Il 19 novembre 2025 il fandom di Hazbin Hotel si è svegliato con addosso quella strana nostalgia che conoscono bene solo gli appassionati di serie “da binge e da dissezione”: la malinconia da finale di stagione. La seconda stagione della serie animata creata da VivziePop si è chiusa su Prime Video anche in Italia, dopo tre settimane di uscite scandite al millimetro, lasciando dietro di sé teorie, litigate su X, meme, fanart e un bel po’ di discussioni accese sulla reale qualità dello show.
Non siamo più di fronte al “piccolo fenomeno indie di YouTube approdato nel mainstream”: con la stagione 2, Hazbin Hotel si è definitivamente trasformato in un prodotto di punta dell’animazione per adulti, capace di dominare trend, classifiche e timeline. Eppure, dietro la patina scintillante di un inferno pop, queer e musical, la serie continua a mostrare crepe profonde nella scrittura, nella gestione del ritmo e nel worldbuilding.
In Italia, il tutto arriva in confezione deluxe grazie a Prime Video e a un doppiaggio di livello altissimo, capace di elevare il materiale in maniera sorprendente. Ma andiamo con ordine: cosa racconta davvero questa seconda stagione? E perché lascia una sensazione così ambivalente, a metà tra entusiasmo visivo e frustrazione narrativa?
Un nuovo inferno: dall’hotel della redenzione all’accademia per ammazza-angeli
Quando ritroviamo Charlie Morningstar all’inizio della stagione, è passato un mese dal massacro orchestrato dagli sterminatori celesti. L’hotel è stato ricostruito, l’Inferno intero parla del suo progetto… ma per motivi completamente sbagliati.
Il luogo nato come folle esperimento di riabilitazione per peccatori è diventato, attraverso il filtro distorto dei media infernali, una sorta di accademia militare per addestrare demoni a uccidere angeli. Il sogno idealista di Charlie viene riscritto come un programma di guerra. Il risultato è un cortocircuito perfetto per la serie: da una parte il tema della redenzione, dall’altra la fame di violenza e rivalsa di un mondo che ha appena scoperto come colpire il Paradiso.
Charlie non è in forma. Il trauma dello sterminio, il senso di colpa per la morte (apparente) di Sir Pentious e la pressione soffocante dei media la spingono in una depressione strisciante che la serie decide, coraggiosamente, di mostrare senza troppi filtri. A fare da argine c’è Vaggie, che prende in mano la gestione pratica dell’hotel, cerca di tenere insieme staff, ospiti e fidanzata, e finisce per diventare la vera colonna organizzativa del progetto.
Alastor, invece, si ritrae. Il Demone della Radio, ferito nello scontro con Adamo, si chiude in se stesso come una bomba a orologeria pronta a esplodere. Il suo silenzio diventa uno dei non-detti più pesanti di tutta la stagione.
A spezzare questo equilibrio malato arriva il primo grande colpo di scena: dall’alto discende Emily, serafino, per annunciare che Sir Pentious è vivo, redento e “ospite” del Paradiso. Non si tratta solo del ritorno in scena di un personaggio amatissimo dal fandom: è la prova concreta che la redenzione non è una fantasia di Charlie, ma qualcosa che può realmente accadere. Ed è proprio questo a renderla improvvisamente pericolosa per l’ordine cosmico.
Sir Pentious in Paradiso: un processo, un passato umano e una terza possibilità
Uno degli episodi più interessanti della stagione abbandona l’Inferno e porta lo spettatore in Paradiso, seguendo Sir Pentious nel suo percorso post-redenzione.
Qui la serie rivela finalmente il suo passato umano: un inventore solitario nella Londra dell’Ottocento, testimone silenzioso degli omicidi di Jack lo Squartatore. Il suo peccato non è un atto di violenza diretta, ma l’omissione: sapeva, non ha agito, ha lasciato che il male dilagasse. La sua colpa è aver scelto l’inerzia.
Il sacrificio all’Hazbin Hotel, in cui si immola per salvare i compagni, diventa il gesto che ribalta la sua storia e gli apre le porte del Paradiso. La serie lo mette sotto processo non per giudicarlo di nuovo, ma per capire come diavolo sia stato possibile che un demone infernale abbia scalato il sistema.
Intanto, la politica angelica va in pezzi. Lute è consumata dall’odio e dalla rabbia per la morte di Adamo e vede nel progetto di redenzione solo una minaccia da eliminare. Sera, alto serafino, è tormentata dal genocidio sistematico dei peccatori autorizzato in passato. Emily, San Pietro e Abele rappresentano la fazione curiosa, quella che per la prima volta osa domandarsi se il cambiamento post-mortem sia davvero così impossibile.
Il Paradiso non è più l’immagine piatta del bene assoluto: diventa un sistema politico incrinato, pieno di contraddizioni, spaccato tra paura, senso di colpa e desiderio di controllo.
Sir Pentious, però, non vive questa “promozione” come un happy ending. L’idea di non rivedere più i suoi amici all’Inferno lo logora, e la dolcissima Emily prova a colmare quel vuoto arrivando addirittura a creare gli “ovetti angelici” per sostituire i suoi vecchi servitori serpenti. È una delle trovate più surreali della stagione, perfettamente in linea con il tono schizofrenico della serie, che salta senza preavviso dalla gag assurda alla tragedia esistenziale.
Scrittura in difficoltà: ritmi lenti, worldbuilding traballante e personaggi in stallo
Se sul piano visivo e concettuale l’universo di VivziePop continua a funzionare, la stagione 2 di Hazbin Hotel inciampa pesantemente nella scrittura.
Il tentativo di correggere il caos narrativo della prima stagione porta a un eccesso opposto: ritmo rallentato, trama fin troppo lineare, sensazione costante che si stia assistendo a un lunghissimo prologo. Otto episodi che, nonostante alcuni picchi emotivi, danno spesso l’impressione di girare in tondo. Molte situazioni partono cariche di potenziale per poi spegnersi con una rapidità disarmante.
La gestione del worldbuilding resta uno dei talloni d’Achille più evidenti. Le regole divine sembrano cambiare a seconda delle esigenze del momento, portali angelici appaiono e scompaiono secondo convenienza, rivelazioni già abbastanza chiare vengono ripresentate come twist shockanti. È la sensazione di un Inferno governato più dalla necessità di far avanzare la sceneggiatura che da un sistema di regole coerenti.
Anche i personaggi soffrono. Charlie, in particolare, fatica a reggere il ruolo di protagonista. Il suo idealismo, che potrebbe essere fonte di dramma interessante, scivola spesso in ingenuità irritante. La sceneggiatura la lancia in situazioni grandi, ma raramente le concede una crescita vera: sbaglia in modo ripetitivo, trascina gli altri nei disastri e non sempre sembra imparare davvero qualcosa.
Molti subplot, come quello di Alastor, vengono preparati come centrali per poi risolversi in modo brusco o parziale, lasciando più l’eco di ciò che avrebbero potuto essere che la soddisfazione di ciò che sono stati.
La “Vox-pocalypse”: media, propaganda e spettacolo della guerra
Laddove la scrittura fatica a tenere in piedi l’intero cast, un personaggio in particolare spicca per costruzione e impatto: Vox.
Già introdotto nella prima stagione, qui il Signore della Televisione conquista il centro della scena e diventa il vero motore del conflitto. Vox incarna l’algoritmo, la ricerca disperata di attenzione, il capitalismo dell’audience: fiuta subito il potenziale dell’hotel non come luogo di redenzione, ma come miccia perfetta per scatenare una guerra.
Sa che i peccatori hanno trovato un modo per uccidere gli angeli, sa che il Paradiso non è più intoccabile, sa soprattutto che la realtà non conta quanto la narrazione. E allora scatena la sua macchina mediatica: talk show, interviste trappola, montaggi manipolati, frame tagliati a piacere. Trasforma Charlie in bersaglio ridicolo, ridisegna il progetto di redenzione come minaccia terrorista, fomenta l’Inferno intero con un linguaggio da propaganda bellicista travestita da intrattenimento.
Un flashback verso la fine della stagione racconta la sua vita precedente: meteorologo da emittente locale, piccolo volto affamato di successo, disposto a calpestare chiunque pur di salire. La morte arriva proprio nel momento del trionfo, schiacciato da un monitor che gli crolla addosso in studio. È una metafora grossa ma efficace: divorato dallo stesso mezzo che l’ha reso qualcuno.
In Inferno, Vox governa attraverso schermi onnipresenti, ologrammi, spot, sigle, grafiche, feed. L’operazione ribattezzata dal fandom “Vox-pocalypse” trasforma la stagione in un gigantesco reality show bellico, dove ogni atto politico diventa contenuto, ogni massacro diventa share.
Valentino e Velvette, gli altri due vertici della triade delle “Vees”, incarnano sfruttamento, glamour tossico e marketing iper-sessualizzato. All’inizio sembrano perfetti alleati; via via che Vox cresce, però, iniziano a percepirlo come minaccia anche per il loro potere. La loro alleanza si incrina, esplode in un finale fatto di tradimenti e rimpalli di colpa, con Valentino pronto a ripulire la propria immagine scaricando tutto sul socio caduto.
Eppure, nonostante il carisma scenico impressionante, Vox funziona davvero bene solo a piccole dosi. A forza di essere ovunque, rischia di diventare monotono. La sua backstory punta sul surreale, ma non sempre riesce a scavare davvero in profondità.
Charlie, Vaggie, Angel Dust: eroi imperfetti e relazioni allo stremo
Al centro della serie restano le dinamiche del trio “buono”, che in questa stagione diventano più dolorose e, proprio per questo, più interessanti da analizzare.
Charlie è l’asse emotivo della storia, ma il modo in cui la scrittura la gestisce divide il pubblico. L’idea di mostrarla fragile, depressa, soggetta a errori di giudizio, è potente. Il problema è che la serie raramente la spinge oltre questo; l’arco di crescita sembra continuamente interrotto da scelte ripetitive. L’idealismo, che potrebbe essere forza, viene spesso usato come scusa per farle ignorare i desideri e i limiti di chi le sta accanto.
La relazione con Vaggie entra in una zona di turbolenza finalmente credibile. Vaggie, ex soldatessa del Paradiso, porta sulle spalle il peso della tattica, della logistica, del “fare il lavoro sporco”. Parla con Lucifero alle spalle di Charlie, cerca compromessi duri dove la principessa insiste con la diplomazia, esplode quando si rende conto che l’ostinazione della compagna rischia di far crollare tutto. La loro grande lite, dopo il disastro del comizio con Vox e Sera, è uno dei momenti più verosimili della stagione: due persone che si amano ma hanno visioni del mondo inconciliabili, almeno per ora.
Angel Dust, poi, è un capitolo a sé. Il suo arco narrativo è brutalmente doloroso. Tra lavoro forzato, trauma, battute usate come armatura emotiva e tentativi di redenzione “da mettere in vetrina”, arriva la rivelazione più devastante: è stato, a sua insaputa, una spia perfetta per Vox. Ipnotizzato, usato per carpire informazioni sull’hotel, ripulito della memoria e rimandato alla base come se nulla fosse.
Quando la verità esplode, il crollo interiore è inevitabile. Angel non deve affrontare solo il proprio passato umano, ancora in gran parte avvolto nel mistero, ma anche la colpa di aver tradito involontariamente gli unici che gli avessero offerto una famiglia. Il finale, in cui decide di tornare da Valentino e di lasciare l’hotel, non è un semplice trucco per strappare lacrime: è coerente con il suo senso di indegnità. Sceglie la gabbia che conosce, perché la libertà offertagli dall’hotel gli sembra qualcosa che non merita.
Alastor: patti, quasi-amori e un sacrificio strategico
Alastor, il Demone della Radio, continua a essere uno dei personaggi più affascinanti di Hazbin Hotel, anche quando la serie sembra non sapere esattamente cosa farne.
Indebolito dopo la battaglia con Adamo e legato da un patto con Rosie che possiede la sua anima, Alastor si trova per la prima volta vulnerabile. La rivelazione del vecchio rapporto con Vox – amicizia intensa, forse qualcosa di più, come suggeriscono molte letture queer del fandom – aggiunge strati preziosi alla loro rivalità. Vox, in passato, gli aveva offerto l’occasione di formare una coppia di potere infernale inarrestabile, ma era stato rifiutato con brutalità. Da lì nasce una ferita narcisistica che alimenta la sua ossessione per il controllo totale.
Nel finale di stagione, Alastor decide di sacrificarsi strategicamente, offrendosi prigioniero a Vox per proteggere Charlie, Husk e Niffty. Sul palco dello scontro finale costringe la principessa a fare qualcosa di apparentemente imperdonabile: dichiarare Vox “il peccatore più potente dell’Inferno”, rompendo così il patto precedente con Rosie. È una mossa che mischia egoismo, calcolo e una strana forma di protezione.
Il duello conclusivo tra Alastor e Vox, con schermi che impazziscono e un cannone spirituale pronto a distruggere il Paradiso, sancisce una verità interessante: nonostante l’aura da trickster onnipotente, Alastor è intrappolato nello stesso sistema di patti, traumi e fallimenti di tutti gli altri. Non è superiore alla storia, ne è ingranaggio.
Peccato che tutto questo potenziale, preparato per episodi interi, si dissolva a volte troppo in fretta, quasi come se la serie avesse paura di fermarsi un momento in più a guardare davvero dentro i suoi demoni.
Paradiso contro Inferno: satira della guerra e della retorica del nemico
Uno dei meriti maggiori di questa stagione è il modo in cui trasforma la guerra tra Paradiso e Inferno in qualcosa di molto vicino alla retorica bellicista contemporanea.
Non assistiamo a un semplice scontro di “buoni” e “cattivi” rovesciati. Entrambe le fazioni si muovono in un pantano morale in cui nessuno è davvero innocente. Sera cerca disperatamente una posizione etica in un sistema costruito per punire più che per capire. Lute incarna il fanatismo puro: nessun compromesso, nessun dubbio, solo la convinzione che l’ordine divino vada preservato a qualunque costo. Emily, San Pietro e Abele spingono per un approccio più umano (paradossalmente) e aperto.
La scena del comizio, con Sera invitata da Charlie a scendere all’Inferno per chiedere perdono e aprire un dialogo, è quasi un’anti-summit diplomatico. Vox trasforma l’incontro in un evento mediatico tossico, la porta a perdere il controllo, la incastra davanti a un pubblico infernale già pronto a sentirsi tradito un’altra volta. Il risultato è prevedibile: niente pace, solo benzina sul fuoco.
L’intera stagione lancia, quasi suo malgrado, una riflessione amara: un Inferno pronto alla guerra per paura del “nemico eterno” suona fin troppo familiare in questi anni. L’idea è forte, il potenziale c’è; purtroppo la scrittura non sempre riesce a svilupparla fino in fondo, accontentandosi talvolta di evocarla senza affondare il colpo.
Musica ovunque: meno hit virali, più funzione narrativa… e qualche overdose
La colonna sonora di Hazbin Hotel era uno degli elementi più chiacchierati dopo la prima stagione, complice il boom di alcuni brani su TikTok e sulle piattaforme musicali. Nella stagione 2, la musica cambia registro.
Molti fan hanno percepito i nuovi pezzi come meno memorabili. Nessuna canzone sembra replicare l’effetto “instant hit” dei primi episodi. In compenso, i numeri musicali diventano sempre più integrati nella narrazione, al punto da funzionare spesso come monologhi interiori messi in scena. I brani di Vox, Sera o Angel Dust non sono semplici intermezzi, ma finestre aperte sulle loro ossessioni. Patrick Stump e Alex Newell, chiamati in momenti chiave, portano una teatralità che spinge le sequenze verso il musical vero e proprio.
Detto questo, la serie continua a strafare. Alcuni episodi sono talmente saturi di canzoni da risultare quasi stancanti, soprattutto quando il “bombardamento” musicale di Vox raggiunge livelli che mettono alla prova anche lo spettatore più paziente. La scelta di puntare più sulla funzione narrativa che sul tormentone è interessante, ma richiederebbe un dosaggio più calibrato.
Lucifero, Lilith e il peso delle assenze
Se c’è un elemento che il fandom italiano e internazionale sembra condividere nelle critiche, è la gestione delle “grandi assenze”.
Lucifero, pur essendo il Re dell’Inferno, continua a vivere in una zona narrativa strana. Alterna momenti comici riusciti a fasi in cui viene utilizzato come semplice strumento di trama, soprattutto quando viene trasformato nella batteria vivente del cannone spirituale di Vox. Raramente riesce a imporsi come figura davvero centrale, e questo indebolisce la portata emotiva degli eventi che lo coinvolgono.
Lilith, poi, è ormai diventata la Regina del “ci arriveremo”. Presenza evocata più che reale, continua a muoversi ai margini della storia. È in Paradiso, ignora le chiamate di Charlie e Lucifero, aleggia come fantasma di un mistero annunciato da troppo tempo. Nel finale, arriva soltanto una telefonata. È una scelta che molti fan vivono più come frustrazione serializzata che come costruzione sapiente dell’attesa.
Sì, la funzione è chiara: tenere altissimo l’hype in vista delle stagioni successive. Ma il confine tra attesa e logoramento è sottile, e Hazbin Hotel ci danza sopra con tacco a spillo e una certa incoscienza.
Tra queer, trauma e satira religiosa: perché Hazbin continua a far parlare
Al netto dei difetti, c’è un motivo preciso per cui Hazbin Hotel non smette di essere al centro del discorso, anche in Italia.
La serie ha portato nel mainstream un immaginario esplicitamente queer, saturo di personaggi non conformi, relazioni tossiche, traumi, citazioni religiose rimaneggiate e simbolismi sparati a colpi di neon. VivziePop ha rivendicato più volte la natura simbolica e satirica del suo universo, e la seconda stagione spinge ancora di più su questo tasto: il Paradiso non è innocente, l’Inferno non è solo “cattivo”, i ruoli morali tradizionali vengono scomposti, riassemblati e spesso derisi.
Non sorprende che lo show continui a attirare critiche da gruppi religiosi e moralisti, cosa che, a sua volta, alimenta la visibilità della serie. Il passaggio da “progetto indie strano su YouTube” a fenomeno culturale globale è ormai compiuto. Su Prime Video, anche il pubblico italiano ha fatto proprio questo inferno pop, moltiplicando fanart, cosplay, discussioni, ship e analisi.
Proprio per questo, però, brucia ancora di più vedere quanto del potenziale resti inespresso. Hazbin Hotel potrebbe essere una delle serie animate più potenti della sua generazione; per ora è un’opera affascinante, importante per temi e rappresentazione, ma schiacciata da una scrittura che non sempre è all’altezza delle sue ambizioni.
Il vero lusso: il doppiaggio italiano
In mezzo a tutte le contraddizioni della stagione 2, un elemento mette praticamente tutti d’accordo: il doppiaggio italiano è straordinario.
Oreste Baldini, Nanni Baldini e il resto del cast danno vita a interpretazioni che spesso superano il materiale di partenza. Le voci italiane aggiungono sfumature emotive, ironia, profondità ai personaggi, rendendo alcune scene molto più efficaci rispetto alla versione originale. I numeri musicali, adattati con cura, riescono a mantenere ritmo e impatto pur passando attraverso la complessità della nostra lingua.
Per il pubblico italiano, l’esperienza di Hazbin Hotel su Prime Video diventa così una sorta di “edizione premium”: lo show magari zoppica a livello di scrittura, ma l’ascolto è un piacere continuo.
Verso le stagioni 3 e 4: inferno aperto, conto in sospeso
Il rinnovo ufficiale per una terza e una quarta stagione – annunciato ai grandi eventi nerd internazionali e accompagnato dalla notizia che la stagione 3 è già completamente doppiata – cambia la percezione di questo finale. Non è un addio, ma un checkpoint.
La situazione con cui lasciamo i personaggi è un nuovo punto zero interessante: l’hotel torna a riempirsi di peccatori che desiderano, almeno a parole, redimersi; il Paradiso inizia timidamente ad aprirsi all’idea di accogliere nuove anime riscattate; Vaggie (o meglio, Vaggi) diventa direttrice dell’Hazbin Hotel, mentre Charlie resta come consulente; Vox esce di scena, ma Valentino prende il controllo della VoxTek ripulendo la propria immagine; Angel rimane lontano, incastrato in una gabbia che conosce fin troppo bene; Lilith, da qualche parte, ricomincia a parlare con la figlia, almeno per un istante.
Il campo di battaglia non è più soltanto tra cielo e Inferno, ma tra ciò che i personaggi credono di meritare e ciò che potrebbero davvero diventare. È qui che Hazbin Hotel funziona meglio, quando smette di correre dietro ai propri colpi di scena e si ferma a guardare i suoi demoni come persone a tutti gli effetti.
Resta però un bilancio complessivo agrodolce. La stagione 2 è un prodotto visivamente curato, doppiato in maniera impeccabile e pieno di idee potenzialmente esplosive. Allo stesso tempo, volgarità spesso fini a se stesse, scelte narrative discutibili e una costruzione del mondo poco solida la rendono, nel complesso, un’esperienza mediamente deludente rispetto a ciò che potrebbe essere.
E adesso tocca a te: l’inferno è aperto ai commenti
Su CorriereNerd.it, il magazine online di Satyrnet fondato da Gianluca Falletta, amiamo smontare e rimontare i fenomeni della cultura pop proprio come faremmo con un modellino di astronave: pezzo per pezzo, senza perdere mai lo sguardo appassionato di chi in queste storie ci vive ogni giorno.
Ora voglio sapere la tua.
Qual è stata la scena che ti ha fatto letteralmente saltare dalla sedia in Hazbin Hotel stagione 2? Il sacrificio di Alastor, il crollo di Vox in diretta, la scelta dolorosa di Angel Dust, l’ennesima non-comparsa di Lilith, qualche canzone che hai ancora in loop in testa… o, al contrario, il momento in cui hai pensato “ok, qui la serie ha perso un’occasione”?
Raccontamelo nei commenti: l’inferno di VivziePop, almeno questo, è un posto in cui vale la pena tornare a discutere. Sempre. E magari, stagione dopo stagione, vedere se riuscirà davvero a conquistare quella redenzione narrativa che insegu e promette da così tanto tempo.
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Hazbin hotel! Che genere è?Non ho capito come mai è stato sdoganato in tv con parolacce e tutto il resto osceno.
Ho capito che è per una visione di 18 anni in avanti! Ma non va bene neanche e sopratutto per gli adolescenti oltre i 18 ! Che esempio w che lezione vuole dare?
Non capisco e sono proprio infastidita a un linguaggio scurrile. So che sarà fatto apposta! Ma è il degrado!
Una mamma di 54 anni con la figlia di 18 anni che ha seguito tutti gli episodi con entusiasmo! Non capisco cosa si vuole comunicare! Dobbiamo raccogliere tutte le xchifezze che arrivano dsll America? Compresa la catena mc Donald?
Sinceramente non capisco!
Signora, il bello di contenuti come questo è che si può SCEGLIERE di non guardarli, senza per forza polverizzare i gabbasisi a chi invece decide di usufruirne.
Se non Le piace, non lo guardi. Lo lasci, però, godere, a chi lo apprezza.
1. In tv dove??? Hazbin Hotel è esclusiva Amazon Prime, una piattaforma streaming. L’episodio pilota è disponibile su YouTube, che comunque non è la tv. Se davvero hai una figlia che l’ha visto, queste cose le dovresti sapere…
2. La serie è tranquillamente visionabile sopra i 15-16 anni. Gli adolescenti non sono angioletti puri, dicono parolacce e se hanno voglia di fare sesso lo fanno. Get over it.
3. Sopra i 18 anni non si è più adolescenti, si è ADULTI.
4. Hazbin Hotel una morale ce l’ha eccome ma non mi aspetto certo che tu l’abbia capita. E comunque, l’intrattenimento non deve necessariamente avere una morale. Si salvi chi può.
5. Ok boomer! E se te lo dico io che ho un paio di anni più di te vuol dire che sei proprio messa male, cocca. 😀 Compiango tua figlia… Se davvero esiste lol
Potreste creare la seconda stagione di hazbin hotel?
Ma quanti anni hai, 5? Ma ti pare che Vivziepop e compagnia se ne stanno qui in un sito random, per giunta in italiano, a leggere il tuo commento? Datti una svegliata. Poi sei troppo piccolo per vedere Hazbin Hotel lol.