Il 20 agosto 1995 si spegneva in Svizzera, lontano dalla sua Venezia e dal suo amato Malamocco, Hugo Pratt, il maestro che ha cambiato per sempre la storia del fumetto. Sono trascorsi trent’anni dalla sua scomparsa, eppure la sua figura continua a proiettare ombra e luce, come accade ai grandi autori capaci di trascendere la loro epoca. Con Corto Maltese, il marinaio gentiluomo di fortuna, Pratt non ha soltanto dato vita a un personaggio indimenticabile: ha innalzato il fumetto al rango di letteratura disegnata, un linguaggio capace di parlare al cuore e alla mente con la stessa intensità di un romanzo di Conrad o di Melville.
Era il 1967 quando, sulle pagine della rivista Sgt. Kirk, apparve Una ballata del mare salato. Quella storia, che si apriva con il corpo di un giovane marinaio legato a una zattera alla deriva, segnò un punto di svolta. Il fumetto non era più soltanto intrattenimento per ragazzi: diventava introspezione, poesia, avventura colta e popolare insieme. Corto Maltese incarnava il sogno universale di libertà, viaggiando attraverso mari e continenti, sospeso tra azione e meditazione, ironia e malinconia. In lui rivivevano le atmosfere dei romanzi d’avventura ottocenteschi, ma filtrate dallo sguardo di un autore del Novecento, segnato dalla guerra, dall’esilio, dall’esperienza in Africa e in Sud America.
La vita di Hugo Pratt, nato a Rimini nel 1927 ma veneziano d’adozione, fu un romanzo essa stessa. Figlio di un ufficiale della MVSN morto in un campo di prigionia francese e di una madre legata alla tradizione culturale veneziana, Pratt trascorse l’infanzia tra l’Italia e l’Africa Orientale. Durante la Seconda guerra mondiale conobbe prigionia, rischiò la fucilazione, fu marò della Xª MAS e infine interprete per gli Alleati. Giovanissimo, capì che la sua strada non sarebbe stata quella delle armi ma quella delle storie: quelle che aveva amato nei romanzi di avventura di Zane Grey e nei fumetti americani di Milton Caniff.
Il dopoguerra lo vide tra i protagonisti del cosiddetto Gruppo di Venezia, insieme a Mario Faustinelli, Alberto Ongaro e Dino Battaglia. Con Asso di Picche si fece notare prima in Italia e poi in Argentina, dove visse tredici anni e dove incontrò Héctor Oesterheld, sceneggiatore de L’Eternauta. Da quella collaborazione nacquero opere fondamentali come Sgt. Kirk, Ernie Pike e Ticonderoga. Fu in Sud America che Pratt affinò il suo tratto, il suo senso della narrazione e il suo gusto per l’avventura intessuta di riferimenti culturali e storici.
Il ritorno in Italia, all’inizio degli anni Sessanta, segnò la maturazione di un autore ormai pronto a lasciare un segno indelebile. Con Una ballata del mare salato e con le successive avventure di Corto Maltese – da Corte Sconta detta Arcana a Favola di Venezia, da La casa dorata di Samarcanda fino a Mū, la città perduta – Pratt raggiunse l’essenza della sua arte. Il suo segno si fece sempre più essenziale, quasi calligrafico, eppure capace di evocare mondi interi. «Vorrei arrivare a dire tutto con una linea», amava ripetere.
Pratt fu un narratore poliedrico: realizzò anche la saga de Gli scorpioni del deserto, sceneggiò storie poi illustrate da Milo Manara come Tutto ricominciò con un’estate indiana ed El Gaucho, e scrisse romanzi in prosa che riprendevano le atmosfere delle sue opere a fumetti. Ma fu Corto, inevitabilmente, a diventare il suo alter ego letterario, l’amico immaginario con cui milioni di lettori hanno imparato a sognare.
La critica colta non tardò a riconoscerne il valore. Umberto Eco lo considerava un maestro di narrazione, Vittorio Giardino lo ricordava come un innovatore del segno, Giorgio Cavazzano ne esaltava la capacità di trasformare il disegno in poesia. Milo Manara, suo amico e collaboratore, raccontava che Pratt difese l’avventura anche quando era giudicata anacronistica o “fuori moda”: per lui, l’evasione non era fuga dalla realtà, ma ricerca di senso e di bellezza.
Trent’anni dopo la sua morte, l’eredità di Hugo Pratt continua a vivere. Da un lato ci sono le edizioni fedeli al suo stile, custodite con cura dagli editori; dall’altro, le reinterpretazioni contemporanee, come quella di Bastien Vivès, che cercano di attualizzare Corto Maltese per nuove generazioni di lettori. Ma resta una verità difficilmente confutabile: senza Pratt non ci sarebbe Corto, e senza Corto il fumetto italiano non avrebbe mai raggiunto quella dignità letteraria che oggi gli viene riconosciuta.
Il maestro di Malamocco, come lo chiamava Oreste Del Buono, ci ha lasciato un immaginario sospeso tra mare e terra, tra sogno e memoria. Nei suoi dialoghi restano incise riflessioni che parlano ancora a noi, uomini e donne in cerca di rotte da seguire. Corto Maltese, con il suo sguardo ironico e malinconico, continua a indicarci una via: non quella della fuga, ma quella dell’avventura come esperienza di vita, rischio e scoperta.
A trent’anni dalla sua scomparsa, non possiamo che ringraziare Hugo Pratt. Per averci insegnato che il fumetto può essere poesia, che un tratto può contenere l’universo, che un marinaio con un orecchino può incarnare la libertà di tutti noi. Grazie, maestro, per averci donato il tuo sogno salato.
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