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Da Seoul e Cinecittà: Hana Pocha, il pub coreano nascosto a Roma dove il K-Wave prende vita

Roma riesce ancora a sorprendermi nei modi più assurdi. Non parlo dei monumenti che ormai attraversiamo quasi in automatico, né di quei posti diventati sfondo permanente delle stories di chiunque voglia sembrare sofisticato online. Parlo di quei luoghi che scopri quasi per caso, magari dopo una giornata pesante, mentre hai ancora in testa una OST coreana ascoltata in loop e il cervello completamente occupato dall’ultimo episodio di un K-drama che ti ha devastata emotivamente più di quanto tu sia disposta ad ammettere pubblicamente. Ieri sera è successo esattamente questo. Una porta aperta su Seoul nascosta tra le strade di Cinecittà, una serata iniziata come una semplice uscita tra amici e finita con quella sensazione rarissima di aver trovato uno di quei posti che non vuoi tenere solo per te.

Il nome è Hana Pocha, e già chi conosce davvero la cultura sudcoreana sa perfettamente cosa significhi quella parola. I pocha, o pojangmacha, non sono semplicemente locali dove mangiare e bere. Sono pezzi di vita quotidiana coreana, piccoli rifugi urbani dove le persone si incontrano dopo il lavoro, parlano fino a tardi, ridono, si sfogano, brindano, si innamorano magari anche un po’. Chi guarda drama coreani lo sa benissimo: quante scene memorabili sono nate attorno a un tavolo pieno di bottiglie verdi di soju, pollo fritto e tteokbokki fumanti? Ecco, la sensazione entrando da Hana Pocha è stata proprio quella. Non quella ricostruzione artificiale pensata solo per attirare fan del K-pop in cerca di foto instagrammabili, ma qualcosa di molto più sincero, quasi familiare.

Ad accoglierci un signore coreano meraviglioso, uno di quelli che ti parlano con quella calma rassicurante che ti fa sentire immediatamente nel posto giusto. Seoul, l’Italia, il cibo, la cultura, i viaggi. La conversazione è partita in modo naturale, senza formalità, e nel giro di pochi minuti sembrava davvero di stare ascoltando un vecchio amico di famiglia ritrovato dopo anni. Sapete quelle persone che riescono a raccontare il proprio Paese senza trasformare tutto in una lezione o in una brochure turistica? Ecco. Ogni frase sembrava aprire una finestra sulla Corea del Sud reale, quella quotidiana, fatta di abitudini, rituali sociali, piccole tradizioni che chi ama i K-drama riconosce immediatamente ma che dal vivo hanno tutto un altro peso.

E poi è arrivato lui. Il cocktail Tre Colori.

Ora, chi mi conosce sa che ho una passione quasi patologica per tutto ciò che riguarda le esperienze gastronomiche legate alla Korean Wave. Ma quel mix mi ha letteralmente conquistata. Birra, soju e soprattutto il Gochang Bokbunja-ju, il celebre vino di lampone nero coreano dal colore intenso e dal gusto incredibilmente morbido. Vederlo preparare davanti ai nostri occhi aveva qualcosa di teatrale, quasi rituale. Una specie di mini performance che trasformava il semplice gesto di bere in un momento condiviso. Il contrasto tra il sapore dolce e profondo del Bokbunja-ju e la forza del soju crea qualcosa di difficilissimo da spiegare a parole. Uno di quei gusti che restano impressi perché non assomigliano davvero a nulla di italiano.

Attorno a noi il locale continuava a vivere con un’energia contagiosa. K-pop in sottofondo, ma scelto bene. E questa cosa, per chi frequenta davvero ambienti legati alla cultura coreana, conta tantissimo. Nessuna playlist buttata lì tanto per fare atmosfera. Si percepisce immediatamente che dietro la selezione musicale esiste qualcuno che ama davvero questa scena. Un momento stava passando una traccia dei BTS, quello dopo una ballad che mi ha riportata immediatamente a certe notti passate a piangere davanti a drama emotivamente distruttivi come Crash Landing on You o Goblin. E sì, a un certo punto qualcuno vicino a noi ha iniziato perfino ad accennare una coreografia improvvisata. Impossibile non sorridere.

Poi il cibo. E qui bisogna essere sinceri fino in fondo: troppo spesso i locali fusion in Italia cercano di “addomesticare” la cucina coreana, rendendola innocua, estetica, quasi sterilizzata. Hana Pocha invece ha quella sincerità meravigliosa che ti colpisce subito. I tteokbokki arrivano fumanti, immersi in quella salsa rossa intensa che ogni fan dei drama conosce visivamente ancora prima di assaggiarla. Piccanti, avvolgenti, con quella consistenza chewy che o ami alla follia oppure non dimentichi più. E poi la chicca assoluta: la possibilità di provarli anche con il parmigiano, una rivisitazione italianissima che sulla carta potrebbe sembrare un sacrilegio ma che invece funziona incredibilmente bene. Una specie di ponte gastronomico tra Roma e Seoul che racconta perfettamente lo spirito del posto.

E il pollo fritto… mamma mia, il pollo fritto. Non quei bocconcini anonimi che spesso vengono spacciati per Korean fried chicken nei menu occidentali. Qui si parla di quella croccantezza quasi impossibile da descrivere, quella doppia frittura tipica coreana che rende ogni morso rumoroso, succoso, irresistibile. Uno di quei piatti che ti obbligano a sporcarti le mani e a dimenticare qualsiasi forma di contegno. Del resto, i drama coreani ci hanno insegnato una grande verità universale: le conversazioni più importanti succedono sempre davanti a del pollo fritto e una bottiglia di soju.

Tra un boccone e l’altro continuavo a guardarmi intorno pensando a quanto sia cambiata Roma negli ultimi anni. La Korean Wave non è più soltanto una moda passeggera o una nicchia per appassionati. È diventata parte del tessuto culturale quotidiano della città. Ragazze che discutono dell’ultimo comeback K-pop come se fosse un evento sportivo nazionale, ragazzi che riconoscono le soundtrack dei drama dopo tre secondi, persone che parlano di Seoul con la stessa familiarità con cui una volta parlavano solo di Tokyo o New York. Hana Pocha intercetta tutto questo senza mai sembrare costruito a tavolino.

Forse è proprio questa la cosa che mi ha colpita di più. L’autenticità. Nessuna rincorsa disperata alle mode del momento, nessuna estetica finta pensata solo per TikTok. Solo un piccolo angolo di Corea nel cuore di Roma, dove chi ama davvero questa cultura può sentirsi compreso senza bisogno di spiegare continuamente le proprie passioni.

E sapete una cosa? Per una nerd cresciuta tra anime, fandom online, K-drama divorati fino all’alba e playlist K-pop ascoltate mentre si lavora, posti così hanno qualcosa di profondamente rassicurante. Ti ricordano che le passioni condivise creano connessioni reali. Che dietro ogni fandom esiste sempre una comunità pronta a riconoscersi anche solo attraverso una canzone sentita in sottofondo o una bottiglia di soju fatta girare attorno al tavolo.

Uscendo da Hana Pocha avevo ancora addosso quella strana malinconia felice tipica delle serate riuscite bene. L’aria tiepida di Roma, le luci di Cinecittà, la sensazione di essere stata per qualche ora sospesa tra due mondi diversi. Un po’ Corea del Sud, un po’ quartiere romano, un po’ scena di K-drama che improvvisamente diventa reale.

E adesso sono curiosissima di sapere una cosa dalla community di CorriereNerd.it: avete mai trovato anche voi un posto capace di farvi sentire improvvisamente dentro uno dei vostri universi preferiti? Magari proprio davanti a un piatto di tteokbokki e a una canzone K-pop che conoscete a memoria.


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