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He-Man, muscoli, segreti e identità: perché l’eroe di Eternia parla anche al fandom queer

Muscoli che sembrano scolpiti più da un’idea che da un corpo reale. Un’armatura ridotta all’osso, letteralmente. Una spada sollevata al cielo come una dichiarazione, non di guerra ma di identità. He-Man è sempre stato questo: un’immagine che ti guarda prima ancora che tu possa guardarla davvero. E più passano gli anni, più quella posa rigida, quasi teatrale, smette di sembrare ingenua e inizia a farsi carica di significati che da bambin* non avevamo gli strumenti per decifrare.

He-Man nasce come risposta semplice a una domanda semplicissima: quanto può essere forte un uomo? Forte fisicamente, ovvio. Forte come un giocattolo che deve reggere in mano a un bambino. Forte come un cartone animato che deve urlare potenza in ogni fotogramma. Eppure quella forza così ostentata, così dichiarata, ha sempre avuto qualcosa di stranamente fragile. Una mascolinità tutta superficie, tutta esposizione, che sembra gridare “guardami” proprio mentre teme di essere smascherata.

È impossibile non notarlo col senno di poi: Eternia è un mondo in cui l’intelligenza viene spesso associata al male, alla manipolazione, all’ombra. Skeletor non alza pesi, alza piani. Non colpisce, calcola. E questo scontro non è solo narrativo, è ideologico. Da una parte il corpo perfetto, dall’altra la mente pericolosa. Un dualismo che riecheggia vecchi miti pop, Superman e Lex Luthor su tutti, ma che negli anni Ottanta assume una sfumatura ancora più inquieta: l’uomo vero è quello che non pensa troppo, che agisce, che domina lo spazio con i muscoli. Tutto il resto è deviazione.

E poi c’è Adam. Principe, gracile, colori pastello addosso come una dichiarazione involontaria. Adam che sorride troppo, che non sembra mai davvero interessato alle donne che il canone vorrebbe al suo fianco. Adam che nasconde qualcosa. Qui la mascolinità si spezza, si biforca, si traveste. Perché Adam non diventa He-Man: lo libera. E quella trasformazione, rivista oggi, ha qualcosa di sorprendentemente familiare per chiunque abbia dovuto imparare a vivere tra due versioni di sé. Una concessa. L’altra trattenuta a stento.

Non serve forzare lo sguardo per accorgersi che quel cartone animato, andato in onda in piena era Reagan, era attraversato da una corrente sotterranea potentissima. Il queer coding non era una scelta militante, era spesso l’unico linguaggio possibile. Spallacci esagerati, imbracature che ricordano il leather, corpi ipertrofici che sembrano messi lì non tanto per combattere quanto per essere guardati. He-Man non è mai stato timido nel mostrarsi. Anzi, sembrava fatto apposta per essere desiderato, anche quando il desiderio non aveva ancora un nome.

Rivedere oggi la sua iconografia significa fare i conti con un’epoca segnata dall’AIDS, dalla paura del corpo che deperisce, dalla colpa associata al desiderio. Skeletor, con il suo volto scarnificato, è diventato col tempo una figura disturbante anche per questo. Non più solo il cattivo da sconfiggere, ma il riflesso di un’ansia collettiva che serpeggiava silenziosa mentre il cartone animato andava in onda nel pomeriggio. È inquietante pensare a quanto tutto questo fosse involontario, eppure così presente.

La doppia vita di Adam non è solo un espediente narrativo. È una metafora che pulsa sotto la superficie, anche se nessuno la chiamava così. Essere qualcuno in pubblico, qualcun altro in privato. Dosare i gesti, le parole, persino il modo di stare in piedi. He-Man è la versione “permessa”, quella che può esistere senza giustificazioni. Adam è l’attesa, il segreto, l’armadio. Non stupisce che tante letture queer abbiano trovato lì un appiglio emotivo fortissimo, qualcosa che parlava senza mai dichiararsi.

E poi ci sono gli sguardi. Quelli tra He-Man e Skeletor, carichi di un’ossessione che va oltre il conflitto. Quelli con Man-At-Arms, fatti di fiducia, complicità, una vicinanza che raramente viene concessa ai rapporti maschili nei cartoni per bambini. Le donne ci sono, certo, ma restano spesso ai margini, come se la vera tensione emotiva si giocasse altrove. In quegli spazi ambigui dove l’amicizia sembra sempre sul punto di diventare qualcos’altro.

Non sorprende che col tempo He-Man sia diventato un’icona gay, adottato, reinterpretato, riscritto. Dal fandom alle parodie, dalle aste benefiche alle campagne pubblicitarie che hanno deciso di smettere di fingere. Quando due uomini muscolosi ballano insieme in uno spot, non stanno tradendo il personaggio: stanno semplicemente dicendo ad alta voce ciò che per anni era rimasto sottinteso. E forse fa sorridere, ma è uno di quei sorrisi che arrivano dopo una lunga attesa.

Anche i reboot più recenti hanno capito che quel non-detto era parte del DNA della saga. Masters of the Universe: Revelation non chiude le interpretazioni, le moltiplica. Lascia spazio. Permette a chi guarda di riconoscersi senza sentirsi costretto a una lettura unica. È una scelta intelligente, quasi affettuosa verso una community che per decenni ha trovato rifugio in quelle immagini iperboliche, camp, eccessive.

Forse il punto non è stabilire se He-Man fosse “davvero” gay, o se lo siano Adam, Skeletor o Eternia tutta. Il punto è riconoscere che certi miti funzionano proprio perché sanno essere specchi. Riflettono ciò che siamo pronti a vedere in un dato momento storico. Negli anni Ottanta era un sogno muscolare di potere e ordine. Oggi è anche una storia di identità, di corpi che parlano, di segreti che chiedono di essere nominati.

E chissà cosa vedremo domani, tornando ancora una volta su Snake Mountain, con lo sguardo un po’ più consapevole e la memoria piena di tutte le letture possibili. Forse altre connessioni emergeranno. Forse qualcun* riconoscerà se stess* per la prima volta. In fondo Eternia non ha mai smesso di trasformarsi. E noi con lei.


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