pensate voi, soprattutto se avete conosciuto l’Unità nelle edicole, nelle case o nelle sezioni di partito, oppure se quella stagione vi arriva da racconti familiari e pagine di storia: la conversazione può continuare sui social di CorriereNerd.it, perché certe redazioni chiudono, ma le domande rimangono accese molto più a lungo delle loro insegne.
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