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I Pirati di Scalfari: Franco Recanatesi racconta la nascita de La Repubblica

La parola “pirati”, applicata a una redazione, ha sempre avuto un suono magnifico. Sa di assalto, di mappe stropicciate, di navi costruite male ma spinte da una fame feroce, di gente che guarda l’orizzonte editoriale e decide che il mare non appartiene soltanto agli imperi già seduti sul trono. Per chi è cresciuto tra edicole ancora vive, giornali piegati sotto il braccio, televisori accesi durante i telegiornali della sera e quella sensazione un po’ elettrica che l’informazione potesse davvero spostare le cose, I Pirati di Scalfari di Franco Recanatesi, tornato in libreria per Gremese, non è soltanto un libro sulla nascita de La Repubblica. È il racconto di una missione quasi impossibile, una di quelle storie che, se fossero ambientate in un manga sportivo o in una saga fantascientifica anni Settanta, avremmo già classificato come leggenda fondativa.

Eugenio Scalfari, nell’autunno del 1975, immaginò un quotidiano capace di sfidare il gigante per eccellenza della stampa italiana, il Corriere della Sera. Detta oggi, dopo decenni di trasformazioni digitali, crisi dell’editoria, homepage aggiornate al secondo, notifiche push e social che bruciano una notizia prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di capirla, quella sfida rischia quasi di sembrare una faccenda da manuale di storia del giornalismo. Ma proviamo a rimetterci lì, in quel tempo ancora fisico, fatto di rotative, piombo, telefoni, riunioni incandescenti, bozze, titoli pensati come fendenti e copie vendute in edicola una per una. L’idea di fondare un nuovo giornale nazionale e portarlo a competere con il quotidiano più autorevole del Paese aveva qualcosa di folle, anzi di spudoratamente narrativo. Era il genere di impresa che nella cultura pop riconosciamo subito: un manipolo di professionisti, una visione più grande delle risorse disponibili, un avversario gigantesco, il sospetto diffuso che tutto possa finire male e quella testardaggine che spesso separa i visionari dagli incoscienti soltanto a posteriori.

Franco Recanatesi non osserva quella stagione da lontano, con il distacco comodo di chi arriva dopo e sistema i fatti su uno scaffale ordinato. Lui quella nave l’ha abitata. Ha lavorato dentro La Repubblica fin dagli anni in cui il quotidiano fondato da Scalfari e Carlo Caracciolo stava ancora definendo la propria identità, attraversando la crescita della testata, le sue tensioni interne, le sue conquiste e le sue zone più complesse. Il valore del libro sta proprio qui: non siamo davanti alla celebrazione lucida e distante di un marchio editoriale, ma a una memoria di bordo, a un racconto costruito da chi ha respirato l’aria di una redazione in cui ambizione, talento, arroganza creativa, fragilità e senso del momento storico si mescolavano ogni giorno. E chiunque abbia frequentato anche solo per poco una redazione vera, una sala stampa, un tavolo di lavoro in cui le parole non sono decorazione ma materia viva, sa bene che certi luoghi non funzionano mai come organigrammi. Funzionano come equipaggi.

Il titolo I Pirati di Scalfari dice molto più di quanto sembri. Non parla solo di giornalisti brillanti raccolti attorno a un direttore carismatico, ma di un modo di intendere l’informazione come azione, conflitto, interpretazione del presente. La Repubblica nacque con una personalità riconoscibile, persino divisiva, e forse proprio per questo riuscì a imprimersi nell’immaginario italiano. Non voleva essere un quotidiano neutro nel senso più grigio del termine, né un semplice contenitore di notizie assemblate secondo rituali già consumati. Voleva incidere, prendere posizione, costruire una relazione quasi emotiva con i suoi lettori. E in questo, permettetemi la deviazione da vecchio nerd che ha visto cambiare supporti, linguaggi e fandom, somigliava molto alle grandi opere che non si limitano a raccontare un universo, ma ti chiedono da che parte stai. Un giornale, nel suo momento migliore, non è poi così diverso da una saga capace di creare comunità: genera appartenenza, discussione, fedeltà, irritazione, memoria condivisa.

Il libro di Recanatesi riporta il lettore dentro un’Italia durissima, contraddittoria, spesso feroce. Gli anni Settanta non furono soltanto un fondale estetico da fotografia sgranata, pantaloni a zampa e titoli urlati. Furono anni di piombo, terrorismo, conflitti sociali, stragi, piazze, ideologie che attraversavano le famiglie, le università, i giornali, le sezioni di partito, i bar. Il sequestro Moro resta una delle ferite più profonde della Repubblica italiana, un evento che continua ancora oggi a produrre domande, ricostruzioni, ombre. Raccontare la crescita de La Repubblica dentro quel contesto significa parlare di un quotidiano che non stava semplicemente registrando la cronaca, ma si muoveva dentro una tempesta nazionale. Ogni scelta editoriale aveva un peso, ogni titolo poteva diventare una dichiarazione, ogni linea politica apriva scontri, adesioni, diffidenze. In un’epoca in cui il giornalismo italiano era una delle arene principali del confronto culturale, quel gruppo di “pirati” imparò a navigare tra potere politico, potere economico, società civile, battaglie sui diritti, trasformazioni del costume e grandi processi mediatici.

Rileggere oggi questa vicenda fa un certo effetto, soprattutto per chi ha vissuto il passaggio dall’edicola al modem 56k, dai forum ai blog, dai portali generalisti ai social network, fino alla fase attuale in cui l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e le piattaforme stanno riscrivendo non solo la distribuzione delle notizie, ma anche il nostro modo di percepire l’autorevolezza. Noi figli strani di mezzo, cresciuti con i fumetti comprati in busta, i cartoni giapponesi doppiati in modo meravigliosamente imperfetto, i blockbuster americani visti al cinema come riti collettivi e poi catapultati nel web italiano delle origini, sappiamo bene quanto conti la nascita di un linguaggio. Ogni rivoluzione culturale, piccola o grande, comincia quando qualcuno decide che il modo precedente di raccontare non basta più. La Repubblica fece esattamente questo nel giornalismo quotidiano, costruendo un tono, una postura, un’identità grafica e narrativa che spostò il campo da gioco.

Recanatesi restituisce anche il peso dei nomi, e qui il libro diventa quasi una galleria di personaggi da romanzo corale. Eugenio Scalfari appare inevitabilmente come il capitano di quell’avventura, figura magnetica e ingombrante, capace di visione e comando, ma attorno a lui si muove una costellazione di personalità che hanno segnato la cultura italiana: Carlo Caracciolo, editore raffinato e decisivo; Giorgio Bocca, con la sua scrittura ruvida e la sua capacità di stare dentro il Paese senza addolcirlo; Corrado Augias, volto e penna di un’intelligenza civile elegantissima; Natalia Aspesi, sguardo tagliente sui mutamenti del costume; Gianni Brera, gigante del racconto sportivo, perché lo sport, quando è scritto da chi lo sa attraversare davvero, diventa epica popolare; Mario Pirani e molte altre firme che contribuirono a fare di quel giornale qualcosa di più di una testata. Una redazione così, vista oggi, sembra quasi un crossover editoriale di quelli che nei fumetti vengono annunciati con copertine speciali e promesse titaniche, solo che qui il campo di battaglia era la realtà italiana.

La cosa più affascinante, però, è che I Pirati di Scalfari non si limita a far sfilare i protagonisti come statue in un museo della stampa. Recanatesi costruisce un mosaico di testimonianze, ricordi, documenti, conversazioni, aneddoti e retroscena che restituiscono il senso di un’esperienza collettiva, con le sue luci e le sue inevitabili asperità. Le grandi imprese culturali non nascono mai pulite, mai perfette, mai già ordinate nella forma in cui la posterità vorrebbe archiviarle. Nascono tra discussioni, errori, intuizioni improvvise, ego in collisione, giornate in cui tutto sembra precipitare e altre in cui una scelta apparentemente laterale cambia il destino di un progetto. Chi ha costruito community online, eventi nerd, magazine digitali o realtà culturali indipendenti lo sa benissimo: da fuori si vede il logo, da dentro si ricordano le notti, le telefonate, le correzioni all’ultimo, le idee rubate al sonno, gli entusiasmi che sembrano ridicoli finché non iniziano a funzionare.

La sfida con il Corriere della Sera, poi, possiede una potenza narrativa quasi archetipica. Undici anni dopo quell’annuncio che molti giudicarono irrealistico, La Repubblica raggiunse il vertice delle vendite e costrinse il sistema editoriale italiano a fare i conti con un nuovo equilibrio. Non fu soltanto una vittoria commerciale. Fu la dimostrazione che un giornale poteva costruire un pubblico nuovo parlando a un’Italia che stava cambiando, intercettando sensibilità urbane, laiche, politiche, culturali, generazionali. Il Paese che leggeva Repubblica non era semplicemente un insieme di acquirenti, ma una comunità interpretativa, un pubblico che cercava in quelle pagine un certo modo di mettere ordine nel caos. Oggi siamo abituati a parlare di engagement, identità di marca, fidelizzazione, community management, ma l’editoria cartacea conosceva già queste dinamiche, solo con altri strumenti e con un rapporto molto più carnale con il lettore. Il giornale arrivava al mattino, macchiava le dita, finiva sul tavolo della cucina, sul sedile del treno, sulla scrivania dell’ufficio. Entrava nella vita quotidiana senza notifiche, ma con una presenza fisica che oggi abbiamo quasi dimenticato.

Proprio per questo il ritorno in libreria del volume di Recanatesi arriva in un momento interessante, forse persino necessario. Il giornalismo contemporaneo vive una crisi che non è solo economica, ma anche simbolica. La velocità ha divorato la profondità, l’opinione spesso precede la verifica, la visibilità viene scambiata per autorevolezza e la memoria professionale rischia di perdersi in un flusso continuo di contenuti che dopo poche ore sembrano già archeologia. Leggere la storia di una redazione che nasceva con l’ambizione di cambiare il Paese obbliga a fare i conti con una domanda scomoda: che cosa chiediamo oggi all’informazione? Vogliamo soltanto conferme rapide alle nostre convinzioni, oppure cerchiamo ancora luoghi capaci di interpretare, selezionare, rischiare una voce? E soprattutto, in un ecosistema in cui chiunque può pubblicare, condividere, commentare e generare contenuti, esiste ancora spazio per quella forma di responsabilità collettiva che una redazione, nei suoi momenti migliori, incarna?

La risposta non può essere nostalgica, e qui bisogna stare attenti. Sarebbe troppo facile trasformare il libro in un monumento al “si stava meglio quando si sfogliavano i giornali”. No, non è così semplice. Ogni epoca ha le sue distorsioni, i suoi privilegi, i suoi cortocircuiti. Il giornalismo del passato non era un paradiso perduto, così come il digitale non è una condanna senza appello. Però certe storie servono a ricordarci che l’informazione è sempre stata una costruzione culturale, politica e umana, mai un meccanismo automatico. Dietro ogni testata capace di incidere esiste una visione, dietro ogni linea editoriale esistono scelte, dietro ogni pagina memorabile esistono persone. Ed è forse questo l’aspetto più potente di I Pirati di Scalfari: il libro riporta il giornalismo alla sua dimensione di avventura umana, fatta di caratteri, conflitti, talento, ostinazione e rischio.

Per una community nerd, abituata a leggere le origini dei mondi immaginari come mitologie fondative, questa storia ha un fascino particolare. Siamo quelli che sanno quanto conti il primo numero di una serie, il pilot di una saga, l’episodio che cambia il tono di un anime, il videogioco che ridefinisce un genere, il gruppo di sviluppatori chiuso in una stanza a inventare qualcosa che nessuno sa ancora nominare. La nascita de La Repubblica, raccontata da Recanatesi, può essere letta anche così: come l’origin story di un universo editoriale che ha influenzato linguaggio, politica, costume, dibattito pubblico e immaginario nazionale. Non serve essere cresciuti leggendo quel quotidiano per riconoscere l’importanza di quella trasformazione. Basta avere un minimo di sensibilità per le storie in cui un manipolo di persone decide di alterare le regole del gioco.

E poi c’è Scalfari, naturalmente. Figura difficile da ridurre a una formula, amata, contestata, studiata, imitata, criticata. Un direttore capace di costruire un giornale attorno a un’idea forte di pubblico e di Paese, con una presenza autoriale quasi romanzesca. In tempi in cui le testate rischiano spesso di apparire come piattaforme indistinte, il modello di un quotidiano riconoscibile anche attraverso la personalità del suo fondatore fa riflettere. Non perché debba essere replicato tale e quale, ma perché ricorda una verità che chi fa comunicazione conosce benissimo: senza voce, senza identità, senza una tensione interna, nessun progetto culturale regge davvero. Può funzionare per un po’, può intercettare traffico, può inseguire tendenze, ma non lascia traccia.

I Pirati di Scalfari parla dunque di giornalismo italiano, certo, ma anche di ambizione culturale. Parla di una generazione di professionisti che affrontò il proprio tempo senza fingere che fosse semplice. Parla di un quotidiano nato da una scommessa e diventato protagonista della vita pubblica nazionale. Parla di un mestiere che oggi sembra continuamente costretto a giustificare la propria esistenza, mentre avrebbe forse bisogno di ritrovare il coraggio di raccontare perché esiste. Franco Recanatesi, con la sua testimonianza dall’interno, offre una memoria preziosa non solo agli studiosi di editoria o agli appassionati di storia contemporanea, ma a chiunque si chieda come nascano davvero le imprese collettive capaci di cambiare una grammatica culturale.

Alla fine resta addosso quella sensazione strana che accompagna le storie di fondazione: un misto di ammirazione, malinconia e provocazione. Perché i pirati, quelli veri o metaforici, non appartengono mai soltanto al passato. Tornano ogni volta che qualcuno guarda un sistema apparentemente chiuso e decide che vale la pena tentare un’altra rotta, anche rischiando di sembrare folle. E allora la domanda passa a noi, lettori, autori, creator, giornalisti, appassionati, community cresciute tra carta stampata e schermi luminosi: oggi, in mezzo al rumore infinito dell’informazione digitale, chi sono i nuovi pirati capaci di cambiare davvero il modo in cui raccontiamo il mondo? Parliamone sui social di CorriereNerd.it, perché certe navigazioni hanno senso solo se l’equipaggio continua a discutere la rotta.

Note: AI-Generated Content

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Enrico Ruocco

Enrico Ruocco

Figlio della GOLDRAKE generation, l’amore che avevo da bambino per il fumetto è stato prima stritolato dall’invasione degli ANIME, poi dall’avvento dei Blockbuster e annientato completamente dai giochi prima per PC e poi per CONSOLE.
In seguito con l’arrivo del nuovo millennio, il tanto temuto millennium bug , ha fatto riaffiorare in me una passione sopita soprattutto grazie ad INTERNET.
Era il 2000 quando finalmente in Italia internet diventava sempre più commerciale, ed io decisi di iniziare la mia avventura sul web creando il mio sito TUTTOCARTONI. Sito nato da una piccola ricerca fatta fra quello che “tirava” sul web e le mie passioni. Sappiamo bene cosa tira di più sul web … sinceramente non lo ritenni adatto a me, poi c’era lo sport, altra mia passione ma campo altamente minato. Infine c’erano i cartoon e i fumetti…beh qua mi sentivo preparato e soprattutto pensavo di trovare un mondo PACIFICO…
Man mano che passava il tempo l’interesse si spostava sempre più verso il fumetto, ed oggi, nel 2017, guardandomi indietro e senza vantarmi troppo posso considerarmi un blogger affermato e conosciuto, uno dei padri degli eventi salernitani dedicati al mondo del fumetto ma soprattutto lettore di COMICS di ogni genere.

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