Alcuni personaggi non entrano nella vita di chi legge con fragore. Si insinuano. Arrivano di sbieco, magari in una fumetteria silenziosa degli anni Novanta, con una copertina che sembra fatta più di ombre che di colori. Hellboy è sempre stato così. Un incontro che ti resta addosso senza chiedere permesso, come certi miti antichi che non sai bene da dove vengano ma che riconosci subito come familiari.
Ricordo ancora la sensazione della prima lettura. Non la trama, non i dettagli. La sensazione. Quel modo tutto suo di stare al mondo, con il pugno di pietra che pesa più come destino che come arma, e quel silenzio che riempie le vignette più delle parole. Mike Mignola non disegnava semplicemente storie: costruiva spazi mentali. Cattedrali gotiche dove il folklore europeo, i demoni lovecraftiani e una malinconia quasi operaia convivevano senza spiegarsi troppo. E forse era proprio quello il punto.
Negli anni in cui il fumetto occidentale sembrava ossessionato dall’idea di gridare la propria grandezza, Hellboy sussurrava. Non cercava approvazione, non cercava eroi invincibili. Cercava radici. E lo faceva con una coerenza che, col senno di poi, spiega benissimo perché il suo nome sia finito presto sul palco degli Eisner Awards, senza mai sembrare fuori posto. Era il riconoscimento di qualcosa che stava già succedendo nelle teste dei lettori.
Poi sono arrivati i film, certo. E hanno fatto il loro lavoro, portando quell’aria da leggenda polverosa davanti a un pubblico che magari non aveva mai sfogliato una tavola in vita sua. Ma Hellboy, quello vero, è sempre rimasto lì. Tra la carta e l’inchiostro. A crescere, a invecchiare, a diventare quasi una presenza mitologica del fumetto stesso.
Quando una casa editrice come Star Comics decide di rimettere mano a quell’universo, non lo fa mai davvero a cuor leggero. Perché il cosiddetto Mignolaverse non è un semplice catalogo di titoli: è una geografia emotiva. E tornare a esplorarla significa anche accettare il rischio di guardare indietro e scoprire che certi passaggi parlano oggi in modo diverso.
La nuova edizione di Hellboy & B.P.R.D. nasce proprio da lì. Da una voglia quasi istintiva di tornare alle origini, ma senza la nostalgia zuccherosa delle operazioni commemorative. Anni Cinquanta. Un Hellboy ancora in formazione, ancora lontano dall’icona che tutti abbiamo in testa. Un periodo in cui l’orrore non è solo cosmico ma anche storico, ancora impregnato delle ombre lasciate dalla guerra. È affascinante osservare come, spostando l’asse temporale, cambino anche le vibrazioni del personaggio. Meno mito, più lavoro sporco. Meno destino scritto, più tentativi.
Il Brasile diventa teatro di una di quelle missioni che sembrano minori solo a uno sguardo distratto. Uno scienziato folle, una squadra che sta ancora imparando a funzionare come tale, il B.P.R.D. che prende forma non come leggenda, ma come struttura imperfetta. Qui Hellboy non è ancora l’uomo che affronta la fine del mondo con una sigaretta in mano e una battuta secca. È qualcosa di più fragile. E proprio per questo, più interessante.
La scrittura di John Arcudi dialoga con l’immaginario di Mignola senza imitarlo in modo sterile. C’è rispetto, ma anche una libertà che permette ai personaggi di respirare. Il segno di Alex Maleev aggiunge una densità quasi fisica alle tavole, mentre il colore di Dave Stewart lavora in sottrazione, come se la luce fosse sempre sul punto di spegnersi. Tutto sembra congiurare per raccontare una storia che non ha bisogno di alzare la voce.
Sfogliare questa edizione ritradotta, curata nei materiali, con quelle alette che sanno di libro “da tenere” e non solo da leggere, dà una strana soddisfazione. È come ritrovare un vecchio compagno di strada e scoprire che, nel frattempo, ha qualcosa di nuovo da raccontarti. Non perché sia cambiato lui, ma perché sei cambiato tu.
Forse è questo il segreto della longevità di Hellboy. Non l’essere rimasto uguale, ma l’essere rimasto sincero. In un panorama fumettistico che spesso rincorre il prossimo evento, la prossima svolta epocale, queste storie tornano a ricordare quanto possa essere potente fermarsi su un dettaglio, su un passato non ancora mitizzato.
E allora viene spontaneo chiedersi dove ci porterà ancora questo ritorno alle origini. Se servirà solo a riscoprire quello che già amavamo o se, come spesso accade con le opere davvero riuscite, finirà per aprire nuove crepe nella nostra percezione del personaggio. Quelle crepe da cui, a volte, entra la luce più interessante.
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.











Aggiungi un commento