Hayao Miyazaki ha sempre avuto quel modo quasi impossibile da imitare di far sembrare il volo una questione morale, il vento una creatura viva, l’infanzia un territorio sacro e la fantasia una forma di resistenza contro tutto ciò che appiattisce, consuma, semplifica. Per noi cresciuti tra anime registrati male, manga letti con la copertina già piegata, cosplay cuciti di notte prima di una fiera e videogiochi capaci di farci credere che ogni mondo avesse un portale nascosto da qualche parte, l’arrivo in Italia di Punto di partenza 1979-1996 non somiglia alla semplice pubblicazione di un libro: sembra piuttosto l’apertura di uno di quei cassetti segreti che in un film dello Studio Ghibli contengono mappe, schizzi, lettere, ricordi e piccoli oggetti capaci di raccontare più di mille dichiarazioni ufficiali. Dal 25 agosto, il volume pubblicato da La nave di Teseo nella collana Oceani, tradotto da Rosamaria Pavan, porterà finalmente anche nelle librerie italiane un’opera che i fan di Hayao Miyazaki inseguivano da anni, spesso accontentandosi dell’edizione americana di Starting Point: 1979-1996 firmata VIZ Media, custodita come un tomo da biblioteca segreta più che come un saggio da consultare con calma sul comodino.
La cosa bellissima, e un po’ destabilizzante, è che Punto di partenza non prova a trasformare Miyazaki in una statua da museo, lucidissima e distante, pronta per essere ammirata senza contraddizioni. Al contrario, queste 580 pagine, proposte a 23 euro, raccolgono saggi, interviste, appunti, memorie, riflessioni tecniche e lampi autobiografici che restituiscono un autore ancora in lotta con il proprio mestiere, con l’industria dell’animazione giapponese, con l’idea stessa di immagine in movimento. Il periodo attraversato, dal 1979 al 1996, è quello in cui Miyazaki passa dall’essere un animatore salariato con una visione troppo ingombrante per restare dentro gli argini al diventare uno dei nomi più importanti del cinema d’animazione mondiale, prima dell’esplosione planetaria di La città incantata, prima dell’Oscar, prima della canonizzazione pop che oggi lo accompagna ogni volta che qualcuno pronuncia le parole Studio Ghibli con gli occhi già lucidi. Ed è affascinante ritrovarlo qui mentre ragiona, si arrabbia, dubita, costruisce, smonta, osserva l’infanzia non come un pubblico da conquistare ma come una dimensione da proteggere, quasi fosse un regno fragile e potentissimo insieme.
Chi ama Miyazaki solo per l’incanto immediato dei suoi film potrebbe rimanere sorpreso dalla quantità di materia concreta che attraversa il volume. Non siamo davanti a un libro fatto soltanto di nostalgia o di celebrazione, anche se la tentazione di abbracciarlo come un Totoro editoriale è fortissima. Punto di partenza 1979-1996 entra nei meccanismi della creazione, nei problemi della produzione, nelle tensioni tra arte e mercato, nella fatica fisica e mentale del disegno animato, in quel lavoro quasi monastico che precede la magia e che spesso, da spettatori, dimentichiamo perché siamo troppo occupati a farci rapire da un cielo azzurro, da un treno sull’acqua o da una bambina che corre verso qualcosa di più grande di lei. Miyazaki parla di scrittura, di ritmo, di personaggi, di industria, di manga, di cinema, di letteratura, e ogni tanto sembra quasi di sentirlo sbuffare contro tutto ciò che considera pigro, vuoto, costruito per vendere senza lasciare traccia. Da fan otaku, è una lettura che punge nel modo giusto, perché obbliga a guardare dietro la superficie morbida e luminosa dei film Ghibli e a riconoscere la quantità enorme di pensiero, disciplina e ostinazione che sostiene ogni gesto apparentemente naturale.
Il percorso parte idealmente da Lupin III – Il castello di Cagliostro, esordio alla regia di Miyazaki e titolo che per molti appassionati resta una specie di rito d’iniziazione, uno di quei film in cui l’avventura corre con il passo leggero del cinema classico ma già porta addosso la firma di un autore innamorato del movimento, delle macchine, dei castelli impossibili e dei personaggi che sembrano sempre sul punto di scegliere una libertà più difficile. L’introduzione di John Lasseter, storico fondatore della Pixar e figura decisiva nella fortuna internazionale di Miyazaki in area hollywoodiana, aggiunge un ponte curioso tra due mondi dell’animazione che spesso abbiamo messo a confronto nei dibattiti da community, magari davanti a un ramen istantaneo dopo una maratona Ghibli o durante una discussione infinita su quale sia davvero il film più potente del maestro. Lasseter racconta il suo incontro folgorante con Il castello di Cagliostro e lascia emergere un fatto che, a pensarci bene, dice tantissimo: Miyazaki è stato maestro anche per chi, dall’altra parte del pianeta, stava reinventando l’animazione digitale, come se la sua idea di cinema fosse riuscita a superare tecnica, lingua, mercato e formato.
Tra le pagine, però, il vero magnete resta lui, Miyazaki, con quella voce a tratti severa, tenera, furiosa, lucidissima, capace di passare da un dettaglio tecnico a una riflessione sull’infanzia senza mai dare l’impressione di separare davvero le due cose. Il libro racconta la nascita di una poetica prima ancora che il trionfo di una filmografia, e attraversa un’epoca in cui prendono forma opere destinate a diventare parte del nostro lessico emotivo: Nausicaä della Valle del vento, con la sua immaginazione ecologica ancora oggi più adulta di tante distopie contemporanee; Laputa – Castello nel cielo, che sembra uscito da un sogno steampunk disegnato con la precisione di un ingegnere e la malinconia di una fiaba; Il mio vicino Totoro, diventato mascotte, rifugio, spirito domestico di mezzo mondo; Kiki – Consegne a domicilio, che ogni cosplayer ha amato almeno una volta anche solo immaginando quel fiocco rosso, quella scopa, quel momento fragile in cui crescere significa perdere e ritrovare il proprio potere; fino ad arrivare alla soglia di Principessa Mononoke, film che avrebbe portato la poetica di Miyazaki verso una maturità aspra, sanguigna, attraversata da conflitti morali che nessuna soluzione facile può davvero pacificare.
Uno degli aspetti più preziosi del volume è la presenza di memorandum, soggetti, bozzetti, fumetti brevi e illustrazioni originali, compresi materiali legati alla sua passione quasi mitologica per il volo e per i velivoli d’epoca. Chi conosce Miyazaki sa bene che gli aerei, le macchine volanti e i cieli aperti non sono mai semplici decorazioni: diventano desiderio, ossessione, colpa, meraviglia, memoria storica, attrazione per la tecnica e paura della distruzione. Da gamer cresciuta anche con mondi esplorabili, mappe impossibili e craft di oggetti improbabili, leggere il modo in cui Miyazaki guarda alla meccanica del volo dà una sensazione stranissima, perché sembra di entrare nel laboratorio mentale di qualcuno che non disegna un mezzo volante solo per farlo “funzionare” in scena, ma per capire cosa racconta del personaggio che lo pilota, del mondo che lo ha prodotto, del sogno che lo tiene sospeso. Ecco perché i suoi film restano addosso: ogni dettaglio sembra avere peso, respiro, memoria, perfino quando appare minuscolo.
La parte più intima, almeno per chi vive l’animazione giapponese non come consumo rapido ma come casa emotiva, riguarda il rapporto di Miyazaki con i maestri, con le influenze e con le fratture della propria formazione. L’omaggio a Osamu Tezuka, figura immensa della cultura manga e anime, non è un semplice inchino rituale, perché dentro quelle riflessioni passa anche il dialogo complesso tra generazioni creative, tra adorazione e necessità di staccarsi, tra debito artistico e desiderio di trovare una lingua diversa. È una dinamica che ogni fandom conosce benissimo, anche in piccolo: ami un’opera al punto da volerla imitare, poi capisci che per renderle davvero giustizia devi tradirla un po’, spostarti, cambiare forma, rischiare. Miyazaki lo fa con una consapevolezza spietata, e forse proprio per questo la lettura può diventare così contagiosa anche nei passaggi più tecnici, quelli che sulla carta potrebbero spaventare chi non mastica processi produttivi, storyboard, industria dell’animazione o storia del cinema giapponese. La passione dell’autore filtra comunque, persino quando parla di metodo, perché ogni ragionamento porta con sé una domanda più grande: come si costruisce un’immagine capace di restare viva dentro chi guarda?
Non bisogna aspettarsi una cronologia pulita, lineare, comoda, di quelle che accompagnano il lettore per mano dalla nascita al successo con passo ordinato e rassicurante. Punto di partenza ha un andamento più irregolare, quasi da archivio emotivo, con aneddoti personali che convivono con interventi teorici, considerazioni sui film, riflessioni sull’industria, memorie di lavoro e frammenti che sembrano arrivare da momenti diversi della stessa officina creativa. Questa impostazione può disorientare chi cerca una biografia classica, però restituisce qualcosa di molto vicino alla natura stessa di Miyazaki: un autore impossibile da ridurre a timeline, un uomo che sembra sempre discutere con il proprio tempo, con il proprio mestiere, con il proprio pubblico e forse anche con l’immagine idealizzata che il mondo ha costruito attorno a lui. Leggerlo così, non perfettamente incasellato, può diventare persino più interessante, perché lascia emergere una mente al lavoro, non una leggenda già confezionata.
La chiusura del volume, con la cronologia biografica e il saggio firmato da Isao Takahata, aggiunge una sfumatura quasi familiare a tutto il percorso. Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli e compagno di viaggio artistico di Miyazaki, affettuosamente chiamato Paku-san, offre uno sguardo ravvicinato che vale tantissimo proprio perché arriva da chi ha condiviso battaglie, tensioni, intuizioni, giornate interminabili e quella strana alchimia creativa da cui nascono gli studi capaci di cambiare per sempre l’immaginario collettivo. Pensare allo Studio Ghibli soltanto come marchio, oggi, è quasi inevitabile, perché Totoro è ovunque, le musiche di Joe Hisaishi girano su TikTok, le immagini dei film diventano sfondi, tatuaggi, cosplay, fanart, aesthetic board. Questo libro però riporta tutto a una dimensione più ruvida e umana: prima del mito, il lavoro; prima dell’icona, la fatica; prima della magia condivisa, una serie di scelte artistiche ostinate, spesso controcorrente.
Per chi ama Hayao Miyazaki, Studio Ghibli, l’animazione giapponese e la cultura otaku, l’edizione italiana di Punto di partenza 1979-1996 ha il sapore di una piccola riparazione tardiva, perché finalmente un tassello fondamentale del pensiero miyazakiano diventa accessibile anche a chi non voleva attraversare per forza l’inglese tecnico dell’edizione americana. Non è solo un libro “sui film”, e forse ridurlo a quello sarebbe un peccato enorme. È una mappa imperfetta, densa, piena di deviazioni, attraverso la formazione di un immaginario che ha insegnato a generazioni di spettatori a guardare le bambine coraggiose, le streghe adolescenti, gli spiriti della foresta, le città sospese, i cieli attraversati da macchine impossibili e le ferite della modernità con occhi diversi. A me piace pensarlo come una lettura da tenere accanto dopo l’ennesimo rewatch di Totoro o Mononoke, magari mentre si discute con gli amici su quale film Ghibli abbia davvero cambiato il nostro modo di immaginare il mondo, perché ogni pagina sembra pronta ad aprire un’altra conversazione, un altro ricordo, un’altra teoria da condividere con la community di CorriereNerd.it. E allora la domanda resta lì, bellissima e pericolosa: quale Miyazaki abbiamo conosciuto davvero fino a oggi, e quale potremmo scoprire sfogliando finalmente il suo punto di partenza?
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